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I quintetti del millennio: Miami Heat

di Stefano Belli
I quintetti del millennio: Miami Heat

Nel nuovo millennio, i Miami Heat si sono affermati come una delle organizzazioni più solide dell’intera NBA. Per trasformare in un marchio di fabbrica la “Heat Culture“, le cui radici sono state piantate negli anni 90 con l’arrivo di Pat Riley, sono serviti due grandi cicli, che hanno mantenuto la squadra ad alti livelli senza mai cedere all’idea di una ricostruzione totale. Ecco il quintetto ideale dei Miami Heat dal 2000 in avanti.

Guardia: Dwyane Wade

Colui che diventerà il giocatore simbolo della franchigia viene scelto con la quinta chiamata dello stellare draft 2003. Il giovane Wade prende subito le redini della squadra, guidandola subito ai playoffs. Nel 2005 debutta all’All-Star Game e trascina gli Heat in finale di Conference, con l’aiuto del nuovo arrivato Shaquille O’Neal. L’anno dopo, Dwyane lascia ai posteri una memorabile cavalcata ai playoffs, chiusa con il primo titolo NBA nella storia della franchigia. Le sue prestazioni da urlo alle Finals gli valgono il premio di MVP della serie, nonché l’ingresso dalla porta principale nell’élite della lega.

Nelle stagioni seguenti, Wade si consacra sul piano individuale, ma non riesce a bissare il trionfo del 2006, complice qualche infortunio di troppo. La sua carriera e la storia di Miami cambiano nell’estate del 2010, quando a South Beach arrivano LeBron James e Chris Bosh. Nascono gli Heatles, che dominano la Eastern Conference per i quattro anni successivi. Wade è il migliore dei suoi nelle Finals perse contro Dallas, poi cede progressivamente il timone a King James, anche per via delle condizioni fisiche sempre più precarie. Grazie anche alle performance da “secondo violino di lusso” di Dwyane, Miami porta a casa il titolo sia nel 2012, sia nel 2013. Dopo le quarte Finals consecutive, stavolta perse contro San Antonio, LeBron sceglie di tornare a Cleveland, mentre capitan Wade e Bosh rimangono in Florida. I problemi di salute di quest’ultimo contribuiscono ai risultati mediocri della squadra, e nel 2016, complici alcuni screzi con Pat Riley, Dwyane opta per un clamoroso addio, firmando da free agent con i Chicago Bulls. In verità si tratta di un arrivederci: a febbraio 2018, dopo essersi chiarito con il presidente, Wade torna a casa. Si ritira un anno dopo, e a febbraio 2020 la sua maglia numero 3 viene innalzata al soffitto dell’American Airlines Arena.

Guardia: Jimmy Butler

A raccogliere degnamente il testimone da Wade ci pensa Jimmy Butler, che nell’estate del 2019 arriva a Miami tramite sign-and-trade. Le due annate trascorse con le maglie di Timberwolves e Sixers gli sono valse una reputazione da elemento problematico e destabilizzante, invece Jimmy si rivela il portabandiera ideale della Heat Culture. Si impone subito come il leader di un gruppo giovane, ma allo stesso tempo roccioso e combattivo. Nella Bolla di Disney World, Miami si dimostra la squadra più pronta e agguerrita di tutte. Ribaltando ogni pronostico e lasciando per strada vittime illustri, gli uomini di coach Erik Spoelstra marciano fino alla serie per l’anello. Nonostante un eroico Butler, a prevalere sono i Los Angeles Lakers, più in salute e più profondi rispetto agli avversari. Dopo il passo falso del 2021, quando gli Heat vengono spazzati via al primo turno da Milwaukee, il copione si ripete nelle stagioni successive. Butler gioca con il pilota automatico durante la regular season, ma ai playoff diventa inarrestabile. Nel 2022 trascina Miami in finale di Conference, e l’anno seguente la riporta alle Finals, partendo con l’ottava testa di serie. Ancora una volta, i sogni di titolo vengono infranti da un avversario nettamente superiore: i Denver Nuggets di Nikola Jokic.

Ala piccola: LeBron James

Nell’estate del 2010, la celeberrima Decision con cui il Re decide di “portare i suoi talenti a South Beach” trasforma gli Heat nella squadra più odiata d’America, ma allo stesso tempo la rende una corazzata quasi inaffondabile. A Miami, LeBron vive la sua fase di massimo splendore, combinando tecnica, atletismo e risultati. Nelle quattro stagioni trascorse in Florida, King James si prende definitivamente il trono della lega. Vince due MVP, trascina la squadra alle Finals tutti gli anni a suon di prestazioni leggendarie, riesce finalmente a conquistare il titolo nel 2012 e lo bissa nel 2013 al termine di un’annata dominante, in cui sfiora anche il premio di Difensore dell’Anno. Il suo ritorno ai Cleveland Cavaliers, nel 2014, segna non solo la fine di un ciclo a Miami, ma anche la fine di un’epoca per la NBA.

Ala grande: Chris Bosh

Nelle sette stagioni passate a Toronto, Bosh è diventato un ospite fisso degli All-Star Game, ma non si è mai avvicinato a competere per il titolo. Quando scegli di completare i ‘Big Three’, nel 2010, le sue prospettive cambiano drasticamente. Il lungo texano deve accettare un ruolo da comprimario e sacrificare le cifre individuali, ma diventa un elemento imprescindibile, sui due lati del campo, di una delle migliori formazioni della storia.

Nel 2012, rientrato da un infortunio durante i playoffs, contribuisce a rivoluzionare la pallacanestro contemporanea; viene schierato come centro atipico nel quintetto piccolo di coach Erik Spoelstra, e le sue performance sono tra le chiavi tattiche del primo trionfo degli Heatles. In gara 6 delle Finals 2013, Bosh cattura il rimbalzo più importante nella storia della franchigia, servendo l’assist a Ray Allen per la tripla che cambia il corso della serie, regalando di fatto un nuovo trionfo a Miami. Con la partenza di LeBron James e i continui acciacchi di Dwyane Wade, Chris diventa il leader tecnico della squadra, ma nel 2015 deve fermarsi per dei coaguli di sangue nei polmoni. Lo stesso problema si verifica l’anno seguente, prima che Bosh disputi il suo undicesimo All-Star Game. Nonostante gli svariati tentativi di rientro, Chris non mette più piede su un parquet NBA. La sua maglia numero 1 viene ritirata dagli Heat il 26 marzo 2019.

Centro: Shaquille O’Neal

Dopo un lungo tira e molla con la dirigenza dei Lakers sul rinnovo contrattuale e le continue frizioni con Kobe Bryant, nell’estate del 2004 Shaq saluta la franchigia con cui ha dominato la NBA di inizio millennio. Viene ceduto ai Miami Heat, ai quali si presenta in pompa magna promettendo di portare un titolo in Florida. Alle parole, O’Neal fa seguire i fatti; arriva dietro al solo Steve Nash nella corsa al premio di MVP, e con l’aiuto di Dwyane Wade guida Miami alle Eastern Conference Finals, perse in gara 7 contro i Pistons. Nel 2006, Shaq tiene fede alla promessa; calato nelle insolite vesti di un gigantesco Robin, aiuta Batman-Wade a regalare agli Heat il loro primo titolo NBA, il quarto nella carriera del Big Diesel. La caccia al bis di Miami viene frenata dagli infortuni, che tengono ripetutamente ai box Shaq e Flash. Ormai la carriera di O’Neal è entrata nella fase calante. Tra il colosso e coach Pat Riley si creano dei dissapori legati alle sue condizioni fisiche, e la crescente tensione porta alla cessione di Shaq, che a febbraio 2008 viene spedito ai Phoenix Suns. Sebbene non sia finita nel migliore dei modi, l’esperienza di O’Neal a South Beach merita di essere celebrata in eterno: è per questo che, a dicembre 2016, la sua maglia numero 32 viene ritirata dalla franchigia.

Sesto uomo: Bam Adebayo

A Kentucky, Adebayo è considerato il terzo giocatore più promettente della squadra, dopo De’Aaron Fox e Malik Monk. Sembra il classico lungo che protegge il ferro e che inchioda a canestro le alzate delle guardie, ma nulla di più. Viene scelto da Miami con la quattordicesima chiamata del draft 2017, e nelle prime due stagioni gioca principalmente come riserva di Hassan Whiteside. La partenza di quest’ultimo, nell’estate del 2019, permette a Bam di dare pieno sfogo al suo potenziale. Promosso in quintetto, Adebayo viaggia attorno ai 16 punti, 10 rimbalzi e 5 assist di media, rivelandosi un playmaker aggiunto per coach Erik Spoelstra, debutta all’All-Star Game e arriva secondo, dietro a Brandon Ingram, nella corsa al Most Improved Player Award. Il suo contributo su entrambi i lati del campo è fondamentale nella corsa di Miami alle Finals 2020, e la sua stoppata ai danni di Jayson Tatum diventa la giocata-simbolo delle finali di Conference. Adebayo si manitene a livelli altissimi nelle stagioni successive, facendo presenza fissa nei quintetti All-Defensive e ritrovando l’All-Star Game. Nel 2023 aiuta gli Heat a tornare in finale, dove Bam è il migliore dei suoi nella serie persa contro Denver.

Allenatore: Erik Spoelstra (Pat Riley)

La Heat Culture è stata certamente plasmata da Pat Riley, arrivato in Florida nel 1995, ma per mantenerla viva nel corso dei decenni bisognava lasciare il timone nelle mani giuste. Partito come video coordinator, Spoelstra prende il posto del suo mentore nel 2008. All’inizio dell’era-Heatles, il suo ruolo viene messo più volte in discussione; lo stesso LeBron James, da quanto trapela, vorrebbe il suo licenziamento e il ritorno in panchina di Riley. Quest’ultimo decide comunque di dare fiducia a Spoelstra, che la ripaga ampiamente. I due titoli e le quattro Finals disputate arrivano non solo grazie al talento delle star, ma anche per la coesione e il bilanciamento mostrate dal gruppo e per le innovazioni tattiche portate avanti con coraggio dal coach. I meriti di Spoelstra vengono evidenziati ulteriormente dopo l’addio di LeBron, quando gli Heat si mantengono competitivi malgrado le assenze, e vengono sublimati all’inizio degli anni Venti. Miami disputa altre due finali NBA, guidata da Jimmy Butler, da Bam Adebayo e da tanti giocatori arrivati dal nulla, che Spoelstra ha contribuito a rendere elementi chiave di una squadra da titolo.

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