Mitch McGary è nei guai. Ancora. Già famoso per aver ricevuto una squalifica di un anno dalla NCAA per aver violato la politica antidroga, la NBA, per un’altra violazione, lo ha squalificato per le prime 15 partite della prossima stagione, aggiungendone 10 rispetto ad una prima squalifica datata 8 luglio 2016.
Ma quale sarebbe tale violazione? A quanto pare, al buon Mitch piace fumare marijuana.
Nello stesso periodo, Darren Collison è stato denunciato e condannato perché in un qualche momento del 30 maggio ha pensato che picchiare la propria compagna poteva essere una buona idea, e se l’è cavata con una condanna di 20 giorni in carcere, convertiti in 20 giorni a seguire un non bene specificato programma alternativo alla sentenza e uno statement di ferma e forte condanna da parte dei Sacramento Kings, la franchigia per cui gioca, che riassumibile in una frase suona pressappoco così: “Birichino, sarebbe meglio se non lo facessi più”. E la NBA che dice? Per ora nulla, ma a quanto pare una squalifica di 24 partite pare essere in dirittura d’arrivo, come riportato recentemente dalla CBS.
Ora, è evidente che c’è proprio qualcosa che non va.
Urge assolutamente un cambio di regolamento, perché non è possibile che nel 2016 venga riservato lo stesso trattamento, più o meno, ad uno che fuma marijuana e ad uno che mena la propria compagna. Il messaggio in questo caso è: “Tranquilli, è la stessa cosa”. E invece no, e qui entra in gioco il buon senso: perché sì, in tutti e due i casi si tratta effettivamente di reati federali, ma il punto è che la NBA non è organo federale.
Qui la questione può essere dunque diramata in due: prima opzione, lasciamo la sospensione per chi fa uso di marijuana così com’è ma inaspriamo, e molto direi, le punizioni per chi viene giudicato colpevole di aver commesso reati di violenza domestica o comunque reati assimilabili a quest’ultimo, che comunque si differenzino dal primo anche per il semplice fattore “violenza”: giusto per ribadire il messaggio che se picchio qualcuno ledo la libertà di una terza persona, ma che se fumo una canna non faccio del male a nessuno, se non a me stesso. Ribadisco, tutte e due sono reati federali, qui si parla di buon senso. In sintesi, la prima opzione è: va bene, chi fuma marijuana deve essere squalificato per una decina di partite circa (o quello che è), ma un Darren Collison che picchia la sua compagna non lo vogliamo più vedere sui parquet per almeno una stagione; differenziamo dunque uno che fa del male ad una persona ad uno che invece, se fa del male a qualcuno, lo fa solo e unicamente a sé stesso.
La seconda opzione è invece la seguente: la NBA dovrebbe magari iniziare a chiudere un occhio verso chi consuma marijuana e concentrarsi unicamente su chi commette reati violenti (ripeto: uso del buon senso), magari con punizioni meno aspre verso chi commette reati di quel tipo ma iniziando a sviluppare programmi che sensibilizzino di più sia i giocatori che l’opinione pubblica verso questa problematica sociale che in questi ultimi anni si sta allargando in maniera preoccupante: in sintesi, un Mitch McGary in campo nella season opener, un Darren Collison che salta mezza stagione e nel frattempo segue veri e propri programmi riabilitativi per evitare che ricaschi ancora nello stesso errore. Una proposta di questo tipo sarebbe anche in linea con la rivoluzione culturale che si sta sviluppando in questi anni nei confronti della marijuana, dove già alcuni stati (il più famoso esempio è il Colorado, ma anche l’Alaska) ne hanno legalizzato l’uso a scopo ricreativo, ed altri probabilmente seguiranno la stessa strada a breve (vedi la California).
Personalmente io propenso per la seconda ipotesi, e ci sono due lati da cui può essere spiegato il perché:
- Lato tecnico/medico: fumare marijuana non dà nessun vantaggio per nessuna prestazione sportiva in generale. È vero, la prospettiva di vedere LeBron giocare dopo che ha fumato una canna è molto allettante, ma non penso che possa essere un bello spettacolo vedere King James vagare per il campo con aria persa a cercare di capire il da farsi, per poi abbandonare l’intento, sedersi in panchina, e andare in fissa su uno di quei bicchieri di carta della Gatorade.
Si può anche dire che generalmente la marijuana ha un effetto rilassante, quindi potrebbe essere usata per sentire di meno la pressione in partite importanti: ciò in realtà non è sempre vero, in alcuni casi fumare fa diventare paranoici ed eccessivamente ansiosi. Conclusione: fumare marijuana non comporta vantaggio alcuno, e quindi, perché vietarla?
Attenzione, non si sta dicendo che la marijuana fa bene e men che meno si sta incitando a usarla. Ma proviamo a sostituire “marijuana” con “grossa torta al cioccolato”: se un giocatore NBA si mangia una torta al cioccolato prima di una partita, cosa gli si può dire? “Guarda, non è molto indicato per quello che fai”. E basta. Glen Davis non è stato squalificato perché ha mangiato il tacchino del giorno del ringraziamento tra il primo e il secondo tempo di un Orlando-Philadelphia. Lo stesso dovrebbe essere per la marijuana: non è indicata per chi fa sport, ma se la si vuole consumare sono fatti dell’atleta stesso, a cui probabilmente non interessa se le prestazioni calano ed ha il fiatone dopo un contropiede.
- Lato sociale: “Un atleta è un modello per i giovani e non dovrebbe tenere certi comportamenti diseducativi”, che potremmo anche interpretare come “Darren Collison non menare la tua compagna perché si è dimenticata di metterti la salsa barbecue nella pasta”. A parte gli scherzi, purtroppo si è ancora convinti che un fumatore sia assolutamente un modello da non seguire mentre un condannato per violenza domestica è magari vittima di un momento di debolezza (cosa cito a fare il tormentone delle stragi famigliari “Era una brava persona, mi salutava sempre”, come se i killer e gli stronzi non salutino nessuno per strada).
Quindi, ci sono “modelli per giovani” ben peggiori di un atleta a cui ogni tanto piace farsi una canna: per rimanere negli Stati Uniti e spostandoci nell’ambito musicale, Kurt Cobain era un grandissimo artista quanto eroinomane di prima categoria, è stato simbolo di una generazione ed è oggettivamente un modello ben peggiore rispetto al povero Mitch McGary.
Che poi sarebbe ora che le persone (i giovanissimi in particolare) iniziassero a pensare con la loro testolina piuttosto che attaccarsi all’uno o all’altro VIP (atleti o chi per essi), pendendo dalle loro labbra ed emulandoli in tutto e per tutto, convinti che siano portatori di verità assoluta: tra l’altro così si caricano di responsabilità persone normalissime che questa responsabilità se la ritrovano tra le mani senza sapere cosa farsene e, soprattutto, senza averla richiesta.
Cosa fare, dunque?
Innanzitutto diminuire la pena per chi consuma la marijuana nella Lega, ma soprattutto iniziare a prendere provvedimenti più seri verso chi commette reati violenti, con anche programmi per sensibilizzare e riabilitare chi ci casca ancora, o comunque un qualcosa che lanci il messaggio: “Fumare marijuana è ben diverso dal picchiare la tua compagna, ed è molto peggio se fai la seconda cosa rispetto alla prima”.
Si tratta semplicemente di buon senso.

