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Maccabi rises

di Luigi Ercolani

Il Maccabi Tel-Aviv sta tornando ai livelli a cui ha abituato nel nuovo millennio, dopo tre anni nefasti: la sua stagione lascia ben sperare tutti gli appassionati di questa squadra storica del basket mondiale.

“Tutto diviene eccessivo in questo dedalo di viuzze fatto non per trovare il proprio itinerario, ma per perderlo, in questi budelli dove, invece di circolare, si finisce per sbattere l’uno contro l’altro”. Eric-Emmanuel Schmitt nel suo libro “Il vangelo secondo Pilato” fa pronunciare queste parole al proprio protagonista.

Nella fattispecie l’autore intende Gerusalemme, ma per metonimia il discorso potrebbe essere esteso all’intero Israele, anche ai giorni nostri. Un eccesso che tocca il popolo, lo stato, le istituzioni. Tra queste, anche il Maccabi Tel-Aviv.

Sigla.

Maccabi Tel-Aviv: il conforto nonostante numeri non eccezionali

Il Maccabi finora sta vivendo una stagione deludente se parametrata ai periodi d’oro della squadra nel nuovo millennio (2002-2006 e 2010-2014) ma di grande valore se confrontata con quelle recenti. Gli esperimenti di Goodes, Tabak ed Edelstein non sono stati fruttiferi, così semplicemente, come insegna il passato prossimo del Maccabi per tornare grandi si è pensato di rivolgersi verso l’antico.

Dopo i ritorni di Gershon e Blatt è stata quindi la volta di Neven Spahija, che aveva guidato l’Onda Gialla nella sola stagione 2006-2007, prendendo il posto del Pini 2.0 ma non riuscendo a ripeterne le gesta fuori dai confini nazionali, pur conquistando il titolo casalingo.

Dieci anni dopo la separazione, le strade del coach croato e del Maccabi si sono ricongiunte. Con qualche medaglia in più nel curriculum, leggasi un titolo spagnolo (Baskonia 2008), una Eurocup (Valencia 2010) e un campionato turco (Fenerbahçe 2011).

In tutti questi casi, stranamente, gli allori raggiunti hanno portato presto a un’interruzione dei lavori, come se le motivazioni e/o la curva di rendimento avessero già raggiunto il culmine, non potendo che calare.

Forse paradossalmente o forse no, l’esperienza più lunga alla guida di un club per Spahjia è stata quella da assistente in NBA, agli Atlanta Hawks sotto coach Budenholzer. Tre anni dietro le quinte, ad apprendere nella lega dei migliori.

Al Maccabi Tel-Aviv, dopo le vacche magre viste dal 2014 in qua, non ci hanno pensato due volte prima di bussare nuovamente alla porta del croato, e dopo lo smacco di aver visto il titolo nazionale migrare a Gerusalemme non gli sarà parso vero di sentirsi dire “Entrate, parliamo”.

Com’è, come non è, la squadra del popolo di Israele ha ripreso faticosamente ma in modo continuativo i binari che le erano consoni. È tornato Spahija, è tornato il lungo atletico Alex Tyus, è tornato il mobile 4 Jake Cohen, è tornato… Guy Goodes come assistente, perché evidentemente, come raccontava Jasikevicius nella sua autobiografia, il Maccabi è davvero una famiglia.

A Tel-Aviv i migliori è un pezzo che non atterrano, il budget nel 2016/2017 era il quintultimo dell’Eurolega e questo vuol dire molto. Però il colore verde conta fino ai tavoli di notai e banchieri, poi iniziano gli uomini in campo e lì si vede di che pasta è composta una squadra.

Maccabi Tel-Aviv foto-efes-istanbul

Maccabi Tel-Aviv

Quella del Maccabi Tel-Aviv è vera, e la posizione che occupa a ridosso dell’ultimo posto per la post season è un segnale chiaro. Il gioco è tornato veloce come ai tempi di Gershon, ma gli interpreti sono un po’ sotto per cui capita che ci siano momenti di bottom-up pazzeschi e, repentinamente, altri di inverecondo top-down.

È una squadra che corre, il Maccabi, sia in attacco per guadagnare terreno e secondi che in difesa per recuperare l’avversario in cavalcata solitaria. Norris Cole è la lama nella difesa avversaria, Roll l’esecutore dalla distanza, Thomas le spalle in post basso, Parakhouski la montagna (bielo)russa, Tyus il velocista ideale da mandare sotto canestro.

E allora, a questo punto, possiamo dire che forse è tornato il Maccabi. State in orecchio.

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