Il mese scorso, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta alle ragazze e alle donne transgender di partecipare a competizioni sportive femminili.
“Non permetteremo agli uomini di picchiare, ferire e imbrogliare le nostre donne e le nostre ragazze. D’ora in poi, gli sport femminili saranno solo per le donne” ha detto il presidente tramite un annuncio ufficiale. Nel suo discorso, Trump ha sottolineato l’effetto della sua decisione sulle scuole K-12 e sulle università che ricevono aiuti e fondi economici federali per questo tipo di studenti, che si tramutano in alcuni piccoli vantaggi (come ad esempio il pranzo gratuito o a prezzo ridotto in mensa, oppure ancora i servizi di educazione speciale) e sono soggetti al Titolo IX, legge che prevede la prevenzione di discriminazione di genere nell’istruzione.
“Stiamo avvisando tutte le scuole che ricevono i soldi dei contribuenti che, se lasciate che gli uomini prendano il controllo delle squadre sportive femminili o invadano i vostri spogliatoi, sarete indagati per violazione del Titolo IX e rischierete di perdere i finanziamenti federali. Non vi saranno più concessi” ha dichiarato. “Con questo ordine esecutivo, la guerra allo sport femminile è finita”.
Il procuratore generale dell’Arkansas, Tim Griffin, che ha partecipato alla cerimonia di firma, si è mostrato d’accordo con l’ordine esecutivo.
“Le ragazze meritano l’opportunità di praticare sport senza dover competere con persone biologicamente nate uomini” ha dichiarato in un comunicato. “Questo ordine esecutivo è un passo importante verso questo obiettivo e non vedo l’ora di parlare con l’Amministrazione Trump per metterci al lavoro e assicurare al Paese che le nostre ragazze e donne abbiano tutte le opportunità garantite loro dal Titolo IX”.
Beth Parlato, consulente legale senior dell’Independent Women’s Forum, uno dei gruppi che sostengono il divieto, ha affermato che, sebbene l’ordine riguardi chiaramente le squadre sportive delle scuole e dei college, il suo linguaggio più ampio comunica che la politica generale degli Stati Uniti è quella di non permettere agli “uomini” (che volete farci, si ostinano a non usare i termini corretti, non ce la fanno proprio) di accedere agli sport femminili. “Credo che anche altri seguiranno il nostro esempio” ha affermato. Noi invece speriamo di no, ma questo è un altro discorso.
In ogni caso, ciò che ha detto non è del tutto falso. Perché, mentre Trump e i suoi sostenitori a parole si sono concentrati sulle scuole, nei fatti l’ordine esecutivo è andato ben oltre, estendendosi sia agli organi e alle associazioni sportive sia alle atlete straniere che verranno a competere negli Stati Uniti e nel Comitato Olimpico Internazionale.
Shiwali Patel, senior director del National Women’s Law Center, che si è opposta al divieto, ha infatti dichiarato che non si aspettava l’ordine avesse un impatto così ampio.
“Sembra che abbiano inserito tutto ciò che potevano per garantire che il loro attacco raggiungesse tutti i livelli dello sport” ha detto, visibilmente preoccupata. “Si sta usando questa ampia legge sui diritti civili come arma, e la si sta capovolgendo per richiedere la discriminazione di un gruppo di studenti già vulnerabile”.
L’ordine esecutivo solleva infatti domande molto pesanti. Innanzitutto, quali atlete e organizzazioni sportive saranno interessati? Il governo come applicherà la sua politica? E qual è il margine di rischio?
Proviamo a rispondere insieme, punto per punto.
La decisione del presidente Trump: ma come ci siamo arrivati?
Partiamo dall’inizio.
Le polemiche sugli atleti e atlete transgender trovano origine nel 2017, quando Mack Beggs, un ragazzo trans, ha vinto il campionato distrettuale di wrestling femminile, accedendo alle qualificazioni statali del Texas. Beggs avrebbe poi vinto anche quella selezione, difendendo il titolo nella stagione successiva.
Nello stesso anno, Andraya Yearwood, una ragazza transgender del Connecticut, ha vinto il campionato statale di atletica leggera femminile, diventando così fonte di ispirazione per chi voleva intraprendere lo stesso percorso.
L’Alliance Defending Freedom ha però presentato una denuncia nell’estate del 2019, sostenendo che la politica inclusiva dell’Associazione delle scuole superiori dello Stato violava il Titolo IX. L’ADF ha poi presentato un’azione legale federale il 12 febbraio 2020, lo stesso giorno in cui la rappresentante dello Stato dell’Idaho Barbara Ehardt ha introdotto l’HB 500, la prima legge che vieta esplicitamente e categoricamente alle ragazze e alle donne transgender di praticare sport femminili negli istituti scolastici e universitari. L’ADF ha svolto un’attività di consulenza su tale proposta di legge.
Successivamente, altri 8 Stati hanno seguito l’esempio dell’Idaho, e hanno approvato leggi simili nel 2021. Nel dicembre di quell’anno, Lia Thomas, atleta transgender che nuota nella squadra femminile della Penn, ha battuto i record del Paese nei 200 e 500 metri stile libero. In precedenza, la Thomas aveva nuotato per 3 stagioni nella squadra maschile, nonostante si stesse già sottoponendo alla soppressione di testosterone durante una di esse. Ma è stata la sua ammissione nella squadra femminile a portare l’attenzione nazionale sul tema.
Nel 2023, sotto l’Amministrazione Biden, il Dipartimento dell’Istruzione ha pubblicato una proposta di regolamento che avrebbe vietato alle scuole di adottare divieti generalizzati per gli atleti e atlete transgender che vogliono partecipare a squadre in linea con la loro identità di genere, lasciando però attiva la possibilità di limitare la partecipazione in base al grado scolastico, allo sport e al livello di competizione per garantire l’equità e prevenire gli infortuni.
Secondo il Dipartimento, per gli studenti che frequentano la scuola elementare non ci sono problemi, perché gli sport a quel livello sono incentrati sulla “costruzione del lavoro di squadra, della forma fisica e delle abilità di base”. Quando gli studenti diventano più grandi e la posta in gioco si fa più alta, in particolare al liceo e all’università, dove le questioni di equità diventano un fattore più importante, le scuole possono stabilire alcuni criteri che limitano la partecipazione di alcuni studenti.
Entro il 2024, il numero di Stati che hanno però approvato leggi che impediscono del tutto alle ragazze e alle donne transgender di partecipare è salito a 25. Riley Gaines, attivista anti-transgender, ha persino intentato una causa contro l’NCAA, che è attualmente ancora in corso. La segnalazione della presenza di un’atleta transgender nella squadra femminile di pallavolo della San Jose State University ha provocato l’abbandono del campionato da parte di 5 squadre, tra cui 4 della Mountain West Conference. Gli atleti e un assistente allenatore della SJSU hanno presentano una contro-causa.
L’argomento è diventato però una questione ancora più importante con l’arrivo delle elezioni presidenziali del 2024, dopo che i repubblicani hanno speso centinaia di milioni di dollari in annunci pubblicitari per criticare Kamala Harris e i democratici, sostenitori dei diritti della comunità LGBTQ+, compresi gli atleti. A dicembre, il Dipartimento dell’Educazione ha ritirato la sua proposta di regolamento, e recentemente ha annunciato l’avvio di indagini sul Titolo IX in 2 università americane e in un’associazione sportiva di scuola superiora, in cui avrebbero gareggiato atleti transgender. L’applicazione di tale legge spetta al governo federale, amministrato dall’Ufficio per i diritti civili del Dipartimento, che quindi ha la facoltà di indagare sulle presunte violazioni e di trattenere i finanziamenti federali. L’applicazione delle leggi di divieto spetta invece, per ora, ancora alle singole scuole e distretti. Alcuni Stati hanno messo in atto un procedimento che consentirebbe a una scuola di contestare l’idoneità di uno studente.
Jason Miyares, procuratore generale della Virginia, ha detto che gli Stati possono anche indagare sulle violazioni basate sulle leggi anti-discriminazione, e ha citato un’indagine in corso sul Roanoke College, un’università privata in cui una donna transgender ha chiesto di passare dalla squadra di nuoto maschile a quella femminile, suscitando l’opposizione delle eventuali future compagne di squadra. Per quanto riguarda le conseguenze imposte dallo Stato per la violazione del divieto, per il momento si parla di sanzioni finanziarie.
Quando si fa invece riferimento agli organi di governo di discipline sportive specifiche, l’ordine esecutivo invita i procuratori generali degli Stati a identificare le migliori pratiche per definire e applicare le pari opportunità per le donne che vogliono partecipare. Resta da vedere in che modo gli Stati intendano far rispettare il divieto per gli atleti al di fuori dell’ambiente scolastico, sopratutto negli sport professionistici. Ma è tutto già abbastanza complesso anche così, quindi quella questione lasciamola per un attimo da parte.
Per quanto riguarda l’applicazione delle restrizioni contro gli atleti internazionali, invece, il nuovo ordine firmato da Trump stabilisce che il Dipartimento di Stato e la Sicurezza Nazionale si debbano occupare dell’esame delle domande di visto, con l’obiettivo di impedire l’ingresso nel Paese nella misura consentita dalla legge. Trump ha specificato che questo divieto si applicherà anche in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles 2028.
Secondo uno studio dell’UCLA Williams Institute, solo lo 0.5% della popolazione statunitense sopra i 18 anni si identifica come transgender, e la percentuale di chi pratica sport è ancora inferiore. Ma la questione, ahimè, non tocca solo lo sport.
Le reazioni del mondo dello sport
Vari medici hanno intentato cause per contestare l’iniziativa di Trump, protestando soprattutto contro il blocco dei finanziamenti per le cure e contro il divieto di accesso nell’esercito. Secondo l’Associated Press, gli avvocati per i diritti civili che si occupano di queste cause hanno sostenuto che gli ordini di Trump oltrepassano la sua autorità presidenziale, violando le protezioni costituzionali e le leggi adottate dal Congresso degli Stati Uniti.
Ma la risposta dell’ambito principale toccato dalla questione, non ha certo tardato ad arrivare.
L’NCAA ha infatti annunciato l’aggiornamento delle regole per gli atleti transgender, appena un giorno dopo aver dichiarato che si sarebbe conformata all’ordine esecutivo.
La NCAA ha adottato per la prima volta una politica che regola la partecipazione degli atleti transgender nel 2010, fornendo un percorso di partecipazione alle donne e agli uomini trans in conformità con la loro identità di genere. Ha emendato la sua politica il 19 gennaio 2022, rendendola specifica per ogni sport, come stabilito dall’organo di governo nazionale di ogni disciplina, dalla federazione internazionale o dallo standard olimpico del 2015.
L’organizzazione richiedeva alle donne transgender di presentare la documentazione di vari accertamenti ormonali, compresi i livelli di testosterone, al Comitato NCAA per le garanzie agonistiche e gli aspetti medici dello sport. La commissione di revisione medica del comitato ne determinava l’idoneità. Tale politica era stata chiamata “approccio sport per sport”, perché allineava la partecipazione degli studenti-atleti transgender alle politiche del Comitato Olimpico Paralimpico degli Stati Uniti e del Comitato Olimpico Internazionale.
Per la pallacanestro, l’NCAA si rifaceva alla guida olimpica del 2015 per determinare la soglia di testosterone ammissibile, che è inferiore a 10 nanomoli per litro.
Ma ora le cose sono cambiate. Con gli aggiornamenti delle varie regole, per gli sport maschili ci sono pochissime restrizioni. C’è apertura alla partecipazione di atleti nati donne che assumono testosterone, purché completino un processo di esenzione medica. Per gli sport femminili, invece, cambia tutto. Una donna trans può allenarsi solo con la squadra del suo genere biologico, quindi una squadra maschile.
“Un individuo nato maschio non può allenarsi in una squadra femminile e ricevere i benefici applicabili agli studenti-atleti” afferma la nuova politica della NCAA. “La dirigenza della Division I sta pianificando l’adozione di limiti di posto a roster e di assegnazione delle borse di studio. Le nuove politiche sono ancora in fase di sviluppo. Un individuo nato donna, che abbia iniziato una terapia ormonale per il cambio di sesso, non può gareggiare in una squadra femminile. Se si verifica tale situazione, la squadra sarà soggetta alla legislazione NCAA sulle squadre miste e non sarà più eleggibile per i campionati femminili”.
La NCAA ha poi aggiunto che alle università resta l’autonomia di sviluppare le proprie regole, ma che quelle federali, locali e statali sostituiscono quelle dell’organizzazione. Il presidente Charlie Baker ha infatti dichiarato che la modifica fornirà standard “chiari, coerenti e uniformi” in linea con le nuove decisioni di Trump, “invece di un mosaico di decisioni giudiziarie contrastanti”. Anche il deputato repubblicano Andy Ogle ha lodato questo aggiornamento, dicendo: “Basta uomini biologici negli sport femminili”.
Nancy Armour, giornalista sportiva di USA Today, ha invece affermato che la NCAA ha perso “buon senso e spina dorsale”, mentre secondo Marcelle Afram, attivista per i diritti dei transessuali “si tratta di un palese attacco ai diritti dei trans e alimenta la guerra culturale dell’isteria anti-trans. È un altro evidente tentativo di controllo, emarginando ulteriormente una comunità già vulnerabile”.
“I nostri cuori si spezzano per i giovani trans che non saranno più in grado di conoscere la gioia di praticare sport nella loro forma più completa e autentica” recita invece un comunicato di Athlete Ally, gruppo che sostiene gli atleti LGBTQ+. ”Sapevamo da tempo che questo giorno sarebbe probabilmente arrivato, poiché questa amministrazione continua a ricercare soluzioni semplici a problemi complessi, spesso generando ostilità nei confronti delle comunità più emarginate del nostro Paese”.
Per molti atleti transgender che aspirano a diventare professionisti o a qualificarsi per eventi come le Olimpiadi, l’ordine esecutivo di Trump e la decisione della NCAA rappresentano due ostacoli considerevoli, che impediscono loro di proseguire nella loro carriera.
Taylor Rey Narvasa, ex pallavolista dell’Università di Washington ha dichiarato: “Non è stata una sorpresa, ma c’è una differenza tra il dolore anticipato e il dolore presente. Mi ha fatto sentire malissimo sapere che la mia identità di genere e la mia esistenza vengono discusse ogni giorno, e che la retorica non fa che intensificarsi. Mi considero una persona forte, ma anche per me è incredibilmente difficile. Non riesco a immaginare cosa significhi per i ragazzi di oggi, che vogliono solo praticare sport. E il fatto che il bersaglio siano solo le donne trans e non gli uomini trans è già di per sé un segnale di allarme”.
Per Meghan Alexandra Cortez, ex nuotatrice del Ramapo College del New Jersey: “Trump ha fatto esattamente quello che aveva detto di voler fare. E così si è completamente isolati. Il successo non viene mai attribuito al duro lavoro o all’atletismo, ma semplicemente al fatto di essere trans. Anche se potessi continuare esiterei, non ne vale la pena. I miei ricordi più belli sono legati allo sport, in cui potevo essere me stessa e fare ciò che amo. Ora, altri non potranno fare questa esperienza”.
In tutto ciò, Andrew Parsons si è detto contrario a soluzioni generalizzate per le politiche di partecipazione dei transgender. Il presidente del Comitato Paralimpico Internazionale ha dichiarato: “Una cosa importante per noi è proteggere la categoria femminile. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che c’è un numero crescente (ma dove poi, ndr.) di atleti transgender che vorrebbe competere al più alto livello possibile. Quindi, il modo in cui possiamo mettere insieme tutto questo è una sfida, e credo che la scienza sia la risposta, ma non penso che sia possibile una soluzione generalizzata perché credo che gli sport siano diversi. Ne esistono vari misti, come l’equitazione, ma non credo in soluzioni generiche per una cosa così complicata”.
Attualmente il Cio e il Comitato Paralimpico Internazionale consentono ai singoli sport di stabilire le proprie regole in materia, e solo l’atletica ha vietato alle donne transgender di gareggiare nella categoria femminile degli eventi internazionali. Tuttavia, secondo le regole della World Para Athletics, una persona legalmente riconosciuta come donna può gareggiare nella categoria per cui la sua menomazione la qualifica, tanto che alle Paralimpiadi di Parigi 2024 Valentina Petrillo è stata la prima atleta transgender a gareggiare. Secondo Parsons, per Los Angeles 2028, invece: “Abbiamo ancora 3 anni di tempo, spetta a ogni federazione internazionale prendere queste decisioni e ci assicureremo che tali regole possano venir rispettate. Si tratta di una questione operativa, dobbiamo capire come possiamo lavorare con le decisioni che verranno prese”.
Questione solo genetica o anche sociale?
Insomma, la situazione è complessa e i pareri contrastanti. Il che rende il tutto estremamente contorto. Conviene dunque fare un po’ di chiarezza.
Innanzitutto, va ricordato che “trans” è un’abbreviazione usata solitamente per accorciare due parole simili, che hanno un significato un po’ diverso.
Il termine “transgender” indica le persone che non identificano la propria identità di genere con il proprio sesso, ma con quello opposto. Come spiega l’Istituto superiore di sanità, il sesso di una persona è definito da un insieme di caratteristiche biologiche con le quali una persona nasce, tra cui i cromosomi sessuali (X e Y), le gonadi (testicoli e ovaie) e i genitali. Il genere di una persona, che non va confuso con il suo sesso, si riferisce alle caratteristiche definite socialmente e che distinguono il maschile dal femminile. Vale a dire norme, ruoli e relazioni tra individui definiti come uomini e donne. Così, l’identità di genere è definita come il senso intimo e profondo di appartenenza a un genere: femminile, maschile o altro. Di conseguenza, può o meno corrispondere al sesso.
L’aggettivo “transessuale”, a differenza del termine transgender, indica le persone che hanno iniziato o si sono sottoposte a un percorso di transizione da un sesso all’altro, per esempio attraverso un’operazione chirurgica.
Il dibattito per quel che concerne la transessualità non riguarda il caso del passaggio da donna a uomo, che dà evidentemente meno “problemi” di equità competitiva e lealtà agonistica, quanto nel suo contrario, cioè da uomo a donna. Secondo alcuni, ammettere le donne transgender nelle competizioni sportive femminili significa dare loro un vantaggio eccessivo nei confronti delle donne assegnate come tali alla nascita, ovvero cisgender. Stesso discorso per le persone iperandrogine (cioè che producono già naturalmente una quantità di testosterone oltre la norma) e intersex (che fin dalla nascita mostrano caratteri sessuali primari e secondari, non univocamente riconducibili a un solo genere).
Ma è davvero così? Molto semplice. No.
I livelli di testosterone delle donne trans sono simili a quelli delle donne cis. Il 95% delle donne cisgender ha un livello di tale ormone inferiore a 2 nanomoli per litro. E su quasi 250 donne trans, il 94% di loro resta al di sotto di 2 nanomoli per litro. È vero, i livelli di emoglobina sono solitamente più alti negli uomini, il che consente un maggiore scambio di ossigeno a livello muscolare , e questo conferisce maggiore resistenza. Ma i livelli di emoglobina seguono il testosterone. Entro poche settimane dall’inizio della soppressione del testosterone, i livelli dell’ormone rientreranno nelle norme femminili, e dopo un po’ di tempo (3/4 mesi dopo) sarà così anche per l’emoglobina. In sostanza, man mano che le donne trans sostituiscono i loro globuli rossi per via dei nuovi livelli di testosterone più bassi, avranno un’emoglobina più bassa e la loro resistenza ne risentirà. La massa magra e la forza sono invece meno influenzate dell’emoglobina, ma anche prima di iniziare la terapia ormonale le donne trans erano sostanzialmente meno “forti” degli uomini cis.
Dunque, anche se la forza fisica si basasse solo sui livelli di testosterone, il discorso non avrebbe più senso. Considerando che invece nemmeno è così, si tratta di una polemica che non ha più senso di esistere. Anche perché ci stiamo dimenticando che ci sono varie sindromi tipicamente femminili (es. ovaio policistico) che comportano la presenza di livelli più alti di testosterone nel sangue. E, fidatevi, non portano a nessun vantaggio fisico (sì, parlo per esperienza). Dunque, chi sostiene la partecipazione delle donne trans alle gare internazionali lo fa sulla base di evidenze empiriche. E anche il Cio, che negli ultimi anni ha cercato di dirimere la questione, nel 2023 è stato salomonico, quando ha sancito l’assenza di presunzione assoluta di vantaggio competitivo sia nel caso di atlete trans, sia intersessuali, sia iperandrogine.
Il vero problema, quindi, è rappresentato da chi vorrebbe astrarre il discorso dalle semplici caratteristiche medico-biologiche e ne fa un discorso sociale.
Basi pensare al fatto che, in alcuni casi, si ricorre ancora ai cosiddetti processi di “sex verification”, cioè verifica dell’effettivo genere di appartenenza. Le modalità sono cambiate negli anni, nei contesti e a seconda delle discipline sportive, ma possono andare dalla semplice consegna di certificati medici all’esame dei genitali, passando per test ormonali e cromosomici. Nella storia lo si è praticato a tutti quegli atleti sospettati di non essere quello che dichiaravano, ed è ritenuta da molti una pratica invasiva, irrispettosa e poco etica. Eclatante, a riguardo, fu il caso di Caster Semenya, atleta sudafricana nella corsa di mezzofondo che, dopo la sua vittoria nei Campionati mondiali del 2009, è stata obbligata a sottoporsi a un test ormonale, dal quale è emersa la sua condizione di intersessualità.
Le prospettive future per la comunità transgender
Ed è proprio dalla questione sociale che nasce il malessere del popolo americano.
I transgender negli USA temono l’Amministrazione Trump, che prende di mira la comunità tanto da impedire le cure mediche per l’affermazione del genere e i passaporti che riconoscono la loro identità.
In molti stanno pianificando la fuga dal Paese, oppure lo hanno già fatto. Stanno risparmiando, mettendo in ordine i documenti, valutando opzioni di lavoro all’estero e persino chiedendo asilo altrove.
L’aumento della paura segna una sorprendente inversione di tendenza per i diritti queer negli Stati Uniti, ma anche per la posizione della nazione come rifugio nel mondo per la comunità LGBTQ+. Solitamente, chi fa parte di questa minoranza fugge verso gli Stati Uniti, non da essi. Non è mai stato facile, ma le persone che hanno rischiato aggressioni, l’arresto o addirittura la morte nei loro Paesi d’origine, a causa della loro identità, hanno chiesto asilo negli Stati Uniti fin dagli anni ’90. Uno studio del 2021 del Williams Institute presso l’UCLA Law ha rilevato che, tra il 2012 e il 2017, i membri della comunità LGBTQ+ provenienti da 84 Paesi hanno presentato agli USA 3.899 richieste di asilo.
Ora, invece, l’American Civil Liberties Union, che sta sfidando le politiche sui passaporti dell’Amministrazione Trump, ha dichiarato di essere stata contattata da più di 1.500 persone transgender o dai loro familiari preoccupati. I sostenitori della comunità affermano che le politiche anti-trans del governo federale stanno portando alla normalizzazione dei pregiudizi nei confronti delle persone transgender. Inoltre, affermano che tra i giovani si è registrato un drammatico aumento di depressione, autolesionismo e pensieri suicidi.
Il giorno successivo alle elezioni del 5 novembre, il Trevor Project, un’organizzazione no-profit dedicata alla prevenzione dei suicidi LGBTQ+, ha registrato un aumento del 700% dei contatti con la sua linea telefonica per le crisi di salute mentale.
Questo periodo storico, insomma, sta mettendo a rischio i giovani trans e non-binari, oltre che le loro famiglie. Sta solo a noi, come ha detto anche Brian Bond (amministratore delegato della PFLAG National, un’organizzazione LGBTQ+ che sostiene la causa), scegliere cosa fare. Sopportare o non farlo? Perché, anche se le persone colpite da questi divieti sono poche, il rischio che tali misure creino un clima discriminatorio e intollerante è molto alto. E tutto ciò va ben oltre il solo ambito sportivo.
