La stagione NBA è entrata ormai nel vivo. Nelle due Conference si sta via via dissipando il polverone iniziale e si stanno delineando le prime gerarchie. A ovest I Golden State Warriors hanno infranto la loro spettacolare corsa contro il muro dei Milwaukee Bucks di uno straripante Giannis Antetokounmpo, mentre gli Houston Rockets e, soprattutto, gli Oklahoma City Thunder si stanno ritrovando dopo una partenza difficile. Sull’altra costa, al comando ci sono sempre i Toronto Raptors, mentre i Cleveland Cavaliers sprofondano sempre più. Negli ultimi giorni è arrivato anche un tardivo (o prematuro, a seconda del punto di vista) movimento di mercato, con il passaggio di Tyson Chandler dai Phoenix Suns ai Los Angeles Lakers. Come per ogni avvio di regular season che si rispetti, anche le prime settimane di questo 2018/19 hanno regalato diverse sorprese. Sono proprio queste sorprese il filo conduttore della nuova edizione di ‘Three Points’. Partiamo subito!
1 – Ti vorremo bene, Denver

I Denver Nuggets di Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray volano ai piani alti della Western Conference
Dietro alla corazzata-Warriors, nella Western Conference vanno a gonfie vele i Denver Nuggets. La truppa di coach Mike Malone, con nove vittorie su undici incontri disputati, è l’unica in grado di tenere il passo dei bi-campioni in carica. In questo avvio di stagione, Denver ha già mietuto vittime illustri, tra cui Clippers, gli stessi Warriors (battuti anche grazie a una stoppata di Juancho Hernangomez su Damian Jones nei secondi finali), Pelicans, Jazz e Celtics: tutte squadre con legittime ambizioni da playoff, se non da titolo. Le uniche sconfitte, finora, sono arrivate in trasferta: una allo Staples Center, contro gli altalenanti Lakers (per mano di un LeBron James in tripla-doppia), l’altra a Memphis, in una sfida punto a punto.
I Nuggets arrivavano da una stagione agrodolce, vissuta con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta, ma conclusa con la bruciante sconfitta all’overtime nell’insolito ‘spareggio playoff’ contro Minnesota. La Denver che ammiriamo in questo 2018/19 sembra una versione più matura di quella squadra, sia sul piano tecnico, che mentale. A riprova di quest’ultimo aspetto c’è il clamoroso miglioramento dei Nuggets in fase difensiva, dove in passato si evidenziavano le maggiori carenze; al momento, Denver ha il secondo miglior defensive rating (punti degli avversari su 100 possessi) dell’intera NBA, dietro solo agli ‘specialisti’ Boston Celtics.
Molti degli elementi chiave del roster stanno mostrando un’evidente crescita. Nikola Jokic, leader designato del gruppo (anche per via del sontuoso rinnovo siglato in estate), continua a esibire le esaltanti doti tecniche a cui ci aveva abituato nel recente passato. La perla del suo inizio di regular season è certamente la tripla-doppia da 35 punti, 12 rimbalzi e 11 assist messa a referto contro Phoenix, resa speciale dal fatto di non aver sbagliato nemmeno un tiro (l’unico altro giocatore a far registrare una tripla-doppia da oltre 30 punti senza errori, in passato, era stato Wilt Chamberlain). ‘The Joker’ sta però maturando anche sul piano dell’intensità e dell’applicazione difensiva, aspetti che avevano mosso più di un dubbio nei suoi confronti, al momento dell’estensione contrattuale. L’ultimo passo sarà trovare continuità, visto che anche in questo 2018/19, i giri a vuoto non mancano (vedi i quattro punti, con un solo tiro dal campo, contro i Grizzlies).
Gary Harris e Jamal Murray, gli altri giovani di punta, stanno diventando realizzatori sempre più affidabili e giocatori via via più completi. Harris è stato il migliore dei suoi nella vittoria contro Golden State (28 punti), mentre Murray è stato l’indiscusso protagonista del successo su Boston, con una performance da 48 punti (massimo in carriera) impreziosita da alcuni canestri memorabili nel tiratissimo finale.
Come spesso accade, i risultati di una squadra non dipendono solamente dalle prestazioni di due o tre singoli. Denver ha iniziato alla grande questa stagione nonostante l’infortunio di Will Barton (fermo almeno fino a dicembre per un problema all’anca). Ci è riuscita grazie al contributo del veterano Paul Millsap, finalmente in salute, e del sempre affidabile Mason Plumlee, ma anche per merito di ‘gregari’ su cui in pochi avrebbero scommesso, alla vigilia. Ecco dunque Trey Lyles (la cui avventura a Denver era iniziata con lo scambio che aveva portato ai Jazz…Donovan Mitchell), Juancho Hernangomez, Monté Morris (51esima scelta al draft 2017, reduce da una stagione in G-League), Malik Beasley (in grande crescita, anche lui ‘rimbalzato’ tra NBA e G-League nelle ultime due stagioni) e Torrey Craig (arrivato a Denver dopo tre anni passati in Australia); tutti in grado di ritagliarsi un ruolo importante in queste prime settimane di stagione.
Se consideriamo che l’età media del roster è la più bassa della lega (24,72 anni) e che all’appello mancano ancora Barton, Isaiah Thomas (fuori a tempo indeterminato per i postumi dell’operazione all’anca) e Michael Porter Jr. (che, prima dei continui problemi alla schiena, era considerato una papabile prima scelta assoluta al draft 2018), ci rendiamo conto che questi Nuggets potrebbero presto far sentire la loro voce ai piani alti della Western Conference e fare strage di cuori, tra gli appassionati NBA. Ti vorremo bene, Denver!
2 – The new age of Kings

I Sacramento Kings, proagonisti di un avvio di stagione sorprendente
Tifosi Kings, meglio non illudersi: salvo cataclismi, Sacramento guarderà i playoff in TV per la tredicesima stagione consecutiva. Con ogni probabilità, il grande momento degli uomini di Dave Joerger si esaurirà presto, e le ripetute sconfitte torneranno ad essere un’abitudine. Però ci sono dei buoni motivi per sorridere, nel nord della California. L’avvio di regular season al di sopra delle aspettative (6 vittorie e 5 sconfitte) è in parte dovuto al calendario agevole (la vittima più illustre, OKC, era in un momento di estrema difficoltà), ma è indubbio che in città si respira aria nuova. L’era di DeMarcus Cousins, caratterizzata da tante spiacevoli vicissitudini extra-parquet e da pochissime vittorie, è ormai lontana. Dopo un 2017/18 di ‘assestamento’, la franchigia sembra aver finalmente trovato una nuova strada.
Il nuovo progetto tecnico ideato da Joerger si basa essenzialmente sulla freschezza atletica dei giovani talenti e sull’affidabilità oltre l’arco. Se a impostare il gioco è De’Aaron Fox, uno dei giocatori più veloci della NBA con la palla tra le mani, il ritmo della squadra non può che essere elevatissimo (a volte anche troppo, causando numerose palle perse). Ciò mette a dura prova le difese avversarie, spesso impreparate alla fulminea transizione dei Kings. A beneficiare di questa frenesia offensiva sono soprattutto tiratori come Buddy Hield, Justin Jackson e Nemanja Bjelica, ma gli spazi aperti favoriscono anche giocatori prettamente interni come Willie Cauley-Stein, che sta giocando il miglior basket in carriera. Marvin Bagley, seconda scelta assoluta allo scorso draft, ha certamente bisogno di esperienza per diventare un pilastro della squadra, ma il suo eccezionale atletismo, unito alle non comuni abilità nel palleggio e nel tiro da tre punti sugli scarichi, lo rendono la potenziale ciliegina sulla torta per l’idea di gioco di Joerger.
Il ritrovato entusiasmo intorno ai Kings ha finito per contagiare perfino Iman Shumpert, la cui carriera sembrava giunta a un binario morto dopo la brutta conclusione della sua esperienza a Cleveland. Il vero miracolo, a questo punto, sarebbe tirar fuori qualcosa anche dagli ‘oggetti misteriosi’ Skal Labissiere e Ben McLemore.
In attesa del rientro a pieno regime dell’infortunato Bogdan Bodanovic e della maturazione di Bagley e di Harry Giles (che di fatto è un rookie, avendo saltato quasi per intero la scorsa stagione), Sacramento può guardare con grande ottimismo al futuro. Nel 2019 niente playoff (molto probabilmente) e nessuna scelta in lotteria (quella dei Kings spetterà a Boston). La ‘massa informe’ di prospetti grezzi e talenti incompiuti sta però, lentamente, prendendo le sembianze di una squadra NBA con un’identità ben precisa, di qualcosa su cui poter lavorare. E questa, dopo i deliri del recente passato, è una grandissima notizia.
3 – L’importanza di chiamarsi Alfonzo (o Allonzo)

Alfonzo McKinnie, giocatore rivelazione dei Golden State Warriors
Loro dicono “This is why we play”, noi potremmo dire “This is why we watch”. Uno dei motivi per gustarsi dall’inizio alla fine una stagione NBA è la possibilità di imbattersi in casi come quelli di Alfonzo McKinnie e Allonzo Trier, che si stanno ritagliando un insperato posto al sole tra le star della lega. Oltre al nome (che farebbe la fortuna dei comici nostrani), i due hanno in comune una scalata al successo piuttosto impervia.
Il sentiero più tortuoso è certamente quello intrapreso da McKinnie. Dopo una carriera liceale buona, ma non trascendentale, spesa tra due high school della natia Chicago, Alfonzo riuscì a trovare un posto a Eastern Illinois. Dopo due anni si trasferì a University of Wisconsin-Green Bay, ma una doppia rottura del menisco compromise i suoi sogni di gloria. Si dichiarò comunque eleggibile per il draft NBA 2015, ma nessuna franchigia fece il suo nome. McKinnie spese la stagione 2015/16 tra Lussemburgo e Messico, dove si impose come giocatore di riferimento, rispettivamente, degli East Side Pirates (seconda divisione) e dei Rayos de Hermosillo. Le ottime prestazioni in giro per il mondo lo convinsero a provarci un’ultima volta; nel settembre 2016 pagò di tasca propria 175 dollari per partecipare a un tryout con i Windy City Bulls, la squadra di G-League affiliata ai più celebri Bulls, quelli che negli Anni ’90 infiammarono il cuore della sua Chicago. Il provino andò bene, e Alfonzo fu incluso nel roster. A dire il vero, fu aiutato anche dal rapporto di amicizia venutosi a creare con Randy Brown, assistente dei Bulls che, l’estate precedente, aveva convinto McKinnie a partecipare ai Mondiali di 3 contro 3 in Cina.
Finalmente la grande occasione era arrivata, e Alfonzo si fece trovare pronto. Chiuse la stagione a 14.9 punti e 9.2 rimbalzi di media, e venne selezionato per l’All-Star Game della lega di sviluppo. Non solo: la sua ottima annata gli fece guadagnare il primo contratto NBA: un two-way con i Toronto Raptors!
Scese in campo in quattordici occasioni, racimolando un punto e mezzo in 3.8 minuti di media ma, come da prassi per i two-way-contracts, passò la maggior parte del tempo nella cara, vecchia G-League. Sotto la guida di Jerry Stackhouse, coach dei Raptors 905, confermò le cifre e l’impatto della stagione precedente, ma nel luglio 2018 fu comunque tagliato da Toronto. In ogni caso, si era ormai fatto un nome. A settembre bussarono alla sua porta nientemeno che i Golden State Warriors, che lo invitarono al training camp; dopo il sorprendente rifiuto di rinnovo da parte di Patrick McCaw, c’era un posto nel roster da assegnare. Come sappiamo, non solo McKinnie quel posto l’ha conquistato, ma è riuscito anche a mettersi in luce nella stessa squadra di Steph Curry e Kevin Durant. Al momento, le sue statistiche parlano di 6.8 punti in 15.3 minuti, ma ciò che ha reso indelebile questo periodo è indubbiamente la partita del 29 ottobre contro i Bulls, quella in cui Klay Thompson ha infranto il record di triple realizzate. Innanzitutto ha approfittato del ritorno nella sua Chicago per comprare una casa a sua madre, poi si è regalato la prestazione che vale una carriera (anche se potrebbe essere solo l’inizio; Quinn Cook docet): doppia-doppia da 19 punti e 10 rimbalzi. Per uno che arriva dalla seconda divisione lussemburghese, valgono come i 100 di Chamberlain.
Seppur non così avventurosa, anche la storia di Allonzo Trier merita una menzione. Tipico super-talento liceale corteggiato da mezza America, nel 2015 fu reclutato da quegli Arizona Wildcats che, due anni più tardi, avrebbero accolto DeAndre Ayton. Nelle stagioni seguenti, la squadra finì al centro di diversi scandali. Alcuni riguardavano il reclutamento irregolare di Ayton, altri coinvolsero proprio Allonzo, che rischiò di compromettersi la carriera per una doppia positività ai test antidoping. A quanto pare, le sostanze proibite erano contenute in alcuni farmaci che Trier aveva assunto in seguito a un incidente stradale. La questione si risolse, ma tali precedenti e il fatto di aver saltato parecchie partite fecero desistere i general manager NBA dal selezionarlo al draft 2018. I New York Knicks gli offrirono comunque un two-way-contract, con l’idea di mandarlo avanti e indietro dagli affiliati Westchester Knicks. Il resto è storia recente: in G-League, Trier non ha mai messo piede. Dopo dodici partite viaggia a 11.9 punti di media in 24.5 minuti, ha segnato 23 punti a Dallas e 21 al Madison Square Garden, contro quei Bulls che legano a doppio filo i nostri due protagonisti. In generale, sta dando un ottimo contributo ai derelitti Knicks, alla perenne ricerca di un motivo per sorridere.

