L’hype come al solito è schizzato fino alle stelle, nell’aria si sente la trepidazione, si respirano le tante aspettative e nelle menti dei tifosi navigano le speranze, i sogni. Il tempo di una nuova entusiasmante stagione NBA è arrivato, così come logicamente anche quello di gioire per la ripresa delle ostilità. Eppure manca qualcosa, o meglio qualcuno. Più di qualcuno. Già, questa sarà un’annata molto particolare per gli appassionati della palla spicchi, vecchi o giovani, esperti o dilettanti: per la prima volta non scenderanno in campo Kobe Bryant, Tim Duncan e Kevin Garnett. Tre cestisti normalissimi, tre tipi qualsiasi che nella lega hanno lasciato un piccolo segno. E che sarà mai! Il tempo scorre, i giocatori vanno e vengono, i cicli finiscono e ricominciano.
Ok, era per sdrammatizzare, perchè i più sensibili (e non solo) non hanno ancora digerito questi tre ritiri eccellenti.
Con una lettera pubblicata su ‘The Player’s Tribune’ il 29 novembre 2015, il Black Mamba annunciò l’addio al suo grande amore sportivo e di conseguenza quello ai Los Angeles Lakers. L’animo e l’atteggiamento non sono stati intaccati col passare degli anni. Il fisico invece sì, logorato a causa di un’attentissima ed estenuante etica del lavoro e soprattutto dai gravi infortuni accorsi sul viale del tramonto. Il farewell tour non è servito solo per omaggiare la leggenda numero 24, ma anche per distogliere l’attenzione dal disastrato andamento della franchigia gialloviola, causa errori dirigenziali e tecnici. Sta di fatto che Bryant, personaggio amato ed odiato allo stesso tempo, ha trovato una giusta accoglienza e quel rispetto che si tributano ai più grandi. E l’amore riservatogli praticamente da tutti l’ha ripagato con una prestazione da 60 punti nella sua ultima partita della carriera, contro gli Utah Jazz.
Lacrime e saluti, standing ovation ed elogi: il Black Mamba è tornato nella sua tana, sicuramente dopo aver spiegato ai giovani Lakers i benefici di avere una ‘mentality‘ come la sua.
“Come un pugno nello stomaco”. Questo è stato il colorito paragone che ha utilizzato Gregg Popovich per definire il ritiro di Tim Duncan. Un ritiro in punta di piedi. Di certo non meno doloroso. Un’attenta, lunghissima, non facile riflessione. Poi la decisione di svestire la casacca neroargento e di interrompere solo temporaneamente il rapporto viscerale con i San Antonio Spurs. Sì, perchè The Big Fundamental non ha perso tempo e da bordocampo ha seguito il training camp della squadra. Perchè quel filo che lo collega ai texani non verrà mai tagliato, da niente e da nessuno.
Sicuramente sarà un colpo non vederlo in mezzo al pitturato ad eseguire i suoi enciclopedici movimenti, farà un certo effetto vedere Tony Parker e Manu Ginobili giocare senza averlo accanto, tutta via senz’altro tramerà nell’ombra, a dar consigli a Kawhi Leonard e compagni. Da buon profeta continuerà a predicare la Spurs Culture, di cui è stato probabilmente il rappresentate più prestigioso.
Schietto, irascibile, tosto, coriaceo, rivoluzionario. Semplicemente Kevin Garnett, abile con le parole ed ancora di più con i fatti: salito alla ribalta come one man show con i suoi Minnesota Timberwolves, ha chiuso la carriera proprio con la squadra che lo aveva scelto nel draft 1995, dopo aver vinto un titolo coi Boston Celtics ed aver trascorso due stagioni (da dimenticare) coi Brooklyn Nets. Simbolo dei trash talker e giocatore unico nel suo genere, ha detto addio a 40 anni suonati, perchè era arrivato il momento giusto, perchè non ce la faceva più: Karl-Anthony Towns, Andrew Wiggins e Zach LaVine si possono dire fortunati per aver partecipato al duro apprendistato di KG. E molti si possono dire fortunati invece per aver assistito alle prodezze di un antieroe controverso e spietato.
Mancheranno, eccome se mancheranno. No, non è il solito e smodato attacco di nostalgia, semplicemente bisogna dire che è dura, per tutti, attestare come gli idoli di sempre, prima o poi, debbano farsi da parte. Succede e succederà ancora. Per questo, meglio guardare avanti, senza malinconia addosso e con il sorriso sulle labbra.




