Affrontando il solito inizio ad handicap, fastidiosa consuetudine nella loro storia, i Toronto Raptors hanno ribaltato il corso della serie contro i Milwaukee Bucks, guadagnandosi così l’accesso alle semifinali di Conference contro i Cleveland Cavaliers.
La franchigia del Wisconsin era infatti riuscita a stupire e – per larghi tratti – a dominare nei primi 3 incontri, mettendo alle corde gli avversari dal punto di vista tecnico e psicologico.
Col senno di poi, galeotta fu la dimostrazione di forza di gara 3: quel 104-77 in casa dei Bucks ha risvegliato l’orgoglio canadese, costringendo Dwane Casey a fare un aggiustamento drastico (Norman Powell in quintetto al posto di Jonas Valanciunas), poi rivelatosi decisivo.
Qui Toronto
Dicevamo di gara 3. Il discorso, così come la rimonta, inizia da quella Caporetto del 20 aprile al Bradley Center. I Raptors avevano tremendamente sofferto nei primi due capitoli della serie, perdendo malamente gara 1 e rischiando fino alla fine in gara 2, decisa da una prodezza di Kyle Lowry a 10 secondi dalla fine. L’inerzia era quindi già dalla parte dei giovanissimi Bucks, ma mai nessuno avrebbe osato immaginare una resa simile: -20 a fine 1° quarto, 34% dal campo, 8 punti con 0/8 al tiro per DeRozan. E in principio, in fase di presentazione delle squadre, la musica di Barney (il dinosauro viola idolo dei bambini, avete presente?) ad accompagnare ironicamente l’ingresso dei canadesi.
Una disfatta così umiliante che ha letteralmente smosso le acque altrimenti sempre troppo quiete dell’ambiente. L’animata sessione video prima di gara 4 è stata, a detta di DeMarre Carroll, la miccia che ha riacceso l’orgoglio della squadra. D’altronde, i panni sporchi si lavano in famiglia. Così coach Casey ha deciso di tornare sui suoi passi ‘scongelando’ Norman Powell (19 minuti totali e un DNP nei primi 3 incontri) dal torpore della panchina, concedendogli il posto in quintetto di Jonas Valanciunas, e optando per l’inusuale (almeno dall’inizio) small ball con Serge Ibaka da 5 e Carroll da 4. A tutti gli effetti questa è stata la mossa vincente, con Powell prima chirurgico in gara 4 nei momenti topici del match, e poi dominante in gara 5 (25 punti, 4 rimbalzi e 4 assist in 34 minuti). Alla fine il sophomore in quintetto ha portato in dote 15 punti di media, con il 58% dal campo e – udite, udite – il 100% da 3, frutto di un fantastico 9/9 da oltre l’arco. L’affidabilità di Powell dagli angoli ha inoltre aperto il campo in maniera evidente, favorendo nuove linee di penetrazione per DeMar DeRozan. E proprio DeRozan merita un capitolo a parte: era uno dei protagonisti più attesi e, motivato da quel traumatico 0/8, non ha deluso le aspettative. Il giocatore frustrato dei primi incontri, spesso ridicolizzato da Antetokounmpo, ha lasciato spazio al top player d’inizio stagione: 27.6 punti, 51.7% dal campo, 5.3 rimbalzi e quasi 5 assist a partita negli ultimi 3 atti della contesa. Nella sciagurata gara 6, con i Bucks capaci di rimontare 25 punti a cavallo fra 3° e 4° quarto, ha preso in mano la squadra nel concitato finale segnando un paio di canestri decisivi fuori dai giochi, con tutta la pressione del mondo addosso. Chapeau.
All’orizzonte è in programma contro i Cavs quella che in molti a inizio stagione pronosticavano come possibile finale a Est, una sfida che forse rappresenta ancora oggi un ostacolo insormontabile per i Raptors.
Qui Milwaukee
L’incoscienza, l’entusiasmo e la spensieratezza di un gruppo così giovane di fronte a una squadra sufficientemente esperta e rodata, spesso non bastano. Aggiungiamoci anche il talento, che di certo non manca in casa Bucks. Ma il risultato non cambia: Milwaukee cede dopo 6 gare intense, riuscendo addirittura per qualche ora a dare l’impressione di avere ottime chances di realizzare l’upset. Mi riferisco chiaramente alle 48 ore tra gara 3 e gara 4, momento chiave in cui le sorti di questo inedito 1° turno sarebbero potute definitivamente cambiare. Così non è stato, e i Raptors, una volta ribaltata l’inerzia dalla loro, non hanno più mollato la presa.
Gara 4 si è giocata a ritmi lenti e punteggi bassi, scenario ideale per gli ospiti, che hanno preso 5-10 punti di vantaggio alla fine del 3° quarto e non hanno più permesso ai Bucks di rientrare. Quella prestazione abulica (76 punti totali, 37% dal campo, 61% dalla lunetta) è quasi sembrata figlia della scorpacciata di 48 ore prima; in definitiva i giocatori per la prima volta hanno dato l’impressione di essere sazi, e gli avversari ne hanno immediatamente approfittato. L’impatto di Greg Monroe è decisamente calato tra le prime e le ultime 3 partite della serie (da 16 a 10 punti di media), anche se Kidd non ne ha modificato il minutaggio, dimostrandosi quantomeno impreparato nel trovare valide alternative agli aggiustamenti del suo collega. La small ball dei Raptors è stata quindi la chiave di volta che ha messo in crisi i Bucks, ma che non ha comunque impedito ai ragazzi di coach Jason Kidd di uscire a testa alta da questi playoffs. Il clamoroso parziale di gara 6 (34-7) che aveva portato Milwaukee avanti di 2 (80-78) con 3 minuti sul cronometro, è parso l’ultimo atto di ribellione, entusiasmante e allo stesso tempo commovente, contro quella che, sul +25 Raptors, sembrava essere a tutti gli effetti una lavata di capo non indifferente. In quel frangente sono finite le energie, prima fisiche e poi nervose, e la partita (assieme alla serie) è sfuggita via definitivamente.
I numeri di Giannis Antetokounmpo fanno impressione (24.8 punti, 53% dal campo, 40% da 3, 9.7 rimbalzi e 4 assist in 40 minuti) e se paragonati a quelli che produsse da sophomore nei playoffs di 2 anni fa (11.5 e 7 rimbalzi col 37% al tiro) rendono bene l’idea dell’esplosione tecnica che ha avuto questo prodigio nelle ultime stagioni. Comunque la si voglia vedere, il greco è e continuerà a essere il fulcro di questa franchigia, e mantenendo il giusto nucleo di giocatori al suo fianco (Brogdon, Middleton, Maker e Parker i primi indiziati) si può legittimamente pensare di costruire qualcosa di importante nell’immediato futuro.



