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Zach LaVine, l’acqua nel deserto dei Chicago Bulls

di Andrea Indovino

Non ha svoltato, Chicago. Le premesse d’inizio stagione dicevano tutt’altro. Bulls in risalita, con l’obiettivo playoffs alla portata. In effetti, l’Est ha dato, e continua a dare tante possibilità a tutti, con Orlando ottava che addirittura su 58 gare giocate ne ha perse la bellezza di 32. Ma nella ‘Windy City’ si fa ancora peggio: 20 vittorie e 40 sconfitte. Ma c’è un motivo per sorridere, perchè Zach LaVine sta riuscendo ad emergere nonostante un contesto non troppo competitivo.

Andamento lento

I Chicago Bulls.

Record che dice tutto, che può essere pronunciato con tanto di marcia funebre come sottofondo. Il processo di crescita della franchigia procede a passo di gambero.  Si regredisce, anzichè guardare il futuro strizzando gli occhi e cercare di progredire. Quella che si sta delineando davanti ai nostri occhi è la terza stagione d’assenza di Chicago nella postseason. L’ultima apparizione, risale al 2016/2017, quando al 2/2 iniziale inferto ai Boston Celtics, fecero seguito le quattro vittorie dei ‘verdi’ che così posero fine l’avventura playoffs dei Bulls.

Certo, anche la sfortuna ci ha visto bene. Perchè si è accanita, tanto, dapprima con Coby White, poi a pagar pegno è stato Wendell Carter jr, ed infine Lauri Markkanen. Con il lungo finnico che ha già sul proprio radar l’inizio della prossima stagione.  Chicago, al completo, si è potuta esprimere pochissimo in campo. I Bulls infatti hanno avuto quasi sempre l’infermeria più affollata del quintetto titolare. Ma con i se e con i ma la storia non si fa, ed i Bulls ci riproveranno il prossimo anno, quando ad un ‘core‘ giovane e di prospettiva, aggiungeranno via draft un altro pezzo del puzzle che tutti dalle parti dello United Center vorrebbero vedere completo, nel minor tempo possibile e con altre (poche) mosse.

Zach LaVine: points machine

Non tutto è da buttare, perchè se abbiamo visto poco all’opera Carter jr e Markkanen, i lampi di White, rookie da North Carolina fanno ben sperare per il futuro. Ma chi ha confermato tutto il suo smisurato talento è stato proprio Zach LaVine.  Nel ‘poco’ di Chicago, lui ci mette ‘tanto’, anche perchè è chiamato a fare ‘pentole e coperchi’ per la sua franchigia. I 25.5 punti realizzati di media a partita testimoniano la facilità con la quale il prodotto di UCLA sa trovare il fondo della retina.

Aggiungendoci inoltre il ‘carico’ di sei scollinamenti oltre quota 40. I 49 realizzati in faccia ai Charlotte Hornets rappresentano il suo personale career high. Una prestazione mostre, in quel 24 novembre dello scorso anno: 60.7% dal campo, addirittura 13/17 da 3 punti. Una macchina infallibile. Roba realizzabile manco alla Playstation. E pensare che solo due giorni prima contro i Miami Heat, dopo un primo quarto deludente, coach Jim Boylen aveva punito LaVine tenendolo in panchina per oltre cinque minuti: “Ho pensato che avesse bisogno di una pausa. Doveva sedersi e pensarci su, ci sono stati troppi errori difensivi e cose da sistemare”. Le stranezze della pallacanestro.

Il tiro da tre punti come una delle opzioni preferite da Zach LaVine.

Quello dello Spectrum Center è il picco di una stagione giocata fino ad ora comunque in modo eccellente. Seppur i suoi compagni, a turno, si siano ‘trastullati’ col nascondino. Chi perchè infortunato, chi per flessioni improvvise di rendimento. La media punti, come detto superiore ai 25 ad allacciata di scarpe, pone LaVine dietro soltanto a Sua Maestà Michael Jordan.  Era infatti dal 1988 che un Toro non facesse realizzare numeri così alti nella casellina dei punti realizzati. Neanche Derrick Rose (la miglior versione, quella MVP) e Jimmy Butler nel più recente passato, sono riusciti a spingersi così in sù.

Zach LaVine: la faccia della franchigia

Il ragazzo ha stoffa. Questo è fuori discussione. Perchè seppur giochi in una franchigia ‘precaria‘, sta riuscendo comunque a portare l’acqua al proprio mulino, ed il più delle volte salvando (almeno) la faccia. La squadra è debole, Chicago non è minimamente paragonabile al meglio che la Eastern Conference ha da offrire. E LaVine è il suo salvagente. Detta in tre parole, la sua coperta di Linus. Ma continua ad essere visto da tutti soltanto come un buon giocatore, e non una superstar. Non a caso, è stato snobbato all’All Star Game, partecipando solo alla gara delle triple. Proprio a Chicago, l’attuale parcheggio di Young Hollywood‘. In parte, questa scarsa considerazione, è dovuta la fatto di non aver mai giocato in un team di primo livello. Per dirla a ‘stelle e strisce’, in una contender. Prima, nella debolissima e controversa Minnesota, ora in un contesto mediocre, quali sono i Bulls al giorno d’oggi.

Ma il nativo di Renton, contea di King nello Stato di Washington, nel suo ruolo è una primizia. Trattasi di una shooting guard in grado di rendere bidimensionale il suo gioco. Infatti, oltre ad esser stato benedetto da Madre Natura dalla nascita, possedendo un atletismo fuori dalla norma, è un esterno capace di far male alle difese avversarie sia attaccando il ferro, che tirando dalla lunga distanza. Appena uscito dal college, UCLA, e quindi ai primi vagiti con i Timberwolves, LaVine pareva interpretare ogni gara come se fosse uno Slam Dunk Contest tra l’altro competizione vinta per ben due volte saltellando da una parte all’altra del parquet con poca disciplina. Ma sotto l’egidia del sergente Tom Thibodeau, Zach ha imparato ad avere più raziocinio in campo, con o senza la palla in mano. Il cavallo di battaglia è il tiro da oltre l’arco, con rilascio veloce ed armonioso. Con profitti assicurati, per la sua mano morbida ed educata. Cotton shoot.

Quando può si diverte a dare spettacolo con le sue schiacciate.

Ed anche in difesa, ha compiuto passi avanti, poichè rispetto al ‘telepass’ delle prime due stagioni, a Chicago, ha imparato a giocare con costrutto anche nell’altra metà campo, quella dove solitamente si fa la differenza, e cioè a protezione del proprio canestro. E’ diventato così un difensore dignitoso, ma potrebbe mutare in vero e proprio specialista: se solo decidesse di ‘restare‘ nella partita e non tramutarsi in ‘figurina’ soprattutto quando alla sua squadra si accende la spia rossa della riserva sul cruscotto. Ma in più, ha ritoccato in meglio le voci statistiche delle stoppate e delle palle recuperate.

Il futuro dalla sua parte

Integro, finalmente, dal punto di vista fisico. Perchè dopo la rottura del crociato, disputando appena 71 gare nel biennio 2016/2017 e 2017/2018, Zach LaVine è ritornato ad avere quella continuità di cui aveva bisogno. Per le restanti tre stagioni, ha quasi sempre timbrato il cartellino, gridando ‘presente’ in 222 occasioni su 246 gare, da calendario. E quest’anno, con i Bulls incamminati ancora una volta verso il triste ed infausto sentiero della modestia, non ha ancora dato forfait. Scendendo sempre in campo, collezionando quindi tutti e 60 gettoni di presenza. Mettendoci sempre cuore e grinta, e risultando essere il migliore, perchè con tutto il rispetto dei suoi attuali compagni, il buon Zach meriterebbe tutt’altro palcoscenico.

E l’ultima esibizione, quella di sabato contro New York al Madison Square Garden, dove Chicago ha accatastato la L numero 40, ha messo ulteriormente in risalto la pochezza del supporting cast che gravita intorno al fuoriclasse da Renton. Ed al termine della Via Crucis nella Grande Mela, ha sbottato: “Qualcosa deve cambiare il prossimo anno, questa non è la giusta direzione da percorrere per risalire la china in una lega dannatamente competitiva”. Ci siamo, effettivamente, stancati di vederlo vivacchiare nel limbo della NBA, lui che ha tutte le qualità tecniche per poter giocare per qualcosa di importante. Lui, un’aquila reale che ha come limite soltanto il cielo.

 

NB: le statistiche utilizzate nell’articolo fanno fede alla data di pubblicazione dello stesso.

 

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