Home NBA, National Basketball AssociationNBA in EvidenzaThree Points – LeBron, è qui la festa?

Three Points – LeBron, è qui la festa?

di Stefano Belli
Lebron James

Quella appena trascorsa è stata una settimana piuttosto intensa, nel mondo NBA. E’stata quella in cui Jason Kidd è stato sollevato dall’incarico di allenatore dei Milwaukee Bucks, per via di un andamento fin qui al di sotto delle aspettative della dirigenza. E’ stata la settimana dell’incredibile prestazione di DeMarcus Cousins, che ha chiuso la sfida (terminata al doppio overtime) contro i Chicago Bulls con delle cifre che non si vedevano dai tempi di Kareem Abdul-Jabbar: 44 punti, 24 rimbalzi e 10 assist. E’ stata anche la settimana in cui sono stati annunciati i partecipanti al prossimo All Star Game, argomento che approfondiremo tra poco. Prima però ci occupiamo di una nostra vecchia conoscenza, che nella notte tra martedì e mercoledì ha raggiunto un traguardo leggendario.

 

1 – LeBron, è qui la festa?

LeBron James, settimo giocatore nella storia NBA oltre i 30.000 punti

LeBron James, settimo giocatore nella storia NBA oltre i 30.000 punti

La storia dello sport è piena di ‘Prescelti’, di potenziali fenomeni che, per un motivo o per l’altro, hanno finito col deludere le enormi aspettative. Una delle rare eccezioni è certamente LeBron James.

Sotto i riflettori fin dai tempi del liceo, quando il suo volto sbarbato e la scritta “The Chosen One” apparvero sulla copertina di Sports Illustrated, LeBron non solo è diventato un campione vero, ma ha addirittura scalato, passo dopo passo, impresa dopo impresa, l’immaginaria classifica dei più grandi cestisti di ogni epoca. Se gli aspetti tecnici o psicologici possono (non “devono”) essere oggetto di infinite discussioni, ci sono invece dei parametri che, come da proverbio, non sono un’opinione: le cifre. Dopo quasi quindici anni dal suo debutto tra i professionisti, nel mezzo della migliore regular season della sua carriera, King James ha raggiunto tali Kareem Abdul-Jabbar (sempre lui), Karl Malone, Kobe Bryant, Michael Jordan, Wilt Chamberlain e Dirk Nowitzki nel ristrettissimo ‘club dei 30.000’. L’attesissima pietra miliare è stata conquistata al termine del primo quarto della partita contro i San Antonio Spurs, poi persa.

Ecco, aldilà delle sacrosante celebrazioni (il primo ad abbracciarlo è stato l’amico di sempre, Dwyane Wade), è indubbio come un traguardo del genere avrebbe potuto essere raggiunto in un momento migliore. Nelle ultime settimane, la ‘seconda venuta’ di LeBron ai Cleveland Cavaliers ha raggiunto il picco di massima tensione. La sconfitta contro la banda-Popovich è stata infatti la decima nelle ultime tredici gare. Un k.o. più che accettabile, se paragonato con quello subito in casa, pochi giorni prima, contro gli Oklahoma City Thunder. Doveva essere quella l’occasione per festeggiare i 30.000 punti del ‘Prescelto’, invece si è trasformata in una batosta di proporzioni epiche. Di fronte agli occhi di mezzo mondo (l’incontro era in diretta sulla TV nazionale), Russell Westbrook e compagni hanno rifilato agli uomini di Tyronn Lue la bellezza di 148 punti, oltretutto sbagliando le ultime tre-quattro conclusioni. Ora i Cavs si trovano a dover difendere il terzo posto ad Est dall’assalto di una Miami che non è più quella di qualche anno fa, in cui imperversava lo stesso LeBron.

Certo, ognuna delle stagioni più recenti ha visto almeno un momento in cui la squadra di LBJ, qualunque essa fosse, sembrava destinata a crollare. Le sette finali consecutive stanno però a dimostrare che, alla fine, un modo per venire a capo dei vari problemi si è trovato sempre. Stavolta, però, LeBron e i Cavs si trovano in una situazione senza precedenti. Il numero 23, proprio per quelle sette Finals di fila, non si aspetta niente di diverso che competere fino a metà giugno. Il suo è ormai un appuntamento fisso con la Storia, a cui certo non vorrà mancare quest’anno. Il problema è che, allo stato attuale, la squadra che LUI si è costruito non sembra attrezzata fino in fondo per potergli ‘tirare la volata’.
I mali di Cleveland non sembrano una mera questione di individualità; è vero, ci sono giocatori palesemente privi di motivazioni (J.R. Smith e Tristan Thompson, rinnovati a peso d’oro dopo il titolo del 2016 su pressione dello stesso James), altri in grosso ritardo di condizione fisica (da Isaiah Thomas allo sventurato Derrick Rose), altri ancora ormai lontani dai tempi migliori (Channing Frye, ma anche Dwyane Wade e Kyle Korver) e alcuni sempre più ai margini del gruppo (Kevin Love, a quanto pare finito sotto accusa per il mancato rientro contro OKC), ma si tratta comunque di un roster mai così profondo. L’aspetto meno convincente è quello psicologico; i Cavs 2017/18, che avevano perso sette delle prime dodici gare stagionali prima di un brusca sterzata tra novembre e dicembre, sembrano assolutamente privi della ‘cattiveria’ tipica di una squadra da titolo. Soprattutto in fase difensiva, un aspetto del gioco che, ad esempio, fu fondamentale per i titoli di King James in maglia Heat. Non è un caso che Jae Crowder, uno dei migliori difensori della lega in maglia Celtics, si sia fatto ‘contagiare’ dalla scarsissima partecipazione generale, mentre Kyrie Irving, a Boston, si stia applicando come mai prima d’ora (chiaro, non parliamo di Kawhi Leonard, ma almeno la volontà c’è).

Una lunga serie di problemi per cui è davvero difficile individuare una soluzione. L’esonero di Tyronn Lue avrebbe senso solo se a sostituirlo fosse un allenatore in grado di imporre i propri dettami a tutti, LeBron incluso, in maniera incondizionata. Un Popovich, insomma. Solo che Popovich non è disponibile, e in ogni caso una mossa del genere dovrebbe essere compiuta durante la off-season, a giochi fermi. Anche la finestra di mercato invernale non sembra poter giocare la parte del Mr. Wolf di tarantiniana memoria. Il roster dei Cavs è già abbastanza affollato, e più che un DeAndre Jordan o un George Hill servirebbe qualcuno, oltre a LeBron, in grado di dare una scossa a livello emotivo. Cosa che, per un motivo o per un altro, i vari Thomas, Wade e Thompson non sono più in grado di fare.
A peggiorare notevolmente le cose c’è quell’atmosfera da ‘ultima corsa’ impossibile da evitare, con un’età media così avanzata e, soprattutto, con il contratto del Re in scadenza. In Ohio, la sabbia nella clessidra non è mai scesa così velocemente. L’estate che potrebbe segnare la fine di un’epoca è sempre più vicina.

 

2 – I misteri di Spurs Lane

Momento delicato per gli Spurs di Kawhi Leonard (a sinistra) e Manu Ginobili

Momento delicato per gli Spurs di Kawhi Leonard (a sinistra) e Manu Ginobili

Con la stagione regolare ormai pronta al ‘giro di boa’ chiamato All Star Game, ci siamo fatti un’idea piuttosto chiara sulle condizioni di tutte le franchigie NBA. O meglio, tutte tranne una. A più di tre mesi dalla opening night, infatti, i San Antonio Spurs sono ancora indecifrabili. Non c’è da sorprendersi più di tanto, sono pur sempre gli Spurs, ma dall’infortunio di Kawhi Leonard contro gli Warriors, in finale di Conference, sembra che attorno alla franchigia texana si sia addensata una nebbia più impenetrabile del solito.

Già l’atteggiamento di Gregg Popovich e della squadra dopo il discusso (e discutibile) fallo di Zaza Pachulia in gara-1 aveva destato qualche perplessità. Accuse dirette del coach/presidente a un avversario e giocatori già sconfitti in partenza nelle partite successive; decisamente uno stile non ‘da Spurs’. Poi è arrivata la off-season, in cui San Antonio è rimasta a guardare. Salutati senza remore Jonathon Simmons e Dewayne Dedmon, tra i migliori della passata stagione, il mercato di san Antonio si è limitato ad innesti ‘minori’ (Rudy Gay e Jeoffrey Lauvergne) e ai rinnovi (spesso lunghi e onerosi, intasando non poco il monte salari) di veterani come Patrick Mills, Pau Gasol, LaMarcus Aldridge e Manu Ginobili.

Ecco, i veterani. I principali protagonisti di questa prima parte del 2017/18 nero-argento si chiamano proprio Aldridge, Gasol e Ginobili. Se il primo, meritatamente convocato al suo sesto All Star Game, è ancora nel pieno della carriera (33 anni a luglio), gli altri due – sempre il prossimo luglio – spegneranno rispettivamente 38 e 41 candeline. Quando i tuoi migliori giocatori sono sulla soglia di una dorata pensione (l’argentino aveva seriamente considerato l’ipotesi del ritiro qualche mese fa), è inevitabile che le prospettive sul tuo futuro immediato destino qualche perplessità. A riguardo, sono arrivate recentemente le clamorose indiscrezioni su un possibile malcontento dello stesso Kawhi Leonard, colui che dovrebbe rappresentare, secondo i piani dirigenziali, il presente e il futuro della franchigia. Ecco dunque che il mistero si infittisce. Prima un infortunio dall’entità mai chiarita fino in fondo e dai tempi di recupero imprecisati, poi il breve ritorno in campo, quindi un nuovo stop a tempo indeterminato, infine i già citati ‘rumors’, altro inedito in quel di Spurs Lane… Cosa sta succedendo alla migliore franchigia – risultati alla mano – degli ultimi vent’anni?

Che le voci di corridoio siano vere o meno, le incognite sono effettivamente molte. Gli storici ‘senatori’ sono vicini all’addio, ma non vicini abbastanza da poter dare il via a una nuova era. L’unico giovane di grande talento del roster, Dejounte Murray, è ancora troppo discontinuo, dopo le ottime impressioni della sua stagione da rookie. I free-agent sembrano orbitare a debita distanza da Fort Alamo (a meno che, la prossima estate, LeBron James non decida di unire la sua strada a quella del sempre ammirato Popovich), e sarebbe proprio questa la causa principale dei malumori di Leonard, La squadra, nonostante i continui e ripetuti infortuni (anche Tony Parker, in scadenza di contratto a fine stagione, è rientrato da poco da un lungo stop) sta navigando in acque familiari, ovverosia ai piani alti della Western Conference. E’ però estremamente difficile immaginare un gruppo così ‘anziano’ e incerottato mettere in seria difficoltà le varie Houston o Golden State, nel pieno delle loro forze. D’accordo, è una frase già scritta e riscritta nell’ultimo decennio ma, per una volta, scommettere contro gli Spurs potrebbe non essere poi così azzardato.

 

3 – “Hey now, you’re an All-Star!”

Da sinistra - Victor Oladipo, Joel Embiid e Bradley Beal, tutti All-Star per la prima volta

Da sinistra – Victor Oladipo, Joel Embiid e Bradley Beal, tutti All-Star per la prima volta

Come dicevamo in apertura, durante la settimana appena trascorsa sono stati selezionati i 24 partecipanti al prossimo All Star Game. E’ vero, la partita in sé non conta nulla, e nemmeno il tentativo di ‘rivoluzione’ che ha trasformato “West vs. East” in “Team Steph vs. Team LeBron” servirà a riportare quel minimo di agonismo perduto ormai da tempo. Però la convocazione ad un evento del genere rappresenta il punto più alto di molte carriere, il coronamento di una vita passata a rincorrere quella palla a spicchi.

Per i vari LeBron James o Kevin Durant il weekend delle stelle è quasi una scocciatura, un pretesto per tirare il fiato nel bel mezzo dell’ennesima rincorsa al titolo. Del resto, giocatori così sono All-Star per natura. Anche per un ‘predestinato’, però, il debutto ufficiale tra le superstar NBA rappresenta sempre qualcosa di speciale. Sarà certamente così per Joel Embiid, fenomeno fragile dei Philadelphia 76ers, o per i ‘rivali annunciati’ Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis, primi All-Star usciti dalla classe 2015 del draft. Per questi tre sarà probabilmente la prima di una lunga serie di partecipazioni, visto l’enorme talento di cui sono dotati. Leggermente meno scontato il percorso che porterà a Los Angeles Bradley Beal, macchina da canestri degli Washington Wizards, giunto alla definitiva consacrazione dopo una crescita lenta, ma costante.

La vera storia di questa edizione, però, sarà quella legata a Victor Oladipo. Gli Orlando Magic avevano speso per lui la seconda chiamata assoluta dello stranissimo draft 2013 (dopo il ‘povero’ Anthony Bennett e ben prima di Giannis Antetokounmpo) con l’idea di farne quell’uomo franchigia che, in Florida, non si vedeva (e non si vede ancora) dai tempi di Dwight Howard. Il risultato è stata una mezza delusione, e la franchigia non ci ha pensato due volte prima di scambiarlo con Serge Ibaka (poi scambiato a sua volta, ma qui il discorso si complica…). E’ finito a Oklahoma City nel momento più complicato possibile; Kevin Durant, il più grande giocatore della breve storia della franchigia, aveva appena fatto le valigie con destinazione Oakland, e Russell Westbrook, l’amico ‘tradito’ si preparava ad una missione tanto folle, quanto straordinaria. Mentre il numero 0 scriveva la storia e si prendeva l’MVP a suon di triple-doppie e prestazioni inumane, i suoi compagni dovevano accontentarsi degli ‘avanzi’. Un solo giocatore era indispensabile, con gli altri a fare ‘da contorno’. Ecco dunque che Oladipo, insieme a Domantas Sabonis, è stato scaricato agli Indiana Pacers in cambio di Paul George, la vera star in grado di dare un significativo contributo a Westbrook. Quanto accaduto negli ultimi mesi, però, ha stravolto ogni pronostico. Tornato nello stato in cui era diventato ‘Mr. 360’ (quella schiacciata in maglia Hoosiers rimarrà impressa a fuoco nella memoria di molti), Victor è diventato una star. Anzi, un All-Star. Ha trasformato una squadra sull’orlo della ricostruzione in una serissima candidata ai playoff, diventandone il leader indiscusso. Oltre al primo, meritatissimo All Star Game in carriera, a fine stagione potrebbe arrivare il premio di Most Improved Player Of The Year. E Paul George? Lui a Los Angeles non ci sarà, escluso eccellente dalle selezioni per la Western Conference.

Quella di PG13 è l’estromissione più eclatante di questa edizione. Anche Blake Griffin e Chris Paul avrebbero diversi argomenti di contestazione (anche se, visti i trascorsi più recenti, è meglio che i due non si rivedano per un po’…), ma per quei 12 posti, ad Ovest, c’era davvero troppa concorrenza. Forse l’unico ‘sacrificabile’ era Towns che, francamente, non è più All-Star quest’anno di quanto non lo fosse l’anno scorso.
Nell’altra Conference fa rumore la non-chiamata di Andre Drummond, protagonista di un ottimo avvio di stagione in maglia Pistons. Probabilmente il centrone da Connecticut ha fatto qualcosa in più, a livello prettamente individuale, dei vari Al Horford e Kevin Love. In molti si aspettavano anche Ben Simmons, magari al posto di un Kyle Lowry in leggero calo. L’australiano sarebbe un rookie, ma lucidità e talento sono già quelle dei più grandi. Se ne riparlerà quasi certamente nel 2019, anno in cui magari troveremo anche Devin Booker, Jayson Tatum o Donovan Mitchell. Visto l’inizio, il futuro sembra scritto per loro.

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