Termina con questa ultima tappa la lunga corsa dedicata al focus di Yahoo! sui migliori giocatori della storia di ciascuna delle trenta franchigie NBA. Oggi tocca, last but not least, ai Memphis Grizzlies, compagine nata esattamente vent’anni fa e che solo di recente è assurta a potenza della Western Conference. Non c’è quindi da stupirsi se quattro quinti dello starting five ci siano molti elementi della squadra formatasi dal 2010 ad oggi. Ecco il quintetto:
- Mike Conley
- Tony Allen
- Zach Randolph
- Pau Gasol
- Marc Gasol
PM: MIKE CONLEY JR

Il palleggio di Mike Conley Jr.
A Ohio State i riflettori erano stati tutti per Greg Oden, ma a imbeccare lo sfortutato big man nel 2007 c’era un certo Mike Conley e in questi nove anni di NBA abbiamo capito il perchè. Il suo rendimento tra i pro non ha fatto altro che aumentare di stagione in stagione, facendolo così diventare uno dei punti cardine dei Memphis Grizzlies. I suoi 13.4 punti di media possono sembrare noccioline in una Lega dove i migliori scollinano i 30 a serata, ma come sempre affidarsi ai freddi numeri è fuorviante. Ordinato e affidabile, sotto coach Hollins Conley ha offerto lampi di generosità tanto difensiva quanto offensiva. Inoltre bisogna ricordare che, almeno nei primi tempi, Memphis non aveva una guardia in grado di colpire dal perimetro in modo davvero continuo: tuttavia fare certe cifre realizzative in post season (17.0) e farlo nell’anno in cui la tua squadra riesce a fare il miglior risultato nei playoff (finali di Concerence contro gli Spurs, ancorché con sweep subito) significa che, dopotutto, hai lavorato in maniera eccellente.
SG: TONY ALLEN
Anthony Allen da Chicago approda nella città cantata da Elvis nell’estate del 2010 e non lo fa proprio da perfetto sconosciuto: reduce da una finale persa con i suoi Boston Celtics contro i Lakers dopo averne vinta una due anni prima, in quelle occasioni si era guadagnato la fama (meritata, perché vera) di giocatore in grado di imbavagliare i realizzatori avversari e di realizzatore all’occorrenza. Ai Grizzlies gli viene offerto un ruolo di primo piano dopo che (parole sue) a Boston aveva sentito pesante l’ombra di veterani come Pierce e l’altro Allen, ben più noto: tuttavia appena arrivato si rompe subito, denunciando quella fragilità fisica che non gli aveva permesso fino a quel momento di diventare uno dei migliori giocatori di questa Lega. Quando torna in campo però è un altro. Rende la vita impossibile a chiunque si trovi di fronte, iniziando a catturare rimbalzi, a recuperare palloni e a segnare dal campo regolarmente (75%). La stagione 2011/2012 è pressoché identica alla precedente, mentre dalla successiva inizia a migliorare sempre di più, aumentando il numero di carambole e iniziando persino ad accrescere gli assist serviti. La sfortuna non smetterà mai di marcarlo stretto (altre 27 e 19 gare saltate negli ultimi due anni rispettivamente), ma ad oggi Allen può tranquillamente essere considerato la miglior guardia della storia dei Grizzlies.
SF: ZACH RANDOLPH
Qua ci sbilanciamo, senza paura di sembrare esagerati: Randolph è indiscutibilmente il giocatore più importante della storia per Memphis. Dal suo arrivo la parabola della franchigia è salita esponenzialmente, toccando vette che sembravano virtualmente inimmaginabili (almeno nel breve periodo). La sua vita è cambiata dall’estate 2009, nello specifico il giorno in cui, dopo gli anni turbolenti di Portland e gli intermezzi perdenti ai Knicks e ai Clippers (sempre conditi da episodi di ogni tipo), si è guardato allo specchio, pensato ai suoi figli e deciso di smetterla con la storia del piantagrane esibizionista, iniziando a intraprendere la via verso la vetta, dove il suo talento meritava di stare. Ad oggi possiamo dire che Z-Bo ci è riuscito: punti (sempre rigorosamente col diabolico mancino dal tocco dolce), rimbalzi, finte, agilità negli spazi brevi, tiri in controtempo e, in generale, una fusione con la comunità di Memphis che, come raccontato da lui stesso, per la prima volta lo ha fatto sentire ben voluto. Zach Randolph è, per finire, uno dei tanti uomini che sportivamente è vissuto due volte.
PF: PAU GASOL
L’unico intruso rispetto al quintetto Grit–Grind (cit. Tony Allen) è in realtà quello che meriterebbe anche di starci di più. Da solo ha retto le sorti della squadra quando questa era considerata alla stregua dei Clippers, ovvero un’eterna perdente. Su lui e Abdur–Rahim il coach Hubie Brown costruì l’asse che arrivò alla post season per la prima volta nella loro storia (2003) in un roster completato da Mike Miller, James Posey e Shane Battier. Nel mentre Pau aveva già dimostrato le sue qualità l’anno prima, vincendo il titolo di Rookie of the Year. Lo spagnolo successivamente andò ai Lakers in una famigerata e contestata trade che consentì ai gialloviola di tornare a respirare odore di titolo dopo troppi anni passati dietro le quinte: quello scambio tuttavia lasciò in eredità un dono a Memphis che non ci mise molto tempo a rivelarsi, il fratellino Marc.
C: MARC GASOL
Era il fratellino scarso e grasso, tant’è vero che i primi tempi a causa della sua scarsa forma fisica Pesic a Girona gli fece vedere il campo di rado. Questo però spinse il giovane Marc a migliorarsi a tal punto che poi nel 2008 diventò MVP della stagione regolare e in quello seguente ad approdare in NBA. L’idea di Marc Gasol come il fratellino scarso è sempre stato un giudizio contestabile, perché di fatto le sue qualità sono certamente esplose più tardi rispetto a quelle di Pau, ma non per questo vanno sottovalutate. Rispetto al fratello infatti possiede maggiori doti di centro e una miglior capacità a rimbalzo (anche se forse meno sicuro nella conclusione dal mid range), caratteristiche che gli hanno permesso di trovare il suo habitat ideale sotto canestro. Marc col tempo ha visto la propria reputazione crescere a tal punto da essere stato considerato più forte del fratello (e per certi aspetti del gioco lo è anche): più nello specifico, è diventato col tempo l’uomo simbolo dei Grizzlies. E pazienza se qualche saputello aveva sentenziato prematuramente che non era uno scambio equilibrato: la favola del brutto anatroccolo da piccoli ce l’hanno raccontata per un motivo, no?
Tra gli esclusi possiamo ricordare, oltre ai già citati Shareef Abdul-Rahim e Shane Battier, giocatori del calibro di Mike Bibby, Rudy Gay e O.J. Mayo.
Per NBA Passion,
Luigi “Condor” Ercolani





