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I quintetti del millennio: Houston Rockets

di Stefano Belli
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Gli Houston Rockets del nuovo millennio sono stati quasi sempre una grande incompiuta. Negli anni Duemila si sono affacciati più volte ai playoffs, superando il primo turno solo nel 2009, e nel decennio seguente hanno raggiunto due finali di Conference, senza mai riuscire a compiere l’ultimo passo. Ecco il quintetto ideale degli Houston Rockets dal 2000 in avanti.

Point guard – James Harden

Il 2012 è l’anno dell’esplosione per Harden, che viene premiato come Sixth Man of the Year e aiuta i Thunder a raggiungere la finale NBA. ln fase di estensione contrattuale, però, emergono importanti differenze tra la richiesta del giocatore e le esigenze salariali di Oklahoma City, così, pochi giorni prima che cominci la nuova stagione, va in porto uno scambio destinato a cambiare gli equilibri della lega.

Harden viene ceduto agli Houston Rockets, con i quali emerge rapidamente tra i migliori giocatori NBA e tra i realizzatori più inarrestabili di sempre. Negli anni trascorsi in Texas arrivano 8 All-Star Game, 6 inclusioni nel primo quintetto All-NBA, tre titoli di miglior marcatore e uno di migliore assistman della lega. Nel 2018 guida i Rockets al miglior record della loro storia, viene eletto MVP e trascina per la seconda volta la squadra alle finali di Conference, dove Houston si ferma a un passo dall’eliminare la corazzata Warriors. Archiviato un 2018/19 straordinario sul piano individuale, chiusa a oltre 36 punti di media, e una deludente eliminazione al primo turno nella Bolla di Orlando, i Rockets si preparano alla ricostruzione. Harden, che si presenta in ritardo e visibilmente fuori forma al training camp, chiede di essere ceduto. Viene accontentato a gennaio 2021, quando lascia il Texas dopo quasi nove anni per unirsi ai Brooklyn Nets.

Guardia – Steve Francis

Nel 1999, ‘Stevie Franchise‘ viene quasi regalato ai Rockets dai Vancouver Grizzlies, costretti a cederlo dopo che il giocatore ha dichiarato esplicitamente di non gradire la franchigia che lo ha appena scelto al draft. In Texas, Francis mette in mostra il suo atletismo esplosivo e le sue straordinarie capacità realizzative, guadagnandosi due convocazioni all’All-Star Game, ma con lui in campo la squadra raggiunge i playoffs solo nel 2004, quando viene distrutta al primo turno dai Los Angeles Lakers. Quell’estate, Steve, che oltre alle qualità di cui sopra ha manifestato di non trovarsi benissimo con coach Jeff Van Gundy, viene ceduto agli Orlando Magic nella trade che porta a Houston Tracy McGrady.

Ala piccola: Tracy McGrady

Se in Florida è diventato una superstar, in Texas ‘T-Mac’ si consacra come uno dei giocatori-copertina degli anni Duemila. Si presenta al nuovo pubblico con la leggendaria performance del 9 dicembre 2004, quando i suoi 13 punti negli ultimi 35 secondi di gara regalano un’incredibile vittoria in rimonta ai Rockets contro i San Antonio Spurs.

Nelle cinque stagioni e mezza trascorse a Houston, McGrady aggiunge al suo palmarès tre All-Star Game e tre quintetti All-NBA, ma colleziona anche una miriade di infortuni, che sommati a qualche deludente prestazione nei momenti decisivi impediscono ai Rockets di superare il primo turno playoffs. Un obiettivo che viene raggiunto, ironia della sorte, nel 2009, quando T-Mac è in infermeria. I problemi alla schiena alla spalla e al ginocchio accelerano bruscamente il suo declino, e a febbraio 2010 il suo contratto viene scaricato ai New York Knicks, con i quali McGrady imbocca il viale del tramonto.

Ala grande: Yao Ming

Il colosso cinese è la scontatissima prima scelta del draft 2002. Con lui, i Rockets fanno “bingo” due volte; innanzitutto sul piano del marketing, visto l’enorme seguito e clamore suscitato dal ragazzo in patria e fuori, ma anche dal punto di vista tecnico. Yao spegne velocemente lo scetticismo statunitense e diventa uno dei migliori centri della lega, guadagnandosi non solo la chiamata all’All-Star Game in ciascuna delle sue 8 stagioni (in certi casi aiutato dai voti dei numerosissimi connazionali), ma anche cinque inclusioni nei quintetti All-NBA. Come avrete sentito poco fa, le stagioni da professionista del fenomeno cinese sono solo 8. Dopo aver saltato appena due incontri nelle prime tre stagioni, dal 2005 in avanti Yao viene tormentato da una serie di gravi infortuni. Prima i problemi al piede sinistro, poi quelli al ginocchio destro, poi le operazioni allo stesso piede sinistro gli consentono di superare le 60 presenze solo nel 2008/09, quando Houston arriva al secondo turno playoffs, e lo costringono a un prematuro ritiro nel 2011.

Centro: Clint Capela

Il centro svizzero di origini angolane e congolesi viene scelto a fine primo giro del draft 2014. Trascorre le sue prime stagioni come riserva di Dwight Howard, ma con la partenza di quest’ultimo viene promosso in quintetto da coach Mike D’Antoni. Perfetto compagno di pick and roll per James Harden, Capela è un elemento fondamentale dei Rockets nella seconda metà degli anni Dieci, quando la squadra raggiunge due volte le finali di Conference. A febbraio 2020, dirigenza e staff tecnico tentano un esperimento tattico estremo: spediscono Clint agli Atlanta Hawks e rimangono con una rotazione senza centri di ruolo. Non funzionerà un granché, e dopo i deludenti playoffs nella Bolla, in Texas partirà il rebuilding.

Sesto uomo: Eric Gordon

Gli altri candidati al posto erano Dwight Howard, che in Texas ha vissuto tre ottime stagioni sul piano individuale, ma senza ottenere grandi risultati di squadra, e Chris Paul, il quale però ha passato solo due stagioni a Houston, con un netto calo di prestazioni nella seconda annata.

Gordon è stato invece uno dei simboli dei Rockets nei loro anni migliori. Dopo un ottimo esordio con la maglia dei Clippers e i tanti infortuni che hanno condizionato la sua esperienza a New Orleans, la sua carriera sembrava in rapido declino. Invece, in Texas, Eric ha vissuto una seconda giovinezza. Coach D’Antoni lo fa partire dalla panchina per punire le difese avversarie con il suo micidiale tiro da tre punti, e Gordon risponde talmente bene da essere premiato come Sesto Uomo dell’Anno nel 2016/17. È anche dalle sue mani che passano le grandi stagioni dei Rockets, che spesso si affidano a lui nei momenti decisivi. Una nuova serie di infortuni e il cambio di rotta della franchigia lo portano all’addio a febbraio 2023, dopo sei anni e mezzo di onoratissimo servizio.

Allenatore: Mike D’Antoni

L’architetto del Seven Seconds Or Less viene ingaggiato dai Rockets nell’estate del 2016, dopo le parentesi fallimentari alla guida di Knicks e Lakers. Come il nuovo allenatore, anche Houston, che sembra finita su un binario morto, ha bisogno di riscatto. L’obiettivo viene centrato fin dalla prima stagione; i Rockets passano da 41 a 55 vittorie, D’Antoni viene premiato come Coach of the Year e James Harden, spostato nel ruolo di playmaker da nuovo coach, diventa il migliore assistman della lega. L’anno dopo arrivano la regular season più vincente nella storia della franchigia, il trofeo di MVP per Harden e le Finals sfumate all’ultima partita contro Golden State. D’Antoni costruisce attorno al barbuto numero 13 una versione potenziata dell’attacco run and gun con cui aveva reso celebri i Phoenix Suns negli anni Duemila, stabilendo un modello imitato da molti colleghi negli anni a venire. La fallimentare stagione 2019/20, chiusa malamente al primo turno playoffs, segna la fine di un ciclo in Texas. D’Antoni, che aveva annunciato da tempo di non voler rinnovare il suo contratto, è il primo a lasciare la squadra, che si prepara a una lunga ricostruzione.

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