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Bigger than Basketball: dalla NBA a Kaepernick

di Francesco Gulfo
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Qualche settimana fa Colin Kaepernick, giocatore NFL, ha deciso di rimanere seduto durante la cerimonia dell’inno americano. La polemica non ha tardato ad esplodere.

L’inno americano è presente prima dell’inizio di qualsiasi evento pubblico sportivo. Anche noi, dall’altra parte dell’oceano, siamo ormai abituati a sentirlo. C’è probabilmente chi lo conosce meglio dell’inno di Mameli. Lo Star-Spangled Banner è stato reso famoso in tutto il mondo dalla storica interpretazione strumentale di Jimi Hendrix. Viene suonato dagli artisti internazionali più noti in occasione degli eventi maggiori. Durante le ultime NBA Finals, per esempio, abbiamo potuto ammirare le interpretazioni di Carlos Santana e John Legend.

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Parte integrante dello sport americano, tutti gli atleti (americani e non) sono soliti portare rispetto all’inno rimanendo in piedi per tutta la durata della cerimonia. Ma non è solo una questione etica. La NBA impone a Giocatori, Allenatori e Staff di rimanere in piedi e in “postura dignitosa” per la durata dell’inno. La NFL, al contrario, non ha un regolamento così rigido a riguardo. Le conseguenze per eventuali trasgressori? Alcuni episodi, recenti e non, ci spiegano cosa può succedere a coloro che non seguono il regolamento.

Colin kaepernick san francisco 49ers nfl

Colin Kaepernick (seduto, al centro) protesta durante la cerimonia dell’inno nazionale americano

Lo sport americano in fermento

Il caso di Colin Kaepernick ha scatenato un vero e proprio putiferio quest’estate. In un paio di occasioni il quarterback dei San Francisco 49ers (impegnati in pre-season NFL) ha rifiutato di alzarsi in piedi durante l’inno americano. Questo ha provocato l’ira di una buona fetta di opinione pubblica ma ha anche spinto a una riflessione i più attenti. Qualche settimana prima già quattro atleti che conosciamo benissimo (Dwyane Wade, Chris Paul, LeBron James and Carmelo Anthony) avevano sfruttato la loro – enorme – popolarità e una piattaforma popolare come quella degli ESPYS Award per prendere una posizione riguardo ai problemi che affliggono le minoranze negli Stati Uniti.

Quella notte scottava ancora il ricordo dei fatti di Dallas, avvenuti qualche giorno prima. Fu quindi Carmelo Anthony ad esordire, affiancato dai tre amici e colleghi: Non possiamo più ignorare l’attuale stato di cose in America. Il sistema è rotto. I problemi non sono nuovi, la violenza non è nuova, e le divisioni razziali non sono sicuramente una novità. Ma la necessità di produrre un cambiamento non è mai stata così alta.” Ai quattro atleti si sono poi unite alcune giocatrici della WNBA come Sue Bird, e il sopracitato Kaepernick qualche settimana dopo ha portato la protesta anche nella National Football League.

Sit down for your rights!

Non mi alzerò in piedi per mostrare rispetto a una bandiera di un paese che opprime il popolo nero e la gente di coloreha dichiarato il giocatore dei 49ers ai media dopo la partita di pre-stagione contro i Green Bay Packers. “Per quanto mi riguarda tutto questo è più grande del football e sarebbe egoista da parte mia guardare dall’altra parte”. Subito dopo la partita anche la stessa franchigia di San Francisco ha emesso un comunicato. Si afferma di rispettare la posizione del proprio quarterback“L’inno nazionale è e sempre sarà una parte speciale della cerimonia pre-gara.” Il comunicato continua: “È un’opportunità per onorare la nostra nazione e riflettere sulle grandi libertà che essa permette ai propri cittadini. Nel rispettare tali principi Americani come la libertà di culto e la libertà di espressione, riconosciamo il diritto di un individuo a scegliere di partecipare, oppure no, alla celebrazione dell’inno nazionale“.

L’opinione pubblica si è affrettata a far sentire la propria opinione, dividendosi in un lampo. Alcuni dicono che non è compito della Lega di riferimento (NBA, NFL) decidere cosa tocca fare ai giocatori durante l’inno. Ognuno può e deve giudicare come meglio crede il comportamento da tenere di fronte all’inno e alla bandiera americana. Dall’altra parte ci sono quelli che non accettano una tale mancanza di rispetto. Suggerendo che è proprio quella nazione tanto denigrata a permettere a quegli atleti di guadagnare così tanto (Kaepernick guadagnerà all’incirca 11 milioni la prossima stagione).

Mahmoud Abdul-Rauf

Mahmoud Abdul-Rauf prega durante la cerimonia. La NBA gli aveva consentito di pregare come compromesso

La crociata solitaria di Abdul-Rauf

Sembra simile al polverone che si sollevò durante la stagione NBA 1995-96. Mahmoud Abdul-Rauf, giocatore dei Denver Nuggets, smise di alzarsi in occasione dell’inno pre-partita per diverse gare. A marzo 1996 la NBA lo squalificò ufficialmente per una partita. Una mossa che però costò al giocatore dei Nuggets più dei 32’000 dollari che gli vennero decurtati dallo stipendio. A fine stagione il giocatore venne ceduto. Si trattava del top-scorer della squadra, segnava 19.2 punti di media e aveva solo 27 anni. In realtà la sua carriera, almeno quella NBA, era praticamente già conclusa. I Sacramento Kings lo relegarono ai margini della rotazione. A partire dal 1998, dopo la scadenza del contratto, colui che prima della conversione all’Islam si chiamava Chris Jackson iniziò il suo girovagare per l’Europa. Una strada che lo ha portato anche in Italia, a Roseto, nella stagione 2004-05.

Abdul-Rauf riteneva proprio come Kaepernick che la bandiera americana fosse simbolo di razzismo e oppressione. In quanto tale non poteva alzarsi in segno di rispetto, perchè sarebbe stato in conflitto con la sua fede musulmana. Non puoi essere per Dio e per l’oppressione. È chiaro nel Corano” e ancora “Non critico coloro che stanno in piedi, quindi non criticate me che rimango seduto”. Ma i guai non si fermarono al campo. Le telefonate minatorie, le lettere “KKK” fissate con lo spray vicino alla sua abitazione in Mississippi. La stessa casa che sarebbe poi stata distrutta dalle fiamme nel 2001 mentre era vuota e in vendita.

Kaepernick deve essere pronto a tutto

Tutto questo non conta per l’ormai 47enne Abdul-Rauf. È fiero di essere andato avanti per la propria strada. Così come è orgoglioso di vedere Kaepernick prendere posizione in questi giorni. Allo stesso tempo però, l’ex talento di LSU avvisa il quarterback che i guai sono appena iniziati: È tutto un processo in cui cercano di liberarsi di te […] Iniziano col metterti in posizioni vulnerabili. Giocano col tuo minutaggio, in modo da incasinarti il ritmo. Poi ti fanno sedere ancora. Così alla fine sembra così, ok, il ragazzo non ne ha più, lo scambiamo“. Quello che può sembrare assurdo e complottista diventa verosimile quando detto da uno che in quella fatidica stagione 1995-96 faceva, in campo, quello che voleva. Compreso metterne 32 con 9 assist contro i Chicago Bulls delle 72 vittorie. Uno che pareva essere destinato a calcare i parquet americani per molto tempo ancora.

Ed è  invece stato scaricato come un giocattolo usato. Ha dovuto al contrario ricostruirsi una carriera. Ritrovatosi ben presto in Europa, non si pente affatto del suo percorso: È inestimabile sapere che posso andare a dormire essendo consapevole che ho rispettato i miei principi. Sia che vada in bancarotta, sia che io venga ucciso o qualsiasi altra cosa, ho difeso i miei valori. Per me, questo vale più del benessere o della popolarità”.

Muhammad Ali vietnam

Testata del quotidiano di Houston che annuncia la sanzione ai danni di Muhammad Ali

Bigger than Basketball

Sembra la base di ripartenza per un movimento che, tramite Kaepernick e gli altri, sta rinascendo. Sembra di scorgere il filo rosso che lega gli atleti oggi protagonisti a Tommie Smith e John Carlos, al loro pugno alzato di Città del Messico; a Muhammad Ali, recentemente scomparso, obiettore di coscienza contro la guerra in Vietnam. Gli atleti di colore negli anni Sessanta sfidavano forze ancora più complesse e oscure, è innegabile. Ma oggi come allora alcuni degli atleti più forti e popolari del mondo hanno deciso di mettere la faccia per ispirare il cambiamento. E non è un processo da sottovalutare.

La loro influenza sulle masse è al giorno d’oggi enorme. Ma possono dei semplici sportivi diventare leader di un movimento per i diritti civili? È Dwyane Wade a prendere la parola, dopo la sparatoria che giorni fa gli ha portato via il cugino. Adesso il recente trasferimento ai Chicago Bulls diventa ancora più importante. “Sono tornato in città per una ragione più grande del basket. Il basket ne fa parte, sicuramente. È quello che faccio per guadagnarmi da vivere. Ma credo che il mio scopo, alla fine, sia quello di venire a Chicago per farne parte, per esserne la voce che può aiutare la gente a tornare insieme.”

Lo Sport che va oltre lo Sport.

 

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