Mauro Manca
Michael Jordan versione 95/96, dallo storico “I’m back” al quarto MVP
Nel cuore degli anni novanta Michael Jordan morì e tornò alla vita come una fenice, smarrì e ritrovò sé stesso dando vita a una delle più belle storie di sport mai raccontate.
Anno domini 1993, completato il primo three-peat ai danni dei Phoenix Suns di Sir. Charles Barckley, Mike, a trent’anni e con il mondo ai suoi piedi, vive una sorta di crisi mistica suggellata forse dal senso di appagamento di chi ha vinto tutto e avverte il bisogno di sentire nuovi stimoli pulsare nelle vene. Poi la morte di papà James, freddato sul ciglio della strada mentre riposava a bordo della sua Lexus. Un colpo troppo duro per His Airness, tanto che il 6 ottobre di quello stesso anno il mondo assiste alla sua conferenza stampa più tristemente nota: “Ho perso ogni motivazione. Nel gioco del basket non ho più nulla da dimostrare ed è il momento migliore per me per smettere. Ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Tornare? Forse, ma ora penso alla famiglia”.
Un dramma non solo per l’intera NBA, ma per ogni singolo amante del basket sul pianeta, perchè vedere il più grande di sempre dire basta ancora all’apice è un’autentica pugnalata per tutti. Da lì il seguito della sua inimitabile vita, il golf, il baseball e i Monstars sconfitti, citando Bill Murray, grazie alla sua ultima “distensione con allungo”. Ma il suo amore per la palla a spicchi è troppo grande per accontentarsi di un set della Warner, le sirene su un suo ritorno, infatti, si fanno via via più insistenti.
Il miracolo atteso dai fedeli di sua maestà avvenne, infine, dopo 17 lunghi mesi di astinenza. Nel marzo del 1995 Jordan comunicò al mondo intero l’intenzione di tornare sul parquet, naturalmente ancora in maglia Bulls. Il suo nuovo esordio con i Tori avvenne a Indianapolis, non più il 23 ma il 45 sulle spalle, classe immutata e squadra arricchita dalle firme di Steve Kerr e del croato Toni Kukoc (in seguito sarebbe arrivato nella Windy City anche Signore delle carambole Dennis Rodman). I sogni di gloria dell’annata 1995 si schiantarono però in semifinale di conference contro i ragazzi terribili di Orlando in cui militavano un giovanissimo Shaq, Penny Hardaway e Horace Grant. Un altro giocatore di Orlando, lo specialista dall’arco Nick Anderson, aprì il fuoco della provocazione con una frase destinata a rimanere negli annali dello sport americano: “Jordan? Si il 45 è forte, ma il 23 era tutta un’altra cosa”.
Detto, fatto. Michael si riappropria del suo numero prediletto proprio in quella serie, per poi chiudersi in palestra tutta l’estate con l’intento di presentarsi tirato a lucido ai nastri di partenza della stagione seguente. Se Jordan cercava nuove motivazioni eccole lì servite: dimostrare a 32 anni di essere sempre lui il numero uno, ma soprattutto di essere in grado di mettersi ancora qualche anello al dito.
La regular season dei Bulls targati 1995/96 può essere riassunta con una sola parola: dominio.
Una furiosa rincorsa alla cima della Eastern conference che collimò con il miglior record della storia NBA, un mostruoso 72-10 che, se paragonato al 47-35 ottenuto l’anno prima, la dice lunga sul peso specifico ricoperto da Jordan nell’economia di quella squadra.
Le sue cifre di quell’annata, unite ad un record da record, non lasciano spazio ad eventuali concorrenti per il titolo di MVP stagionale: 30,4 punti, 6,3 rimbalzi e 4,3 assist ad allacciata di scarpa. A livello statistico non la miglior stagione di Jordan (nemmeno la peggiore ndr), ma senza dubbio uno tra i suoi best memories, uno di quei momenti che porti dentro per sempre. Ritirarsi dalle scene, gridare “I’m back” dopo un anno e mezzo per poi segnare un dominio di questa portata, rappresenta qualcosa di unico e irripetibile. La post season fu una cavalcata trionfale che vide Chicago eliminare Miami al primo turno con un agevole 3-0, i New York Knicks di Pat Ewing per 4-1 e gli Orlando Magic con un perentorio quanto dolce 4-0, un risultato che in America chiamano “sweep” ma che si legge “vendetta”.
Alle Finals i Sonics di Shawn Kemp e Gary Payton le provano tutte per evitare l’inevitabile, ma per quanto The Reignman e The Glove si dannassero l’anima, Jordan e compagni aveano quasi sempre in serbo una contromossa. 4-2 e titolo ai Bulls, le immagini di Mike con il Larry O’Brien nuovamente tra le braccia a fare il giro del mondo, il titolo di MVP anche delle finali, così come le celebrazioni sulla Michigan Avenue in compagnia di coach Zen, Scottie Pippen e tutto il gruppo di quell’annata marchiata a fuoco nella storia del Gioco.
Da quelle parti, in Florida, “Magic” è una parola che riecheggia spesso tra gli abitanti e i turisti che orbitano nella zona. Non soltanto la franchigia militante all’Amway Center, ma anche il celebre Magic Kingdom, il parco Disney più grande del pianeta a pochi passi dalla città di Orlando. Cestisticamente parlando la “magia” prese vita nella stagione 89/90, quando a seguito dell’expansion draft gli Orlando Magic fecero il loro debutto assoluto nella NBA, entrando a far parte della lega insieme ad un’altra squadra della Florida, i Miami Heat, e i Minnesota Timberwolves. Da allora il bilancio parla di zero titoli, ma due apparizioni alle NBA finals nel 1992 e nel 2009. La prima avvenne al cospetto degli Houston Rockets di Hakeem “The Dream” Olajuwon, che in contumacia di His Airness (rientrato quell’anno dopo la parentesi nel baseball ed eliminato proprio dai Magic) si prese lo scettro della lega per due annate di fila mettendosi altrettanti anelli al dito. Uno Shaq ancora troppo acerbo non bastò ad evitare lo sweep e la conseguente vittoria della franchigia texana. Nel 2009 cambiarono i protagonisti ma non la sostanza, un perentorio 4-1 subito dalla prima versione convincente dei Lakers targati Kobe senza Shaq, ma con Gasol, Fisher e Artest a prevalere su Dwight Howard e Jameer Nelson. Da lì in poi un lento declino, un record che nelle ultime tre stagioni non ha superato le 25 vittorie e una luce in fondo al tunnel ancora lontana dall’essere avvistata. Ma proviamo a mescolare le carte fare un po’ di fantabasket giocando di fantasia: se i Magic dovessero scendere in campo solo con giocatori nativi della città di Orlando o zone limitrofe, quale sarebbe il loro ipotetico quintetto? Proviamo a tracciare un possibile identikit degli Orlando Magic home-made.
Point Guard, Nick Calathes (Casselberry 7/02/89): Il ragazzo è nativo USA, anche se la sua origine greca gli conferisce un doppio passaporto. Frequenta il college all’Università della Florida, per poi firmare nel 2009 un triennale col Panathinaikos col quale nel 2011 vince l’Eurolega da protagonista. Dopo una parentesi con il Lokomotiv Kuban, durante la quale vince anche l’Eurocup, decide di tornare dall’altra parte dell’oceano per vestire la casacca dei Memphis Grizzlies, che lo ottengono attraverso uno scambio con i Dallas Mavericks. Playmaker dalla mentalità europea, buone geometrie e una più che discreta visione perimetrale, Calathes non sta però avendo un grossissimo impatto sulla lega, chiuso perlatro danMike Conley e Beno Udrih. Un suo rientro nella vecchia Europa in prossimo futuro non è affatto da escludere.
Shooting guard, Vince Carter (Daytona Beach 26/01/77): In questo caso specifico il nome parla abbondantemente da sé. Narrare di come quest’uomo, munito di due missili terra aria al posto delle gambe, cambiò per sempre la gara delle schiacciate nella versione di Oakland 2000 dell’All Star Game, o di come nello stesso anno solare decollò su Frédéric Weis saltandolo interamente nella finale olimpica contro la Francia, sarebbe del tutto superfluo. Le immagini e la storia recente del Gioco dicono già abbastanza sulle gesta tre metri sopra il ferro del cugino di Tracy Mc Grady. Oggi, dopo aver speso i suoi anni migliori in maglia Toronto Raptors e New Jersey Nets, vive l’autunno della sua carriera come comprimario in quel di Memphis, riscopertosi tiratore affidabile e grande uomo spogliatoio. Ogni tanto si concede ancora qualche evoluzione aerea degna dei suoi anni d’oro dalle parti dell’Air Canada center, e quando lo fa riesce sempre a toccare il cuore di tutti gli appassionati in giro per il mondo. Semplicemente Vincredible.
Small forward, Chandler Parsons (Casselberry 25/10/88):
Per due stagioni giocò insieme a Calathes all’University of Florida, poi una piccola parentesi in Francia prima dell’approdo in NBA con la maglia degli Houston Rockets. Ala polivalente in grado di far male dalla distanza e di creare dal palleggio, Parsons ha chiuso la sua ultima stagione in maglia Mavericks collezionando15,7 punti media col 46,2% dal campo e il 38% da tre punti, il tutto in 33 minuti di impiego medio a serata. Cifre di tutto rispetto per un giocatore che per entrare a far parte di un contesto vincente ha però bisogno di crescere dal punto di vista mentale.
Power Forward, Amar’e Stoudemire (Lake Wales 16/11/82): Nel lontano 2002 l’impatto sulla lega di quest’ala di 208 centimetri fu letteralmente esplosivo. Dopo i 13,5 punti e gli 8,8 rimbalzi di media accumulati nel suo anno da rookie, Stoudemire toccò cifre da capogiro durante le sue annate da incorniciare in maglia Phoenix Suns, franchigia nella quale, con Mike D’Antoni in panchina e Steve Nash in cabina di regia, ha espresso il miglior basket della sua carriera interpretando divinamente il “Run and gun” disegnato dal coach italoamericano. Poi i mille problemi fisici (soprattutto alla schiena) e alcune scelte sbagliate (il suo approdo ai Knicks mitigato solo da un contratto da capogiro), ne hanno pian piano eclissato la stella, anche se associato al giusto contesto potrebbe ancora dire la sua. Dopo la parentesi a Dallas è nuovamente free agent, vedremo chi avrà ancora voglia di scommettere su di lui.
Center, Marreese Speights (St. Petersburg 04/08/87): L’ala/ centro dei Warriors ha chiuso l’anno in doppia cifra, ma durante I playoff è stato sempre più relegato al ruolo di comparsa, fino alla pressoché totale sparizione dalle rotazioni durante le finali contro i Cleveland Cavaliers. Speights è un centro atletico e dinamico, dotato di un buon tiro dai 4 metri e con una mirabile propensione al rimbalzo d’attacco. Cominciò la sua carriera NBA nel 2008 con i Philadelphia 76ers, poi una stagione e mezza divisa tra Memphis e Cleveland prima dell’approdo a Oackland.
Sophomore in cerca d’autore: Gary Harris, difesa e tiro da fuori per una stagione di rilancio
Il bilancio della stagione di Gary Harris si è rivelato tutt’altro che esaltante. L’esterno dell’Indiana ha chiuso il suo anno da rookie con appena 3,4 punti di media in 13 minuti di impiego, arrivando alla doppia cifra solamente in 4 occasioni su 55 presenze totali. Un po’ pochino per uno che al draft di 12 mesi fa venne scelto al primo giro con la diciannovesima assoluta, al termine di un’annata a Michigan State nella quale con i suoi Spartans aveva collezionato cifre che parlavano di 16,7 punti, 4,0 rimbalzi e 2,7 assist.
Coi Denver Nuggets, lo scarso impiego operato da Brian Shaw prima e Melvin Hunt poi, unito alle pessime percentuali al tiro (30,4% dal campo con il 20,4% da 3) hanno certificato le difficoltà del primo anno tra i pro di Harris. Un avvio in salita figlio di un difficile adattamento ai ritmi elevati dell’ NBA, dove si è trovato a prendere tiri contro avversari più forti fisicamente e con leve più lunghe delle sue (essendo lui un 6.4 ovvero 193 cm), faticando di conseguenza ad entrare nelle rotazioni dei Nuggets. Note meno dolenti per quanto riguarda l’aspetto difensivo, fondamentale nel quale il prodotto di Michigan State ha parzialmente confermato il suo valore e la predisposizione al sacrificio sugli 1vs1 avversari. Piedi rapidi e buona difesa sul pick and roll, sembra avere il quid necessario ad accoppiarsi con le combo guard della lega, ma per veder aumentare il suo minutaggio ha il dovere di migliorare anche questo aspetto.
Per incrementare le sue cifre in attacco nella stagione da sophomore dovrà anche e soprattutto lavorare per adeguarsi ai tempi di gioco della lega. Durante i suoi due anni di college riusciva saltuariamente a mettersi in proprio con un un buon uso delle finte e dello step back, oltre ad aver sempre mostrato buone letture sui pick and roll e una conclamata affidabilità sugli scarichi. Ma al piano di sopra, con avversari più dotati e ritmi più alti, deve riuscire mantenere inalterata la qualità del suo tiro da fuori accelerando i tempi di esecuzione, ragion per cui sarebbe consigliabile un’estate dedicata in modo particolare al lavoro sul suo catch and shoot. Non gode di un primo passo bruciante che gli consenta di andare al ferro con continuità e non è in grado di creare granché dal palleggio, motivi in più per costruirsi una fama più come tiratore e difensore affidabile che come penetratore. Considerando che deve ancora compiere 21 anni, il pubblico del Pepsi Center potrebbe cominciare ad amarlo per i suoi intangibles in difesa e per le sue non trascurabili qualità di passatore.
“It ain’t over ‘til the fat lady sings”. Il detto made in USA incontra la sua origine nella lirica, e nella sua accezione sportiva invita alla cautela diffidando appassionati e addetti ai lavori dal dare per scontato il corso di un’opera, almeno fino a quando il soprano non decide di salire sul palco. Nell’edizione 2015 delle NBA Finals tra Golden State Warriors e Cleveland Cavaliers ancora diversi atti devono andare in scena, tanti tenori in cerca di rivalsa proveranno a dare il meglio di sé prima che sia troppo tardi e la signora grassa canti per davvero. Al momento, la sensazione diffusa all’indomani di gara 3 è che questa serie stia vivendo una sorta di realtà parallela, coi menomati Cavs, dati inizialmente per spacciati al cospetto dei campioni della Western Conference, capaci di sovvertire il pronostico e portare a casa due partite su tre. Le assenze dei lungodegenti Varejao, Love e Irving, anziché abbattere la franchigia dell’Ohio paiono averne avvalorato la coesione e la forza mentale, con l’eroe che non ti aspetti incarnato nel corpo di Matthew Dellavedova, due big men generosi e operai, e dei gregari di lusso come Iman Shumpert e J.R. Smith, perfettamente calati nella parte e quanto mai funzionali al rimpasto tattico cui è stato costretto David Blatt. Ah… e poi ci sarebbe Lebron. Con Irving KO in gara 1 il prescelto ha dovuto giocare una mole ancor più ampia di palloni, è stato costretto a prendere un maggior numero di tiri (41 punti di media finora, cifre raggiunte in una serie finale dai soli Jordan e Rick Barry) trovandosi quasi sempre ad iniziare e concludere l’azione. Non certo la sua pallacanestro ideale, ma una scelta necessaria che fino a questo momento sta pagando, energie e rotazioni al lumicino permettendo.
Lecito domandarsi se e quanto riusciranno i Cavs a resistere in queste condizioni prima che la spia della riserva si accenda, ma è superfluo aggiungere che, al di là di questo aspetto, dall’altra parte ci si aspettava decisamente qualcosina di più. Dopo una gara 1 vinta all’overtime senza convincere più di tanto, i Warriors si sono ritrovati a perdere le successive due sfide senza quasi dare la sensazione di voler lottare, assistendo inermi per larghi tratti alle imprese della banda Lebron, mettendo in mostra un calo sinistramente simile a quello visto contro i Memphis Grizzlies. Una prima spiegazione alle, al momento, non brillanti finals dei guerrieri può essere ricercata in un aspetto meramente psicologico. E’ probabile che Curry e compagni, trovandosi dinnanzi a un avversario martoriato da assenze pesanti e con una panchina eufemisticamente corta, abbiano commesso l’errore di prendere la serie quasi sottogamba, venendo così colti di sorpresa dall’inesauribile aggressività messa da Cleveland sul parquet. L’atteggiamento avversario ha generato nei Warriors un’inconscia paura di vincere, scrollata solo in parte durante l’assalto all’arma bianca nel finale di gara 3. Una situazione quasi surreale della quale hanno risentito anche gli aspetti tecnici; nella prima sfida in Ohio Bogut e Barnes sono pian piano spariti dal campo, inefficaci in attacco e troppo spesso prede della maggior energia delle controparti avversarie. Con il presidio sotto i tabelloni dell’australiano venuto meno, Kerr ha dovuto pescare dalla panca il jolly David Lee, di cui fino a quel momento si era parlato più per il contratto ingombrante che per le prestazioni. L’ala da Saint Louis ha invece messo in pratica una pallacanestro essenziale, fatta di buone decisioni e un ottimo sfruttamento del pick and roll, contribuendo incisivamente alla disperata risalita dei suoi nell’ultimo quarto e riuscendo laddove, oltre alla coppia di lunghi titolare, aveva fallito anche un nervoso Draymond Green. Sul perimetro le cose migliori si sono viste inizialmente da un solido e ambivalente Andre Iguodala (per caratteristiche quello che meglio si accoppia con Lebron), mentre gli Splash borthers, anche per merito dell’asfissiante lavoro 1vs1 di Shumpert e Dellavedova, si sono accesi solo a intermittenza. Soprattutto Steph Curry, dopo una gara 2 chiusa con percentuali apocalittiche, si è reso protagonista di una partita dai due volti: impalpabile nei primi 24 minuti e inarrestabile nel secondo tempo, andando vicinissimo negli ultimi minuti a completare la più clamorosa delle rimonte con una micidiale sequenza di triple, una più incredibile dell’altra. Steve Kerr e il suo staff avranno il compito di puntellare mentalmente lui, Thompson e il resto della compagnia nella speranza che tornino incisivi nell’arco dell’intero match, a partire dalla prossima fondamentale gara 4, crocevia della serie che per questi Warriors ha l’aria di un vero e proprio esame di maturità.
Per NBA Passion,
Mauro Manca
“Vorrei ma non posso”… Varejao esclude un suo rientro nelle Finals
I Cleveland Cavaliers hanno raggiunto l’appuntamento più importante della stagione con un roster decimato e le rotazioni ridotte all’osso. L’infortunio al ginocchio patito da Kyrie Irving nel corso di gara 1 è stato solo l’ultimo di una serie di episodi che hanno visto la franchigia dell’Ohio perdere per strada tasselli fondamentali come Kevin Love e Anderson Varejao. Nell’ atto secondo delle Finals Lebron e soci hanno mostrato in mondovisione il migliore degli esempi su come si possa fare di necessità virtù, riuscendo a vincere una serrata guerra di nervi che è valsa l’1-1 nella serie. Ma è logico aspettarsi che i campioni della Eastern Conference potrebbero presto risentire delle ben più corte rotazioni rispetto a quelle dei Golden State Warriors, e in questo senso offrire un’opzione di qualità in più dalla panchina a David Blatt certo non guasterebbe. Il mese scorso Marc Stein, reporter della ESPN, caldeggiò la tesi secondo la quale Anderson Varejao sarebbe potuto scendere in campo in tempo per le finali, possibilità che in prospettiva (i Cavs dovevano ancora qualificarsi) avrebbe offerto l’ innesto ideale da alternare con Mozgov e Thompson nelle furibonde lotte sotto le plance con i lunghi dei Warriors. Il centro brasiliano è fermo ai box dal 23 dicembre scorso , quando durante una partita contro i Timberwolves si ruppe il tendine d’achille compromettendo l’intera stagione. Un infortunio pesante che ha richiesto un’operazione e duri mesi di riabilitazione, ma che soprattutto ha privato i Cavs non solo di uno dei leader carismatici dello spogliatoio, ma anche e soprattutto di una pedina fondamentale nello scacchiere di Blatt, ben consapevole di come il riccioluto big man sia un maestro quando si parla di rimbalzi e aiuti difensivi, ai quali aggiunge sempre una generosa quantità di intangibles. Averlo abile e arruolato per il proseguo delle finals rappresenterebbe una manna dal cielo per Cleveland, ma lo stesso Varejao ha escluso l’ipotesi di un rientro nel breve periodo ai microfoni di News Channel 5: “Vorrei tanto poter tornare, ma purtroppo non penso di essere in grado. Se scendessi in campo non sarei capace di competere nel modo in cui vorrei e probabilmente non sarei utile alla squadra. Magari chi mi vede dall’esterno può pensare che io sia pronto, ma posso assicurare che purtroppo non è così”. Pare quindi, salvo sorprese, che i Cavs dovranno fare a meno della loro bandiera per tutto il resto delle Finals, e che le questioni in vernice rimarranno competenza esclusiva di Tristan Thompson e Timofej Mozgov.
J.R. Smith si gode le Finals e accusa i Knicks :”Io trattato come spazzatura”
J.R. Smith non è certo uno che la manda a dire, il suo carattere sopra le righe e la sua esuberanza dentro e fuori dal campo ne hanno fatto da sempre uno dei personaggi più discussi e controversi dell’intera lega. Stavolta la vittima prediletta del suo sfogo sono proprio i New York Knicks, la cui dirigenza il 6 gennaio spedì lui e Iman Shumpert in quel di Cleveland nell’ambito di un’operazione che coinvolse anche Dion Waiters, che lasciò i Cavaliers per accasarsi agli Oklahoma City Thunder. La trade in questione ha permesso a New York di risparmiare oltre dieci milioni di dollari che gravavano sulle spettanze dei due esterni, mentre i Cavs si sono ritrovati a roster nuove bocche da fuoco sul perimetro, un valore aggiunto non di poco conto in prospettiva playoffs. Tutti felici e contenti quindi? Certo, ma c’è chi un sassolino dalla scarpa ha voluto levarselo comunque. Pur senza nascondere il suo entusiasmo per l’approdo alla corte di Lebron e Kyre Irving, il mai domo J.R. non ha perso occasione per lanciare un dardo avvelenato indirizzato alla franchigia della grande mela. Qualche giorno fa sul suo profilo Instagram è comparso un post che ritrae lui e Shumpert sia in maglia Knicks che con quella di Cleveland, il tutto contornato dalla frase “One man’s trash is another mans treasure”, che in soldoni sta a significare come un uomo-spazzatura per qualcuno possa rivelarsi un tesoro per qualcun altro. Intervistato di recente dal NY Post , J.R. Smith ha fatto ulteriore chiarezza sulla natura della sua provocazione: ”La proprietà dei Knicks mi ha fatto sentire come se fossi uno di troppo, un contratto pesante di cui liberarsi il prima possibile. Mi hanno trattato come spazzatura, potete solo immaginare quello che ho provato ad essere scaricato in quel modo”. Smith la più dolce delle rivincite se l’è presa direttamente sul campo, giocando una pallacanestro degna quasi dell’anno domini 2013, quando al termine della stagione venne incoronato miglior sesto uomo dell’anno. Oltre alle cifre di tutto rispetto, che parlano di 12,7 punti, 3,5 rimbalzi e 2,5 assist in 31,8 minuti di impiego, il grande traguardo delle NBA finals conquistate da protagonista, la più bella delle ricompense per un giocatore che da troppo tempo convive con l’amore e l’odio di chi, tra compagni, allenatori e tifosi, negli anni ha avuto modo di ammirarne l’immenso talent.o sul parquet.
Per NBA Passion,
Mauro Manca.
Pericolo scongiurato, Klay Thompson dovrebbe farcela per gara 1
Gli Splash Brothers dovrebbero presentarsi al completo per il grande debutto del 4 giugno, dall’infermeria arrivano infatti buone nuove per i Golden Stare Warriors sul fronte Klay Thompson. La shooting guard nativa di Los Angeles sembra infatti aver superato la serie di esami previsti dal rigido protocollo NBA quando si ha a che fare con una sospetta commozione celebrale.
La franchigia californiana tira dunque un sospiro di sollievo dopo la grande paura degli ultimi giorni, per l’esattezza da quando, in gara 5 delle finali di Conference contro gli Houston Rockets, una ginocchiata di Trevor Ariza aveva mandato Thompson KO, mettendo a serio rischio la sua presenza per gara 1 delle Finals. Inizialmente si era parlato di una semplice lacerazione all’orecchio destro, niente di così grave da poter escludere una sua presenza in campo nell’immediato futuro, ma gli esami effettuati in seguito hanno rivelato una commozione celebrale, situazione per la quale la lega effettua una severa “concussion” .
Gli approfondimenti del caso sono stati effettuati, e, come riporta Sean Highkin di Probasketballtalk, Thompson non sta soffrendo dei mal di testa ricorrenti che spesso si presentano in queste situazioni e, salvo imprevisti o ripensamenti, dovrebbe scendere regolarmente in campo al fianco di Curry e tutti gli altri Warriors per la grande prima al cospetto di Lebron e compagni, così come confermato dallo stesso coach Steve Kerr: “Klay sta seguendo il protocollo che l’NBA adotta in questo genere di infortuni, ma noi siamo ottimisti perché pare che il ragazzo stia bene e dovrebbe essere pienamente recuperabile per gara 1”.
Clippers, Doc Rivers garantisce: “Tra DeAndre Jordan e Chris Paul nessun problema”
“Chris Paul e DeAndre Jordan godono di un ottimo rapporto tra loro, così come con Blake Griffin. Tutti e tre sanno benissimo di aver bisogno gli uni degli altri per arrivare a vincere un anello tutti insieme”. Il coach dei Los Angeles Clippers Doc Rivers, intervistato da Fred Roggin, smentisce le voci in merito a presunte frizioni tra le stelle della sua squadra, spiegando come i giocatori siano perfettamente consapevoli di quanto sia importante mantenere intatto il nucleo storico in ottica futura. Società e Staff tecnico lavorano sottotraccia per mantenere in toto la batteria dei big three, ma mentre Paul e Griffin godono di un contratto che scadrà solo nel 2018, la questione DeAndre Jordan potrebbe rivelarsi più spinosa del previsto, specie considerato che il centro nativo di Houston dal primo luglio sarà free agent e quindi libero di accasarsi altrove. Il front office dei Clippers ha già lasciato intendere di essere pronto ad offrirgli un rinnovo quinquennale da $108.700.000 dollari, ma il giocatore ha anche la possibilità di firmare per un’altra franchigia guadagnando $80,7 milioni in quattro anni.
Credere fortemente nel progetto della proprietà Ballmer è una prerogativa fondamentale per un felice proseguo di convivenza nella città degli angeli, anche se ora come ora continua a bruciare parecchio l’avvilente rimonta subita dai Rockets in seminfinale di conference, definita dallo stesso Rivers come una delle più cocenti delusioni della sua carriera: “Non lo dico spesso e non voglio mancare di rispetto a Houston, ma io sentivo che in quella serie noi eravamo la squadra migliore. Invece, sul 3-1 e con la possibilità di chiudere la serie, ci siamo praticamente fatti fuori da soli. Questa eliminazione mi ha fatto più male della gara 7 persa contro i Lakers nelle finali del 2010, un back to back ( gara 6 e gara 7) che ha sconvolto parecchio me e tutto il gruppo. Penso però che stiamo andando nella direzione giusta e che abbiamo tutto il dovere di riprovarci a partire dal prossimo anno. Questo è un gruppo maturo, anche Jordan e Lebron hanno cominciato a vincere solo a 27-28 anni”.
Hawks, dopo l’eliminazione le questioni contrattuali: Paul Millsap è in scadenza
I veleni dello sweep incassato da Lebron e soci potrebbe lasciare in eredità qualche strascico dalle parti di Atlanta. Un 4-0 perentorio che non ha spazzato via solo gli Hawks, ma anche gran parte delle certezze costruite nell’arco di una strepitosa regular season fatta di 60 vittorie e 22 sconfitte. I playoff hanno messo a nudo tutti i limiti della franchigia della Georgia, una pericolosa involuzione che desta non poche perplessità e solleva più di un dubbio in vista dell’annata 2015/16. Uno dei principali nodi da sciogliere riguarda senza dubbio la situazione contrattuale di Paul Millsap, tra i più positivi dell’annata delle aquile (16,7 punti e 7,8 rimbalzi di media) e free agent al termine di questa stagione. Il ragazzo al momento non vuol sentir parlare di mercato, dopo l’eliminazione ad un passo dalle Finals preferisce prendere tempo per concedersi del meritato riposo e riordinare le idee. “Sto valutando diverse opzioni, ma soprattutto sto pensando quanto di buono abbiamo fatto quest’anno – ha dichiarato in press conference – Abbiamo giocato delle serie durissime al termine di una lunga stagione, adesso voglio prendermi un po’ di tempo per rilassarmi e rinfrescare le idee. Per me questa squadra è come una famiglia, un motivo che peserà parecchio nella mia decisione”.
Il gruppo di Budenholzer ha tutte le basi necessarie per presentarsi ai nastri di partenza della prossima stagione con le pile cariche, qualche rinforzo e parecchie motivazioni in più, ma il buon esito del progetto di crescita passa inevitabilmente anche dalla conferma di Millsap. L’ala ex Utah Jazz ha percepito $19 milioni spalmati nelle ulltime due stagioni, è logico pensare ad un gioco al rialzo da parte del suo agente Simmons, con più di una squadra alla finestra per poter magari presentare un’offerta più cospicua rispetto a quella degli Hawks. A quel punto bisognerà vedere se peserà più l’aspetto economico o quello sentimentale, visto e considerato che Millsap a trent’anni si trova davanti alla possibilità di firmare uno degli ultimi contratti pesanti della sua carriera, ragion per cui la ricerca al “big money” non è da escludere. Dopo la pausa, le riflessioni, dopo le riflessioni le scelte, la lunga estate degli Atlanta Hawks è appena cominciata.
Per NBA Passion,
Mauro Manca
Pistons, le situazioni free agency: Reggie Jackson e Monroe
Il front office dei Detroit Pistons sta lavorando in questi giorni per risolvere le situazioni contrattuali di Reggie Jackson e Greg Monroe, restricted free agent l’esterno e unrestricted free agent l’ala centro ex Georgetown. L’agente di Monroe, David Falk, è più che disposto a sedere al tavolo delle trattative con altre franchigie, specie qualora dovessero arrivare offerte di un certo rilievo. Non è una novità che il lungo dei Pistons voglia cambiare aria.
Il lungo da New Orleans (che ha chiuso quest’anno con 15,9 punti e 10,2 rimbalzi a serata) non disdegnerebbe nemmeno una permanenza nella Motowon, ma il finora poco convincente progetto della proprietà Gores, unito alla non straripante volontà da parte di quest’ultimo nell’aumentare il salario del giocatore rispetto ai $5 milioni e mezzo percepiti quest’anno, potrebbero far propendere il nostro Greg per l’idea di cambiare casacca nella prossima stagione. Monitorare il mercato per mettere di fianco a lui e Drummond un settepiedi più intimidatorio a livello difensivo potrebbe però rappresentare una valida soluzione alternativa.
Diversa situazione per Reggie Jackson, sulla cui riconferma permane la ferma volontà di Van Gundy, che vede in lui la point guard ideale in grado di prendere per mano la squadra negli anni a venire. Avvicinare le parti, a cominciare da un ritocco agli attuali poco più di $3 milioni d’ingaggio (i Pistons appaiono pronti ad adeguarsi a qualunque offerta), non dovrebbe rappresentare un problema insormontabile, specie considerando che il nativo di Pordenone ha già avviato la sua offseason a Detroit con una serie di allenamenti individuali in compagnia di una parte dello staff tecnico dei Pistoni.
Per la verità il denaro per trattenerli entrambi non mancherebbe, Detroit nel suo salary cap ha a disposizione $27.9 milioni garantiti per stipendiare fino a cinque nuovi giocatori nella prossima stagione, volendo potrebbe quindi rifirmare sia Jackson che Monroe avendo al contempo la possibilità di esplorare il mercato dei freeagent e aggiungere al roster uno o due nomi di altisonanti. Gores e il resto della proprietà dovranno confrontarsi per capire che impronta dare alla squadra, se proseguire con l’attuale zoccolo duro confermando in toto anche i veterani (Prince, Butler, Tolliver per citarne alcuni…) o se dare il via all’ennesimo giro di walzer rischiando di incappare in un flop che negli ultimi tempi si è rivelato sinistramente ricorrente.
Bulls, tra assenze e assenti ingiustificati. Ecco cosa non ha funzionato
Un’altalena di prestazioni ed eccessiva dipendenza dalla dimensione interna di Pau Gasol. L’avventura nei playoff 2015 dei Bulls potrebbe racchiudersi in un semplice concetto, ma evidentemente nella debacle consumatasi al cospetto dei Cavs c’è molto di più.
Il recupero di D-Rose giusto in tempo per la post season è apparso come un mantra, un segnale forte e chiaro al resto della lega. Il momento è apparso propizio per levare un po’ di pressione dalle spalle del lungo catalano e del most improved player of the year Jimmy Butler, con in più tutta la carica emotiva data dal rientro della superstar con il l’1 sulle spalle.
Ma qualcosa ha cominciato a non quadrare fin dal primo turno vinto, non senza sofferenze, 4-2 con i Milwaukee Bucks. Un first round che ha visto Chicago a tratti dominante (vedi gara 1 e gara 6) e sofferente in altri (tutte le altre sfide della serie). Certo, dall’altra parte ci sono anche gli avversari, Middelton, Carter-Williams in grado di accendersi e spegnersi a fasi alterne, e quell’Antetokounmpo al quale gli scienziati del Gioco stanno ancora tentando di assegnare un ruolo preciso sul parquet, ma in ogni caso qualche piccolo campanello d’allarme ha cominciato ad accendersi.
Quella che contro i Bucks è parsa come una percezione, in semifinale di Conference al cospetto dei Cavs si è trasformata in certezza. I Bulls han dovuto fare i conti con tutti i loro limiti, non a caso l’infortunio di Gasol ha pesato notevolmente di più rispetto all’assenza di Kevin Love per i Cavs. Il motivo? Senza il suo apporto l’attacco proprio non ha girato, il tutto si è ridotto ad estemporanei isolamenti di Rose e Butler, poco aiutati da un supporting cast non sempre all’altezza, da Gibson a Hinrich passando per Aaron Brooks e Mike Dunleavy. Gasol per questo gruppo è imprescindibile; è in grado di aprire il campo a ogni sua ricezione in post basso, costringe la difesa a fare una scelta e genera buoni tiri per i compagni, un’autentica ancora di salvezza per una squadra con non troppe bocche da fuoco sul perimetro.
In sua contumacia una pedina come Noah, seppur energico e presente nella sua metà campo, in attacco diventa un giocatore sotto la soglia della normalità (anche i suoi innumerevoli appoggi sbagliati da un centimetro gridano vendetta, ma in questo Gasol c’entra ben poco), mentre Mirotic, giustamente ammirato per la sua più che convincente seconda parte di regular season, ai playoff ha deciso di mandare il suo gemello più scarso, sparendo pian piano dal parquet, togliendo buona parte dell’attacco di cui Chicago aveva disperatamente bisogno.
Lebron e compagni hanno nel complesso rivelato maggior solidità, privi di Love e JR nelle prime sfide sono riusciti a fare di necessità virtù, con il “prescelto” spesso schierato nello spot di numero 4, Irving perfettamente calato nel ruolo di secondo violino e una batteria di lunghi operaia e funzionale al contesto.
Un aspetto che ha inciso sul destino della franchigia della Windy city è però anche quello difensivo. La macchina perfetta messa in piedi da Tom Thibodeau, ammirata nelle ultime stagioni da addetti ai lavori e non, ha perso quello smalto che l’aveva contraddistinta nelle edizioni più recenti dei playoff e che aveva fatto vedere i sorci verdi a più di un avversario (per informazioni chiedere dalle parti di Boston e Miami). Ma in questa edizione 2015 qualcosa si è inceppato e la difesa di Chicago è incappata più volte in disattenzioni non degne di un sistema difensivo rodato come quello orchestrato dal coach del Connecticut, con rotazioni pigre e aiuti sempre meno puntuali. Jimmy Butler ancora una volta l’eccezione che conferma la regola. Il nativo di Houston si è accoppiato con Lebron con una dedizione quasi commovente, cercando sempre di negargli la ricezione e mettendolo in costante difficoltà negli 1vs1. Giudicare la sua difesa dal poco reattivo close out in occasione del buzzer di James sulla sirena di gara 4 non sarebbe intellettualmente onesto, anche perché i Bulls quella partita l’han persa soprattutto perché incapaci di chiuderla prima, con parecchi match point sulla loro racchetta.
Ora il futuro e lì da scrivere, una lunga estate di riflessione e le continue voci su un addio di Thibodeau alla panchina, oltre alla consapevolezza della necessità di rimpinguare le fondamenta del Roster di Jerry Reinsdorf, cui sembra sempre mancare qualcosa per spiccare il decisivo salto di qualità.




