Settimana di festeggiamenti negli Stati Uniti, visto il tradizionale appuntamento con il Thanksgiving Day. In questi giorni i Miami Heat hanno fermato a quota 16 la striscia vincente dei Boston Celtics, mentre Kevin Durant e Russell Westbrook hanno dato vita all’ennesimo scontro, tanto esaltante dal punto di vista tecnico, quanto deplorevole per l’eccessivo ‘trash talking’. Per un giovedì notte insolitamente senza basket NBA, la settimana appena trascorsa è stata ricchissima di partite. Una di queste, l’unica giocata martedì 21 novembre, è stata quella tra Chicago Bulls e Los Angeles Lakers. Una volta era la sfida tra Michael Jordan e Magic Johnson, poi è stata la volta di Derrick Rose e Kobe Bryant. Oggi, le due franchigie che hanno fatto appassionare a questo sport intere generazioni sono in una fase di ricostruzione. In questa edizione di ‘Three Points’ vedremo a che punto è questa lunga risalita. La copertina di oggi è però dedicata ai Philadelphia 76ers, altra ‘nobile decaduta’ le cui sorti sembrano destinate a cambiare presto. Si parte!
1 – Sixers, il futuro è già qui

Ben Simmons e Joel Embiid, la nuova coppia d’oro dei Sixers
La strada è stata lunga e tortuosa, ma a quanto pare ne è valsa la pena. I Sixers erano attesi alla stagione della svolta, quella in cui il celeberrimo “Process” avrebbe dovuto iniziare la seconda fase; basta sconfitte ‘programmate’ e scelte molto alte al draft, si punta con decisione ai playoff. Sebbene questo 2017/18 sia appena cominciato, la sensazione è che Philadelphia (ma anche l’intera NBA) sia effettivamente pronta per una nuova era.
A furia di accumulare talento, con il pronosticabile effetto collaterale di incappare in qualche errore (vedi Nerlens Noel, Michael Carter-Williams e Jahlil Okafor, mai in grado di sfruttare al meglio le loro doti), dal mucchio sono emersi due autentici fenomeni.
Il primo si chiama Joel Embiid. Apparso quasi dal nulla (fino all’età di 15 anni ambiva a diventare un pallavolista), il ragazzone camerunese fu notato a un camp estivo dal connazionale Luc Mbah a Moute, all’epoca giocatore dei Milwaukee Bucks. Nel giro di pochissimi anni, Embiid catturò l’attenzione dei maggiori college americani. Il suo unico anno con la maglia dei Kansas Jayhawks fu talmente impressionante da scalzare il compagno Andrew Wiggins dalla cima di molti mock draft (le previsioni degli esperti sull’ordine delle scelte, ndr.). Poi, un infortunio alla schiena e un altro, ben più grave, al piede destro lo fecero scendere alla terza chiamata con cui i Sixers lo selezionarono il 26 giugno 2014. Il problema si rivelò peggiore del previsto, tanto che le continue ricadute costrinsero Joel a saltare due intere stagioni. Prima le ipotesi fataliste su un imminente ritiro, poi il tanto atteso debutto. Nel suo primo anno NBA (2016/17), Embiid ha messo in mostra una combinazione di talento, tecnica e forza fisica che non si era mai vista. Il premio di Rookie Of The Year avrebbe avuto un solo possibile vincitore, se non si fossero nuovamente intromessi gli infortuni. Con l’avvicinarsi dell’All Star Game (evento per cui Embiid è stato ad un passo dall’essere convocato), è emerso che il menisco del ginocchio sinistro presentava delle lacerazioni; stagione finita (dopo sole 31 partite) e sogni di gloria rimandati.
Rientrato finalmente in campo – con tanto di maxi-estensione contrattuale (148 milioni di dollari in 5 anni) – ‘The Process’ ha ripreso dove aveva lasciato. 22.7 punti e 11 rimbalzi di media nelle prime 15 gare. La partita del 15 novembre contro i Los Angeles Lakers di Lonzo Ball, Joel doveva essersela segnata sul calendario. Allo Staples Center è andata in scena una dimostrazione di dominio assoluto: 46 punti, 15 rimbalzi, 7 assist e 7 stoppate. Le statistiche ci informano che l’ultimo giocatore a far registrare una partita da almeno 40 punti, 7 assist e 7 stoppate vestiva sempre la maglia dei Sixers e si chiamava Julius Erving… A differenza dell’immortale ‘Doctor J’, però, Joel Embiid è appena all’inizio di una carriera che, se tutto dovesse andare per il verso giusto, potrebbe spalancargli le porte dell’Olimpo NBA.
Se negli Anni ’80 il Dottore faceva coppia con un’altra stella non proprio ‘di primo pelo’ come Moses Malone, l’altro potenziale (se non certo) uomo-franchigia di questi Sixers ha appena 21 anni. Anche Ben Simmons arriva da lontano (è nato a Melbourne) e anche lui, fino a 14 anni, era indeciso tra due sport (in questo caso il football australiano. A tal proposito, un giro su Youtube potrebbe regalarvi momenti indimenticabili), ma il suo avvicinamento al professionismo non è stato altrettanto ‘silenzioso’. Giusto il tempo di mettere piede negli Stati Uniti e giocare qualche partita con la Montverde Academy, che il suo nome era già sui taccuini di tutti gli scout d’America. Per lui il percorso è stato lo stesso di altri grandi predestinati: partecipazione al McDonald’s All-American Game, qualche mese al college (a Louisiana State University) e prima scelta assoluta al draft NBA. Come Joel Embiid, Simmons ha dovuto fermarsi immediatamente per un infortunio al piede, che gli è costato l’intera stagione 2016/17. Il suo debutto è arrivato lo scorso ottobre e, come nel caso di ‘Big JoJo’, è bastato vederlo in campo per pochi minuti per realizzare di trovarsi di fronte ad un giocatore fuori dal comune. Cresciuto in pochi mesi fino a 208 cm, Simmons ha sfoggiato fin da subito un insieme di qualità con ben pochi precedenti nella storia del Gioco: innata capacità di arrivare al ferro e di trovare i compagni con ‘visioni’ degne dei migliori playmaker, grande presenza sotto i tabelloni e un livello di maturità che in pochi potevano immaginare. Naturalmente ha anche dei difetti (ha appena iniziato!), vedi alcune decisioni troppo affettate e un tiro dalla distanza tutto da costruire (la sua scarsissima fiducia in questo fondamentale permette agli avversari di ‘battezzarlo’ ad ogni possesso), ma i suoi margini di miglioramento sono spaventosi. Per il premio di matricola dell’anno non ci dovrebbero essere problemi, ma anche vederlo all’opera al prossimo All Star Game non sarebbe poi così sorprendente. La sua strada, come quella di Embiid e dei nuovi Sixers (che al momento sono sesti nella Eastern Conference con 10 vittorie e 7 sconfitte), è appena cominciata. Facendo gli scongiuri del caso, per la franchigia e per la lega intera si stanno per aprire le porte di una nuova epoca.
2 – Bulls vs. Lakers – Qui Chicago

Bulls contro Lakers, negli Anni ’80-’90, era soprattutto Michael Jordan contro Magic Johnson
Come sottolineato in apertura, per Chicago Bulls e Los Angeles Lakers i tempi di Michael Jordan e Magic Johnson non sono mai stati così lontani. In casa Bulls l’unica traccia della dinastia che portò sei titoli NBA è presente nella memoria degli ultra-trentenni. L’insensata parentesi Wade-Rondo-Butler è stata chiusa in fretta e furia, e in Illinois è arrivata l’ora, come cantava Francesco Guccini, di “costruir su macerie e mantenermi vivo”.
La nuova fase ha portato parecchia confusione, come sempre accade quando si riparte da zero. Il 2017/18 dei Bulls è iniziato con l’increscioso episodio del pugno di Bobby Portis a Nikola Mirotic, finito in ospedale. Non solo Portis è ancora al suo posto ma, rientrato in campo dopo una sospensione di 8 partite, si è rivelato uno dei giocatori più positivi tra quelli a disposizione di Fred Hoiberg. Basti pensare che ha chiuso le prime due gare disputare rispettivamente con 21+13 e 20+11 alle voci punti e rimbalzi. Il suo buon impatto crea ulteriori difficoltà al suo allenatore nel compito più arduo di questa nuova era: individuare i giocatori su cui puntare per la ricostruzione.
Il candidato con le maggiori possibilità sembra Lauri Markkanen. Il rookie finlandese è la nota più lieta dell’infimo avvio di Chicago. Statistiche a parte (14.6 punti e 8.3 rimbalzi di media, cinque doppie-doppie e una prestazione da 26+13 a Phoenix), sotto i nostri occhi abbiamo l’ennesimo esemplare di ‘lungo moderno’, termine ormai inflazionato che indica un giocatore in grado di combinare un vastissimo repertorio tecnico ad un fisico imponente. Se a 20 anni approdi in NBA con questa fiducia nei tuoi mezzi, il tuo futuro non può che essere roseo.
Dopo un anno da rookie piuttosto deludente, sta ben impressionando anche Kris Dunn, una delle contropartite (insieme a Markkanen e LaVine) dei Minnesota Timberwolves nell’affare-Butler. Rientrato dall’infortunio a un dito con una scialba prova da soli 3 punti a Oklahoma City, il nuovo playmaker si è riscattato con una prestazione da 22 punti, 7 assist e 5 rimbalzi decisiva per battere gli Charlotte Hornets. Dopodichè sono arrivate altre tre gare in doppia cifra, che gli hanno fatto guadagnare la fiducia incontrastata di Hoiberg e il posto in quintetto.
Detto anche del buon avvio di Justin Holiday e della solita affidabilità di Robin Lopez (possibile pedina di scambio in un prossimo futuro), l’inizio di stagione dei nuovi Bulls è basato più che altro sull’improvvisazione. In attesa del rientro di Zach LaVine e, soprattutto, del prossimo draft, si ‘tira avanti’ anche grazie agli inaspettati exploit di giocatori undrafted come David Nwaba e Antonio Blakeney (migliore dei suoi – con 15 punti – contro i Lakers).
Magari, tra qualche decennio, Chicago si riavvicinerà ai fasti di Jordan e Pippen. Nel frattempo, sempre per rimanere in tema musicale, meglio scomodare Bob Dylan: “A hard rain’s a-gonna fall”…
3 – Bulls vs. Lakers – Qui Los Angeles

Bulls contro Lakers, nel 2017, è anche Kyle Kuzma contro Lauri Markkanen
Come recita un’epica (in senso letterale) frase fatta della nostra cultura, “Se Atene piange, Sparta non ride”. Checché se ne pensasse in fase di pronostici, il percorso di risalita dei Lakers non è poi ad un punto così distante da quello dei rivali di un tempo. Dopo “anni persi ad aspettare qualcosa, qualcuno, la sorte o, perché no, la morte” (dopo Guccini e Dylan, tocca ai 99 Posse. Questa settimana va così…), la rinnovata dirigenza gialloviola si trova, pur con un leggero vantaggio, nel medesimo polverone di quella bianco-rosso-nera.
Anche in questo caso, capire su chi puntare per la tanto auspicata svolta è tutt’altro che semplice. Prima i ‘prescelti’ dovevano essere D’Angelo Russell e Julius Randle. Oggi il primo veste la maglia dei Brookyn Nets, mentre il secondo, seppur reduce da un buon avvio di stagione, ha la valigia pronta ormai da tempo. Quindi i riflettori si sono accesi su Brandon Ingram che però, finora, non ha mai brillato particolarmente. Il talento, purissimo, è sotto gli occhi di tutti; d’altro canto, mentre l’ex Duke è alle prese con una ‘timidezza’ e un’incostanza ormai preoccupanti, i vari Ben Simmons, Jaylen Brown (entrambi scelti nel suo stesso draft) e Jayson Tatum (altro allievo di Coach K) si stanno già facendo un nome nella lega. La scorsa estate, Magic Johnson e soci hanno deciso di giocare tutte le loro fiches su Lonzo Ball, chiacchieratissimo (fino allo sfinimento, e siamo appena agli inizi…) playmaker in uscita da UCLA. Anche in questo caso, di certezze – per ora – non ce ne sono. Le sue prime settimane da professionista sono state alquanto enigmatiche. Prestazioni da ‘giocatore totale’ (aldilà delle triple-doppie, più giovane di sempre a metterne una a referto) alternate a ‘partitacce’, con quella maturità messa in mostra al college che non sempre si è rivista in maglia gialloviola. Chiaro che per lui, per Ingram e per gli altri giovanissimi di coach Luke Walton un giudizio obiettivo si potrà dare solo fra qualche anno, però è davvero difficile individuare tra questi il prossimo uomo-franchigia.
Del resto, sulla sponda più ‘glamour’ della Los Angeles cestistica le pressioni non mancano di certo. Uno che non sembra quasi avvertirle è Kyle Kuzma, autentica rivelazione di questo avvio di 2017/18. Arrivato ai Lakers dalla porta di servizio (chiamato con la ventisettesima scelta dai Nets e inserito nell’affare-Russell), l’ala grande da Flint, Michigan ha catturato le prime attenzioni durante la Summer League, vinta dai Lakers anche grazie alla sua grande produzione offensiva (miglior realizzatore dei suoi, è stato anche eletto MVP della finale). Se in molti avevano dubbi sulla sua capacità di confermarsi in stagione regolare, il numero 0 ha risposto con i fatti. Delle diciannove partite disputate finora, solo due sono state chiuse in singola cifra per punti realizzati. In più occasioni top scorer gialloviola, per Kuzma sono arrivate cinque doppie-doppie e alcune prestazioni eccellenti, tra cui la gara da 30 punti e 10 rimbalzi contro i Phoenix Suns. E’ passato pochissimo tempo, ma il suo nome è già associato dai più all’espressione “steal of the draft”.
Con Kuzma si chiude, di fatto, il discorso relativo alla futuribilità del roster. I pochi punti fermi di questo inizio di regular season si chiamano Jordan Clarkson (estremamente positivo in uscita dalla panchina), Kentavious Caldwell-Pope (sul cui carro, adesso, cominciano a saltare in molti) e Brook Lopez; tutti giocatori validi, ma più inquadrabili come ‘soluzioni temporanee’ che come pilastri su cui costruire il futuro. Che poi, quando si parla di “futuro” in casa Lakers, bisogna sempre considerare un fattore che potrebbe sconvolgere qualsiasi progetto (ammesso che ne esista uno). Qualora, la prossima estate, i vari Paul George e (soprattutto) LeBron James dovessero veramente portare i loro talenti in California, le prospettive cambierebbero radicalmente…

