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La panchina dei Rockets porta verso nuovi traguardi

di Jacopo Di Francesco

Dov’eravamo rimasti? La fine di un rapporto fatto di promesse non mantenute, quello tra James Harden e Dwight Howard. Il 4-1 senza appello rifilato dai Warriors, nonostante la scivolata di Curry sul sudore di Motiejunas che si rivelerà a suo modo decisiva per il primo titolo di Cleveland, il terzo del Re.

Daryl Morey, gm dei Rockets, si rifiuta di concedere ad Howard il contratto sontuoso che chiede, quindi è tutto pronto per il ritorno – non troppo trionfale – a casa, ad Atlanta, dove ad aspettarlo ci sono Millsap e Schroeder. L’ex Magic però non era l’unico problema di una squadra attesa all’apoteosi da tre anni e che ha puntualmente deluso nel momento decisivo, abbandonandosi alle solite debolezze tattiche e difensive. Sembra assurdo, ma anche un candidato MVP come Harden aveva le sue colpe: rifiutava di essere uomo squadra fino in fondo, giocando ad un ritmo solo suo, pensando prima ai suoi numeri poi al resto, facendo un mito della sua non difesa.

Poi, la scintilla. Come spesso accade, nessuno l’aveva riconosciuta; anzi, si prevedevano disgrazie. E invece chi se non un maestro dell’attacco, chi se non Mike D’Antoni poteva rendere Houston una squadra degna di essere chiamata contender. The Beard ha sposato a pieno il suo progetto, è diventato il vero playmaker della squadra; si è scommesso su due giocatori sui quali ormai in molti avevano perso le speranze, come Ryan Anderson e soprattutto Eric Gordon. Inoltre con due veterani specialisti della difesa come Beverley e Ariza, tutto si semplifica.

L’impossibilità di firmare un altro all-star, per ragioni di sistema e soprattutto salary cap, hanno spinto il front office texano a puntare su una panchina che già dava buoni segnali: c’è appunto Eric Gordon, fresco campione del 3-point shootout. L’ex Pelicans si sta dimostrando una carabina fenomenale, viaggia a 17 punti di media con il 38% dall’arco, e sta migliorando anche nel puntare il ferro: è un serio candidato al premio di sesto uomo dell’anno.

Poi c’è Patrick Beverley: parte in quintetto, ma nel secondo tempo è lui a guidare la second unit. Difesa clamorosa, buon atletismo unito ad un playmaking d’esperienza; se a questo si aggiunge un tiro affidabile costruito negli anni, c’è tutto per portare un buon contributo ai due volte campioni NBA.

Capitolo lunghi: il giovane Sam Dekker, scudiero di livello al fianco di Kaminsky in quel del Wisconsin, sta ritrovando fiducia nel suo tiro, citofonare Duke per sapere quanto possa essere efficace. Inoltre ha buone cifre a rimbalzo e un atletismo non scontato che gli permette di reggere anche i matchup più difficili.

I centri sono tre: Capela, Nenè e Harrell. Per ovvi motivi, uno dei tre resta seduto, e qui subentra la capacità di D’Antoni di far sposare ai big men la ragion di stato. Capela se sta bene fisicamente è il più dominante, ma le cifre dicono Harrell: più 1 di plus minus offensivo al contrario degli altri; è anche intrigante avere più .lunghi da alternare in base all’avversario di turno, perché può sembrare strano ma i Rockets – grazie al collettivo – sono diventati una buona squadra anche difensivamente.

Dulcis in fundo, il colpo della deadline: Louis Williams. Il sesto uomo del 2015, dopo aver dato spettacolo allo Staples Center, si rimette in gioco davvero grazie alla prima mossa da gm dei Lakers di Magic Johnson: Brewer e una scelta al secondo giro ad LA, l’uomo con due fidanzate a Houston. La potenza di fuoco dei due backcourts dei Rockets è allucinante, anche in considerazione dell’upgrade che Lou rappresenta rispetto a Brewer – mai realmente inseritosi – a causa delle percentuali da tre in discesa. 54% nelle triple dall’angolo e 4.6 assist a partita, tanti per un giocatore score-first.

Per la seconda volta The Beard ha in mano una squadra per provare ad avvicinarsi a ciò che fece Olajuwon: quest’anno però, il contesto sembra essere migliore, e soprattutto sembra essere maturo lui. Aspettando i Playoffs, Where Amazing Happens.

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