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Ciao papà, sono LeBron.

Oggi è il father’s day, un giorno che mi ha sempre dato tristezza, ma anche forza. Si, papà, perché io sono cresciuto senza di te, ma con una donna che ha avuto più forza e coraggio di chiunque altro e visti i tempi, non si dica che non si può crescere con due madri, perché io con una sono divenuto così.

Caro papà, devo ringraziarti perché dalla tua assenza mi sono forgiato, mi sono costruito la mia armatura, la mia prima Zero dark thirty, il mio rifugio e sfogo in un campo con una palla a spicchi.

Rifugio che mi ha portato ad uscire dai bassifondi di Akron, negli anni dove le difficoltà erano tante, in una trasposizione del sogno americano al contrario, Started from the bottom, scappando da una casa all’altra con mamma Gloria.

Oggi sono padre anche io e vedendo ciò che posso trasmettere ai miei figli, forse un padre l’ho avuto, o forse più di uno.

Coach Walker forse uno dei primi, uno che mi ha aperto le porte di casa e della sua vita, uno che mi ha fatto entrare in un mondo dove una palla poteva farmi rinascere. In casa Walker per la prima ho sentito di essere voluto, accettato ed uno di loro. Disciplina e tanti insegnamenti, la normalità finalmente nella mia vita.

Sono gli anni dell’ultimo storico three-peat di un uomo con la 23 rossa di Chicago ed io ho deciso ché voglio essere come lui, per la gioia/follia futura di coloro che amano i paragoni. Con la palla ci so fare e la mia carriera è sotto gli occhi di tutti, mi chiamano The Chosen One, il prescelto. Vado in una scuola di bianchi, con un allenatore che ha sporcato la sua carriera con il razzismo. Sono pazzo? No, sono LeBron. St. Vincent-St. Mary, diventa il centro del basket delle high-school e qualche titolo lo vinco. Il mondo si accorge di me, il mondo gira su di me ed intorno a me, potrei cadere, sono solo un ragazzino. Mi costruiscono etichette, ma io sono solo LeBron.

Cambia, la vita cambia e nel 2003 trovo la mia casa, la mia nuova famiglia. Cleveland mi adotta, mi ama incondizionatamente e mi culla, non ho un padre, ma ho una città intera a sostituirti. Qui ho conosciuto gioie e dolori per uno sport, con un peso enorme di una città sulle mie spalle ed un mondo che bada più ai risultati che ai sentimenti.

Caro papà, qui ti ho seguito, abbandonando chi poteva darmi amore per cercare la gloria personale, gloria trovata a Miami. La storia è nota, LeBron non è più l’eterno perdente, ma sono troppo simile a te, sono scappato da casa mia.

Ho deciso, ritorno a casa. I’m coming back to Cleveland, i’m coming home.  Sai, avevo tutto da perdere in questa scelta, ma io non scappo davanti alle responsabilità e la mia missione andava ben oltre la conquista di un anello, volevo regalare un motivo per essere orgogliosi di essere di Cleveland.

Caro papà, oggi è il father’s day ed io sono li ad inseguire un giocatore con la 9 gialloblu in campo aperto, vedo te in lui, con una scelta facile e la libertà che hai voluto tanti anni fa, ma la storia cambia ed io sto per strappare la libertà chiudendo semplicemente la porta. Scusami André, nulla di personale, ma ti sei trovato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato e con l’uomo sbagliato. L’azione rappresenta la mia vita, correre ed inseguire e quella palla sul vetro è ciò che ho sempre fatto, difendermi dal mondo.

Caro papà, è il father’s day ed oggi finalmente ho reso omaggio a tanti padri che mi hanno adottato, amato ed odiato, ho reso orgoglioso un popolo intero, una città, Cleveland.

Oggi era il mio giorno, la mia partita. Papà, ho fatto la storia, buon father’s day.

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