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Three Points – Tanking Edition

di Stefano Belli

La corsa ai playoff NBA si fa sempre più agguerrita. Con una classifica molto ‘corta’ in entrambe le Conference, ogni partita può far guadagnare o perdere parecchie posizioni. Un finale di regular season da seguire con il fiato sospeso, dunque. Questa edizione di Three Points, però, è dedicata a una serie di squadre di cui, tra qualche settimana, non parleremo più. Mentre le ‘magnifiche sedici’ si daranno battaglia al meglio delle sette partite, infatti, le protagoniste di oggi staranno già pensando al vero momento clou della loro stagione: la draft lottery. Benvenuti nel magico mondo del tanking!

 

Tanking mode: Fase 1 – Aprite le gabbie!

Per Grizzlies e Hawks l'era del tanking è appena iniziata

Per Grizzlies e Hawks l’era del tanking è appena iniziata

Il momento peggiore, nella storia di ogni franchigia NBA, è quello in cui ci si accorge che è finito un ciclo. I protagonisti del recente passato invecchiano, le sconfitte si accumulano finché, ad un certo punto, non è chiaro a tutti come l’unica via percorribile sia quella più drastica: il tanking sfrenato. Perdere il più possibile, per avere più chance di pescare in alto al draft. La prima fase del tanking mode è fatta di continue umiliazioni, costanti stravolgimenti di roster e nemmeno la soddisfazione di ammirare le gesta di qualche potenziale fenomeno.

I Memphis Grizzlies erano reduci dall’era del ‘Grit And Grind’, quella in cui mettevano in difficoltà le grandi (che comunque è un concetto molto lontano da “vincere”) con un basket d’altri tempi; fisico, cattivo e incentrato su una coppia di lunghi ‘vintage’ come Zach Randolph e Marc Gasol. Con il fido Z-Bo emigrato in quel di Sacramento (altra capitale del tanking NBA) e il ‘cagnaccio’ Tony Allen a cercare fortuna (si fa per dire) tra New Orleans e Chicago, il centro catalano si è ritrovato come Will Smith nel film Io Sono Leggenda: l’ultimo uomo rimasto sulla terra. Intorno a lui non c’è un esercito di zombie, ma un gruppo di ‘reietti’ piuttosto inadatto alla competizione ad alti livelli. Se si considera che gli unici due investimenti a lungo termine della franchigia sono Mike Conley e Chandler Parsons (il primo infortunato quest’anno, il secondo da sempre), si può capire come la situazione sia tutt’altro che rosea. La pessima stagione 2017/18 ha comunque portato alcune note liete, come il buon esordio di Dillon Brooks o l’inaspettato riscatto di Tyreke Evans, dato ormai per ‘disperso’ dopo l’ottimo inizio di carriera in maglia Kings. Tanking sia, dunque, con la certezza che, al prossimo draft, si punterà sul miglior talento disponibile, a prescindere dal ruolo. A tal proposito, la decisione di non far partire Evans e Gasol a stagione in corso appare tuttora misteriosa considerando che, per avere i due, parecchie franchigie avrebbero concesso a Memphis almeno una prima scelta. Probabilmente se ne riparlerà la notte stessa di un draft in cui i Grizzlies sono comunque certi di pescare molto in alto.

Stessa sorte che attende gli Atlanta Hawks, anch’essi reduci dalla fine di un’era (nemmeno in questo caso vincente). L’addio di Paul Millsap ha dato il via libera all’ ‘apertura delle gabbie’; il tempo di ‘raccattare’ il numero minimo di elementi per la formazione di un roster, ed ecco che è iniziata la lunga marcia verso il draft 2018. Anche per coach Mike Budenholzer il 2017/18 ha portato qualche buona notizia. Taurean Prince si sta trasformando in un solidissimo pilastro per gli Hawks del futuro, e John Collins è stato uno dei migliori rookie della splendida classe 2017. Non parliamo di uomini franchigia, ma almeno di qualcosa da cui ripartire. Tutto il resto è da gettare nell’indifferenziato; dall’idea di lasciare il timone a Dennis Schroder alla speranza che Dewayne Dedmon potesse essere lo stesso visto l’anno scorso a San Antonio. Sotto con il draft, dunque, sperando che i vari DeAndre Ayton, Marvin Bagley e compagnia possano mantenere le enormi promesse. Riuscissero a pescare un pesce davvero grosso e magari a liberarsi dei contratti ingombranti di Kent Bazemore e Miles Plumlee, la pista per un nuovo decollo degli Hawks sarebbe sgombra.

Situazione molto particolare, invece, in quel di Orlando. I Magic sono abbonati al tanking ormai dal lontano 2012, anno in cui Dwight  Howard salutò la Florida per tentare l’amara esperienza ai Lakers. Da quel momento, la dirigenza è riuscita nell’ardua impresa di non azzeccare MAI una scelta. Chiariamo subito: Victor Oladipo (2013), Elfrid Payton e Aaron Gordon (2014), Mario Hezonja (2015) e Domantas Sabonis (2016) sono – o saranno – dei buonissimi giocatori (sull’ultimo arrivato, Jonathan Isaac, non possiamo ancora esprimerci, dato che a malapena ha messo piede in campo). Di uomini-franchigia, però, nemmeno l’ombra. Piuttosto, una serie di aspettative deluse clamorosamente e di stagioni ampiamente perdenti. Ogni anno, Orlando deve fare i conti con due lotterie: quella che assegna le scelte (anche il prossimo giugno dovrebbe essere una delle prime cinque) e quella che mette in palio il fenomeno del domani. Il Simmons, Towns o Embiid della situazione, per intenderci. Sarà finalmente la volta buona, per vedere un esemplare di questa specie in Florida?

Non pescheranno in lotteria, invece, i Brooklyn Nets. Esattamente come accaduto nelle ultime stagioni, per via dell’infame trade con Boston nel 2013 (i crepuscolari Pierce e Garnett a Brooklyn in cambio del futuro dei Nets…. capolavoro!). In questo caso, il tanking ha portato benefici solo ai detentori delle loro scelte (quella del 2018 è in mano a Cleveland). Se ne riparlerà l’anno prossimo, molto probabilmente al termine di un’altra stagione nei bassifondi (anche se qualche miglioramento si intravede, soprattutto in virtù di alcune buone mosse di mercato).

 

Tanking mode: Fase 2 – Rovistando tra le macerie

Dennis Smith Jr. e De'Aron Fox, primi prodotti del tanking per Mavs e Kings

Dennis Smith Jr. e De’Aron Fox, primi prodotti del tanking per Mavs e Kings

La seconda fase del processo di tanking and rebuilding è quella in cui, dopo anni di sonore umiliazioni, una franchigia ha trovato quantomeno un giocatore su cui costruire il futuro. E’ il caso dei Dallas Mavericks con Dennis Smith Jr., potrebbe esserlo anche per i Sacramento Kings, visti gli incoraggianti debutti di De’Aaron Fox e Bogdan Bogdanovic. Entrambe le squadre continueranno a perdere spesso e volentieri, in modo da aggiungere importanti tasselli attraverso il draft, però avranno almeno un punto di riferimento, un giocatore inamovibile. Se poi Harrison Barnes riuscisse a diventare a Dallas quello che prometteva di essere ai tempi di Oakland e qualcuno degli altri giovani dei Kings (Cauley-Stein, Labissiere, Justin Jackson, magari anche il povero Harry Giles, vittima di gravi infortuni a entrambe le ginocchia) ‘sbocciasse’ improvvisamente, il processo si accorcerebbe ulteriormente.

In questa indesiderabile elite rientrano, loro malgrado, anche i New York Knicks. La franchigia più tormentata della storia aveva trovato il suo nuovo ‘faro’ nel 2015, quando con la quarta chiamata aveva scelto Kristaps Porzingis. Le prime due stagioni da professionista del gigante lettone avevano messo in luce un enorme potenziale, una combinazione di abilità da futuro MVP. Nel frattempo, intorno a lui succedeva di tutto, con le tragicomiche vicende dell’era Carmelo AnthonyPhil Jackson ad attrarre come mosche i media di tutto il mondo. Una volta salutati presidente e superstar, per Porzingis è arrivato l’anno della consacrazione, culminata con la prima chiamata ad un All-Star Game. Ecco però intervenire il beffardo destino; legamento del ginocchio sinistro saltato, stagione finita e via con un altro giro di tanking. In attesa di vedere cosa può realmente diventare Frank Ntilikina, ottava chiamata nel 2017 (davanti a Smith Jr.) e ‘oggetto misterioso’ nel suo anno da rookie (anche perché la dirigenza ha aggiunto un numero inopinato di playmaker al già affollato roster), un’importante chiave per il futuro sarà la prossima lottery. Pescando in alto in un draft 2018 sulla carta molto promettente, si potrebbero finalmente gettare le basi per una vera ripartenza.

 

Tanking mode: Fase 3 – Ci siamo quasi

Ultima fase del processo di tanking per i Suns di Devin Booker e per i Bulls di Lauri Markkanen

Ultima fase del processo di tanking per i Suns di Devin Booker e per i Bulls di Lauri Markkanen

Lo stadio finale della tanking mode è quello in cui le fondamenta per la squadra del futuro sono già state posate. In questo caso, le sconfitte ‘programmate’ (dichiararlo è vietatissimo; a Mark Cuban è costato 600 mila dollari!) servono più che altro a dare i ritocchi definitivi per avviare il nuovo ciclo. In questo particolare ‘girone dantesco’ troviamo tre squadre reduci da percorsi estremamente diversi fra loro.

I Phoenix Suns non sfigurerebbero nella categoria precedente, ma a differenza di Mavs e Kings hanno già una discreta ossatura in termini di talento giovane. Un papabile uomo-franchigia è stato scelto nel 2015, e risponde al nome di Devin Booker. Mentre la squadra inanellava prestazioni tragiche, la guardia ex-Kentucky ha continuato la sua ascesa individuale. In una stagione che, attualmente, lo vede a quota 25.2 punti di media, Booker si è tolto anche la soddisfazione della vittoria nel Three Point Contest. Intorno a lui, cresce a vista d’occhio Josh Jackson, quarta scelta assoluta all’ultimo draft. Dopo un buon avvio e un intermezzo difficoltoso, l’ex pupillo di coach Bill Self a Kansas si è reso protagonista di un finale di regular season in netto crescendo. Piccoli passi avanti (seppur a rilento) per due promesse al secondo anno come Marquese Chriss e Dragan Bender, ma anche l’inserimento del 23enne Elfrid Payton, arrivato a stagione in corso da Orlando, si è rivelato tutto sommato positivo. Ora i Suns, che al momento hanno il secondo peggior record NBA (dietro a Memphis) si preparano a pescare molto in alto nel prossimo draft. Sia che la scelta ricada su un lungo (Ayton e Bagley i più probabili), che su un esterno (tra i migliori prospetti ci sono Luka Doncic e Trae Young), con ogni probabilità nel giro di un paio di stagioni ci troveremo dinnanzi a un gruppo pronto a farsi sentire.

Un po’ quello che sta succedendo ai Los Angeles Lakers, ancora lontani dalla lotta playoff ma, finalmente, sulla strada giusta. Anche qualora non dovessero arrivare i tanto attesi fuoriclasse (LeBron James e Paul George i nomi più caldi), il futuro sorride ai gialloviola. La truppa di Luke Walton ha utilizzato questa stagione come una sorta di ‘rodaggio’ in cui mettere a punto l’assetto da gara. Il sorprendente esordio di Kyle Kuzma e Josh Hart (più che quello di Lonzo Ball, il quale avrà occasione di dare maggiore sfogo a tutto il suo potenziale in futuro), unito al salto di qualità di giocatori fin qui inespressi come Brandon Ingram e Julius Randle, ha dato la spinta necessaria per uscire da una lunga mediocrità. Con la scelta al prossimo draft ceduta in precedenza a Philadelphia, nel caso dei Lakers non si può parlare propriamente di tanking. Allo stesso tempo, però, la dirigenza non ha avuto particolari problemi ad alleggerire il salary cap sacrificando giocatori importanti per le rotazioni (Larry Nance Jr. e Jordan Clarkson) e ‘accollandosi’ i contratti in scadenza di veterani giunti a L.A. solo di passaggio (Brook Lopez, Isaiah Thomas, Channing Frye, Andrew Bogut). Insomma, con LeBron si parlerebbe di obiettivo Finals, ma anche senza, con i giusti ritocchi, i playoff 2019 potrebbero essere un obiettivo ampiamente alla portata.

Il caso dei Chicago Bulls, invece, rappresenta una rarità nella controversa ‘giungla’ del tanking. La squadra di Fred Hoiberg ha saltato le prime due parti di un processo reso inevitabile dall’addio di Jimmy Butler. In cambio del loro leader, i Bulls avevano ottenuto da Minnesota un pacchetto molto valido, composto da un giocatore già in rampa di lancio (Zach LaVine), da una giovane promessa in procinto di esplodere (Kris Dunn) e da quello che si è rivelato uno dei migliori rookie dell’anno (Lauri Markkanen). Questi tre rappresentano un nucleo più che valido per ripartire, già dalla prossima stagione, con la caccia ai playoff, senza passare per i canonici due/tre anni sul fondo della Eastern Conference. Anche perché di contorno non ci sono solo i classici ‘giocatori da tanking’, ma anche giovani di prospettiva come Bobby Portis (uno dei migliori, dopo la sospensione per il pugno a Nikola Mirotic) e Denzel Valentine e uno spazio salariale che potrebbe essere ulteriormente ampliato dalla cessione di Robin Lopez. Magari il giorno del draft, in cambio di qualche scelta al primo giro da aggiungere alle due (una quasi certamente in top 10 e l’altra ricevuta dai Pelicans nello scambio per Mirotic) già di proprietà di Chicago. Ancora qualche piccolo tassello, e i Bulls sarebbero pronti alla ripartenza dopo un solo anno di ‘sano’ tanking.

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