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Three Points – Playoff e draft lottery

di Stefano Belli
Caspita, ne è passato di tempo dall’ultima edizione di ‘Three Points’! Tra i consueti bilanci sulla regular season (Awards e pagelle), il secondo episodio di Garbage Time (la rubrica che il mondo non ci invidia) e l’incredibile storia dell’AmeriLeague, se n’è andato un mesetto abbondante. Nel frattempo, i playoff hanno già emesso parecchi verdetti, premiando le squadre più meritevoli e lasciando per strada vittime eccellenti. In questa edizione cercheremo di ‘riordinare le carte’, concentrandoci più che altro su quanto avvenuto nel secondo turno (altrimenti, i Points dovrebbero essere come minimo Six, non Three). Ci sarà spazio anche per un avvenimento destinato a cambiare molti equilibri in NBA: la draft lottery, che si è svolta in settimana e che ha riservato non poche sorprese. Partiamo subito!
1 – Quelli che restano
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff

Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff

Di questi playoff 2019, il secondo turno sarà probabilmente ricordato come il più bello. Escludendo Milwaukee vs. Boston, chiusa abbastanza agevolmente dai Bucks, abbiamo assistito a delle serie epiche. Forse non sempre giocate benissimo dalle squadre impegnate, ma indubbiamente intense e drammatiche. Per Denver vs. Portland e Toronto vs. Philadelphia, questo assunto si potrebbe limitare alle sole gare-7, decise rispettivamente da una feroce rimonta dei Blazers e dall’incredibile buzzer-beater di Kawhi Leonard. Golden State vs. Houston è stata invece LA serie, emozionante e ricca di spunti dall’inizio alla fine: grandi prestazioni individuali, partite decise negli ultimi possessi, se non addirittura all’overtime, infortuni più o meno seri, reazione alle avversità, gioco di squadra, difese superlative e canestri impossibili. Insomma, uno spettacolo eccezionale.
La maestosa prestazione degli Warriors ‘orfani’ di Kevin Durant, oltre a chiudere bruscamente gran parte delle polemiche (dall’assenza di Chris Paul nel 2018 ai presunti complotti arbitrali), avvicina ulteriormente i californiani al three-peat. KD si era caricato la squadra (reduce da una regular season piuttosto altalenante) sulle spalle, risultando determinante sia nell’ostico primo turno contro i Los Angeles Clippers, sia nelle prime quattro gare e mezza contro i Rockets. I 34.2 punti di media e le spaventose percentuali sono solo cifre ma, vedendolo in azione, completano al meglio il ritratto di un dominatore del gioco. Senza il loro fenomeno, gli Warriors hanno fatto un salto indietro nel tempo, mostrandosi in una versione molto simile a quella vista all’inizio della dinastia. Klay Thompson, al solito, ha morso esattamente quando contava, senza mai strafare e dannandosi come un matto in difesa. Draymond Green e Andre Iguodala hanno sfoggiato l’abito buono, facendo la differenza con una moltitudine di piccole cose, Kevon Looney ha emulato il Festus Ezeli del 2015, giocando ben oltre le aspettative, Andrew Bogut, Jonas Jerebko e Quinn Cook hanno portato quei mattoncini necessari a completare la costruzione. E Stephen Curry? Il due volte MVP è stato in evidente difficoltà nelle prime due serie di questi playoff. I tiri che di solito fulminavano la retina venivano costantemente respinti dal ferro, e i vari acciacchi ne aumentavano a dismisura la frustrazione. Eppure, quando c’era una partita o una serie da decidere, lui si è fatto avanti e l’ha decisa. A questo servono i fuoriclasse.
I Portland Trail Blazers hanno affrontato i playoff da vera e propria ‘squadra in missione’. Il pesante 4-0 subito l’anno scorso per mano dei New Orleans Pelicans ha lasciato agli uomini di Terry Stotts un’inesauribile sete di vendetta. Poco importava il terribile infortunio di Jusuf Nurkic, e tantomeno il fatto che non partissero con i favori dei pronostici; quella non è mai stata una novità. Portland si è fatta sotto al grido di “avanti il prossimo!”. Un Damian Lillard spaziale ha abbattuto gli Oklahoma City Thunder, sigillando la sua impresa con la leggendaria gara-5 da 50 punti e game winner. Contro i Denver Nuggets, Dame si è di colpo ‘raffreddato’, ma alle sue spalle ha trovato una squadra pronta a sostenerlo. C.J. McCollum si è guadagnato le copertine con una grandiosa gara-7, ma senza il contributo di giocatori come Enes Kanter, Evan Turner, Rodney Hood, Zach Collins e Seth Curry (ora atteso da un rendez-vous con il fratellone alle Conference Finals), i Blazers sarebbero già in vacanza. Ora arrivano i campioni in carica; all’apparenza un ostacolo insormontabile, ma Lillard e soci, delle apparenze, se ne fregano.
A contendersi il trono dell’Est saranno due squadre capaci di dominare incontrastate fin da inizio stagione. I Milwaukee Bucks sono stati senz’altro i più convincenti. Coach Mike Budenholzer ha trasformato l’eterna Cenerentola in una contender a tutti gli effetti, rimodellandola a immagine e somiglianza di Giannis Antetokounmpo. Intorno al candidato MVP è cresciuta una vera e propria corazzata, in grado di spadroneggiare in regular season e di spazzare via i Detroit Pistons al primo turno playoff. Lo scoglio di gara-1 contro Boston, in cui l’eccezionale difesa orchestrata da Brad Stevens e la serataccia dei Bucks avevano minato più di una certezza, è stato brillantemente aggirato grazie al uno straripante Giannis (28.4 punti e 11 rimbalzi di media nella serie), ma anche alla ritrovata vena di Khris Middleton ed Eric Bledsoe e al notevole impatto di George Hill, degno rimpiazzo dell’infortunato Malcolm Brogdon. Milwaukee arriva alle finali di Conference sulle ali dell’entusiasmo e carica di aspettative, guidata da un giocatore con enormi ambizioni.
Anche i Toronto Raptors possono contare su una star di prima grandezza. Kawhi Leonard ha spiegato chiaramente cosa significhi “fare la differenza”. Non solo segnando il canestro più importante nella storia della franchigia, ma anche spazzando via la ‘maledizione playoff’ che da anni attanagliava i canadesi. Nel 2019, Toronto è arrivata alla post season con piena convinzione nei propri mezzi, consapevole di avere un fenomeno in grado di risolvere da solo le partite più difficili. Ecco, forse quel ‘da solo’ è stato preso un po’ troppo alla lettera dagli uomini di Nick Nurse. Con un supporting cast non sempre all’altezza (Pascal Siakam e Kyle Lowry, gli unici a dare manforte in attacco al numero 2, sono stati più incostanti che mai) gli isolamenti di Leonard sono stati troppo spesso l’unica arma dei Raptors. Toronto ha superato Philadelphia non per aver giocato meglio, semmai meno peggio. Contro dei Bucks così lanciati non basterà accontentarsi, bisognerà dimostrare di essere davvero una grande squadra. Anche perchè, giova ricordarlo, Kawhi dovrà compiere una scelta piuttosto importante, tra qualche settimana…
2 – Quelli che tornano a casa
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto

Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto

Ci sono pochi dubbi sul fatto che, alle finali di Conference, ci vadano le squadre che più hanno meritato. E’ altrettanto vero, però, che tra le eliminate ‘precoci’ ci sia qualche sorpresa. Boston Celtics e Houston Rockets sono quelle che escono peggio dai playoff 2019. I biancoverdi partivano come indiscussi favoriti a Est, ma si è capito presto che qualcosa non andava. La formazione agguerrita e talentuosa che aveva incantato nella scorsa stagione si è trasformata in un pollaio con troppi galli. Mentre coach Brad Stevens si ingegnava, una gara dopo l’altra, a trovare l’assetto giusto per valorizzare la stella Kyrie Irving, i giovani rampanti Jayson Tatum e Jaylen Brown, il rientrante Gordon Hayward e il nucleo storico del gruppo, la regular season passava inesorabile. La tesi “tanto ai playoff la musica cambia” è stata una costante sia per i diretti interessati, sia per molti addetti ai lavori, segno di una fiducia mai giustificata dalle prestazioni sul campo. Ai playoff, la musica non è affatto cambiata. Dopo una vittoria tutt’altro che convincente contro i rimaneggiati Indiana Pacers, l’impatto con il treno proveniente dal Wisconsin ha esposto tutti i limiti di una squadra che ha perso l’antica alchimia. Ora, a Boston inizia una off-season ricca di decisioni delicate.
Il futuro di Houston, quantomeno, sembra più stabile. D’altronde, i maxi-contratti siglati da James Harden, Clint Capela e (soprattutto) Chris Paul non lasciano troppi spiragli per chissà quale rivoluzione. E forse non cambiare nulla sarà la mossa migliore visto che, in estate, la corazzata-Warriors potrebbe ammainare le vele e finire dritta in un museo. Ciò premesso, i Rockets ci credevano davvero. La gara-6 giocata in casa (dove Houston aveva sempre vinto e convinto), con gli avversari privi di Kevin Durant e con uno Stephen Curry irriconoscibile, era l’occasione più ghiotta per lasciarsi alle spalle le recriminazioni del passato e candidarsi seriamente a mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy. Invece, i texani si sono arresi nuovamente a una squadra più determinata, più cinica, più esperta, più forte. Magari sarà il prossimo l’anno buono, ma nella storia NBA c’è chi questo mantra lo ha ripetuto in eterno…
Anche i Philadelphia 76ers salutano i playoff con il morale a terra. La decisione di accelerare ‘The Process’ con gli innesti in corsa di Jimmy Butler e Tobias Harris ha reso la squadra di Brett Brown una minaccia più credibile di quanto non lo fosse a inizio stagione, ma l’inesistente esperienza comune del gruppo si è fatta sentire. Contro i Brooklyn Nets è arrivata una forte reazione d’orgoglio dopo la prima sconfitta, ma nella serie contro i Raptors, Phila ha giocato bene una sola partita, la gara-3 vinta in casa. Per il resto, ha dato l’impressione di essere un ‘cantiere aperto’. Una sensazione ampliata notevolmente dalle cattive condizioni fisiche di Joel Embiid, dai continui dilemmi tattici legati ai limiti offensivi di Ben Simmons e dall’incostanza di Tobias Harris. Jimmy Butler ha sempre risposto “presente” quando la posta si è alzata, ma la squadra non era ancora pronta al grande salto. Fare l’ultimo passo è ancora un obiettivo alla portata, ma bisognerà operare con estrema cura nei prossimi mesi.
Tra le eliminate del secondo turno, Denver è quella che potrà consolarsi più rapidamente. Perdere gara-7 dopo essere stati in vantaggio anche di 17 punti fa sicuramente male, ma i Nuggets hanno comunque vissuto una stagione splendida. Chiudere al secondo posto la Western Conference e eliminare una squadra esperta come i San Antonio Spurs ai playoff è un risultato eccellente, per il team più giovane dell’intera NBA. Questo 2018/19 è stato il coronamento di un impeccabile processo di ricostruzione, che ha portato in Colorado un candidato MVP (Nikola Jokic), una potenziale stella (Jamal Murray, in attesa di capire quanto vale Michael Porter Jr.), un ottimo two-way-player (Gary Harris) e un allenatore valido come Mike Malone. Nella serie contro i Blazers è emersa la mancanza di esperienza e di ‘killer instinct’, ma il tempo gioca indubbiamente a favore dei Nuggets; ci sono tutte le premesse affinché questo gruppo, giovane ma già così solido, possa crescere ancora.
3 – Quelli che stanno arrivando
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019

Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019

Mentre i destini di quattro franchigie si decidono sul campo nella fase finale dei playoff, quelli di moltissime altre sono stati sconvolti da un’urna. Alle 20:30 (orario della costa atlantica statunitense) di martedì 14 maggio 2019 è scattata l’ora X. Anzi, l’ora Z, visto che l’annuale draft lottery metteva in palio, di fatto, Zion Williamson. In tanti aspettavano con ansia l’estrazione delle palline; mettere le mani su un fenomeno come l’ala di Duke può dare una svolta epocale a una franchigia. Alcuni, come Phoenix Suns o Cleveland Cavaliers, speravano di rendere Zion il nuovo volto di un’organizzazione in crisi, altri avrebbero potuto optare per soluzioni differenti. Se lo ‘scherzo della natura’ da Salisbury (North Carolina) ha ancora tutto da dimostrare sui campi NBA, il suo valore come pedina di scambio non è mai stato in discussione. Lo sapevano bene i New York Knicks, che accarezzavano da tempo una ‘pazza idea’: ottenere i diritti sulla prima scelta e proporli ai New Orleans Pelicans tra le contropartite per Anthony Davis, stella già affermata il cui futuro è sempre più lontano dalla Louisiana. Invece, la lottery ha regalato un clamoroso colpo di scena: la prima scelta assoluta andrà proprio ai Pelicans, che partivano con appena il 6% delle probabilità. Uno sviluppo che cambia drasticamente le prospettive. Innanzitutto, portare Williamson a New Orleans potrebbe salvare la franchigia dal rischio di un trasferimento, reso sempre più concreto dalla questione-Davis. Inoltre, darebbe una brusca accelerata alla ricostruzione. Davis ha fatto intendere di voler comunque cambiare aria, ma il front-office dei Pelicans, con la certezza di avere già a disposizione la prima scelta, avrà una posizione di enorme vantaggio in qualsiasi trattativa di mercato.
I piani dei Knicks, che avranno la terza chiamata, restano pressoché invariati ma ora, per chiedere Davis, serviranno maggiori contropartite. In ogni caso, con lo spazio salariale per puntare ad almeno un grosso calibro in free-agency, è difficile che New York non includa la sua scelta in uno scambio. Idem dicasi per i Los Angeles Lakers, che si ritrovano con un’inaspettata quarta selezione. Senza dubbio i gialloviola parteciperanno all’asta per Davis, ma la terza scelta di New York potrebbe fare molta più gola a New Orleans; potenzialmente, i Pelicans potrebbero trovarsi con Zion Williamson, Ja Morant / R.J. Barrett, Kevin Knox e Mitchell Robinson. Non una bruttissima base su cui ricostruire… Dovesse sfumare l’assalto al Monociglio, la scelta dei Lakers potrebbe essere comunque spesa per accaparrarsi un altro grande nome (Bradley Beal?), obiettivo indispensabile per dare finalmente un senso all’approdo in California di LeBron James.
Tra i principali delusi dal sorteggio ci sono gli Atlanta Hawks. E’ vero, la scelta ottenuta dallo scambio Luka DoncicTrae Young (protetta fino alla numero cinque) non è stata rimandata a Dallas, ma in Georgia speravano in due chiamate più alte, rispetto all’ottava e alla decima.
Il principale merito della riforma della lottery, voluta da Adam Silver nel 2017, è di aver sostanzialmente reso vana la pratica del ‘tanking’. Se i Pelicans hanno ottenuto la prima scelta nonostante il 6% di possibilità, l’urna ha sorriso anche ai Memphis Grizzlies, che avevano chiuso la regular season con il nono peggior record. Mentre nel Tennessee si preparano ad accogliere una potenziale stella, squadre esplicitamente ‘votate a perdere’ come Cleveland e Phoenix dovranno accontentarsi, rispettivamente, della quinta e della sesta chiamata. Bene così; per la credibilità della NBA non poteva esserci notizia migliore.

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