Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimenti Il quintetto ideale dei Los Angeles Lakers dal 2000 a oggi

Il quintetto ideale dei Los Angeles Lakers dal 2000 a oggi

di Stefano Belli
lakers

Nel nuovo millennio, la gloriosa tradizione gialloviola è continuata grazie a tre cicli vincenti; prima la corazzata di Kobe Bryant, Shaquille O’Neal e Phil Jackson, poi il talentuoso gruppo guidato da Kobe e da Pau Gasol, quindi la solida ed esperta formazione di LeBron James e Anthony Davis. Ecco il quintetto ideale dei Los Angeles Lakers dal 2000 in avanti.

Point guard: Derek Fisher

‘Fish’ è stato una colonna portante dei Lakers per 13 stagioni, giocando un ruolo determinante su entrambi i lati del campo nella conquista di 5 titoli NBA. A inizio millennio viene utilizzato come riserva del veterano Ron Harper, poi si prende definitivamente il posto in quintetto. Durante i playoffs del 2004, in gara 5 del secondo turno, realizza uno dei più famosi canestri nella storia dei Lakers, quello che consente di battere i San Antonio Spurs con appena 4 decimi di secondo sul cronometro. Con l’addio di Shaq, in California comincia una fase di ristrutturazione del roster. Fisher, diventato free agent, firma per i Golden State Warriors, con cui disputa due dimenticabili stagioni, poi viene ceduto agli Utah Jazz. I problemi di salute della figlia lo spingono però a tornare a Los Angeles, così nel 2007 Derek rindossa la maglia gialloviola. Il ritorno di Fish è uno dei tasselli che permettono ai Lakers di ricominciare a vincere. Il numero 2 aiuta la squadra a raggiungere tre finali e a vincere altri due titoli NBA. Viene ceduto agli Houston Rockets alla trade deadline 2012, quando i gialloviola cercano di ringiovanire il loro roster per rimanere ai piani alti della Western Conference.

Guardia: Kobe Bryant

Insieme a Magic Johnson, il Black Mamba è il simbolo della franchigia più famosa al mondo. Da giovanissimo viene scelto personalmente da Jerry West, che vuole costruire su di lui e su Shaquille O’Neal una nuova dinastia. Kobe non solo mantiene le aspettative, ma le supera ampiamente. A cavallo dei due millenni emerge tra i nuovi volti della NBA, e ben presto la colossale ombra di Shaq comincia a stargli stretta.

Il crescente dualismo tra le superstar gialloviola si trasforma in una telenovela che riempie pagine di giornale e siti web, finché nel 2004 avviene la grande separazione. Kobe rimane il lìder maximo dei Lakers e nelle stagioni successive si consacra sul piano individuale, lasciando ai posteri una partita da 81 punti contro i Raptors e guadagnandosi il suo primo e unico trofeo di MVP stagionale, ma senza ripetere i successi di squadra passati. Sul finire degli anni Duemila, il rientro in panchina di Phil Jackson e la formazione di un supporting cast eccezionale consentono a Bryant di tornare in cima al mondo NBA, stavolta da MVP delle Finals e da maschio alfa indiscusso. Dopo essersi messo al dito il quinto anello, il Mamba deve fare i conti con una gestione non impeccabile da parte del front office, e poi con una serie di infortuni che condizionano il suo finale di carriera. Quando capisce che il suo fisico non è più in grado di assisterlo, Kobe annuncia il ritiro tramite una lettera struggente, premiata addirittura con un Oscar. Il suo farewell tour si conclude il 13 aprile 2016, quando si congeda dal suo pubblico adorante con una prestazione da 60 punti. L’esperienza terrena di Kobe Bryant si conclude tragicamente il 26 gennaio 2020, sulle colline di Calabasas, ma la leggenda del Black Mamba continuerà a vivere per sempre.

Ala piccola: LeBron James

Nell’estate del 2018, la strada della franchigia più prestigiosa al mondo incrocia quella di colui che viene ritenuto da molti come il più grande cestista di sempre. Diventato free agent, LeBron James decide infatti di vestire la maglia dei Los Angeles Lakers. L’inizio di questo acclamato matrimonio sportivo non è dei più semplici; il Re vuole rendere subito competitivo un gruppo giovanissimo e inesperto, ma non tutti i talenti in erba del roster riescono a reggere la pressione. Un infortunio all’inguine dello stesso James e lo spudorato corteggiamento a Anthony Davis contribuiscono a mandare definitivamente a rotoli la stagione gialloviola.

Durante la offseason, Davis arriva finalmente a Los Angeles, e i Lakers diventano una corazzata inaffondabile. Al primo tentativo, al termine di una stagione infinita chiusa nella Bolla di Orlando, vincono il diciassettesimo titolo della loro storia, pareggiando il record assoluto dei Boston Celtics. Ci riescono soprattutto grazie a uno straordinario LeBron, eletto Finals MVP per la quarta volta in carriera, con la terza squadra diversa. Nelle stagioni successive, complice qualche infortunio di troppo e alcune discutibili scelte di mercato, i Lakers non riescono a mantenersi sul trono, ma LeBron consolida la sua leggenda sul piano individuale. Il 7 febbraio 2023, contro gli Oklahoma City Thunder, James supera Kareem Abdul-Jabbar e diventa il miglior realizzatore nella storia NBA. Nella stagione seguente, il Re aggiunge al suo sconfinato palmarès la prima NBA Cup della storia, vinta da MVP dell’In-Season Tournament.

Ala grande: Pau Gasol

La mossa decisiva per rendere di nuovo i Lakers una squadra da titolo è l’innesto di Pau Gasol, a febbraio 2008. L’ex-stella dei Memphis Grizzlies si rivela fin da subito una spalla perfetta per Kobe Bryant, con cui sviluppa un legame che andrà ben oltre il rettangolo di gioco. Dopo pochi mesi quei Lakers, in cui brillano anche Derek Fisher, Lamar Odom e Andrew Bynum, raggiungono le NBA Finals, dove vengono sconfitti dai Boston Celtics. Nelle due stagioni successive, però, i gialloviola dominano incontrastati. Se Kobe è il leader assoluto, Pau si dimostra un secondo violino di lusso. Viene inserito nel secondo quintetto All-NBA sia nel 2009, sia nel 2010, e le sue grandi prestazioni sono di vitale importanza nel back-to-back dei Lakers. Secondo alcuni, Gasol è il vero MVP delle Finals 2010, vinte contro gli eterni rivali biancoverdi.

Gli ultimi anni del lungo spagnolo a Los Angeles non sono semplicissimi; prima viene inserito nella trade, poi sfumata, che dovrebbe portare Chris Paul in gialloviola, poi perde il posto in quintetto e entra in conflitto con il nuovo allenatore, Mike D’Antoni. Nell’estate del 2014, quando scade il suo contratto, Gasol decide di lasciare la California e di firmare con i Chicago Bulls. Oggi, la sua maglia numero 16 è appesa al soffitto della Crypto.com Arena.

Centro: Shaquille O’Neal

La NBA di inizio millennio ha un solo padrone: Shaquille O’Neal. Dopo aver sfiorato il titolo con gli Orlando Magic e aver incontrato qualche ostacolo di troppo nei primi anni in gialloviola, con l’avvento in panchina di Phil Jackson Shaq dà sfogo al suo immenso potenziale. Eletto MVP nel 2000, si abbatte come un meteorite sulle difese avversarie per tre edizioni consecutive dei playoffs. La conseguenza è inevitabile: tre titoli NBA vinti da MVP delle Finals, dominando come raramente si era visto in precedenza. La dinastia gialloviola comincia a perdere colpi tra il 2002 e il 2004, quando le frizioni tra O’Neal e Kobe Bryant e le condizioni fisiche non sempre impeccabili del colosso impediscono ai Lakers di mantenersi ai vertici. La bolla esplode dopo le Finals perse contro i Pistons: Shaq, in conflitto con la dirigenza sul rinnovo contrattuale e ormai ai ferri corti con Kobe, viene ceduto ai Miami Heat, con i quali vincerà un altro titolo nel 2006. I segni del suo passaggio in California restano però indelebili: oltre alla maglia numero 34 che sventola orgogliosa sul soffitto, fuori dall’arena di Los Angeles potete trovare una statua del ‘Big Diesel’ che si porta a casa il ferro.

Sesto uomo: Anthony Davis

La telenovela sul possibile approdo di AD ai Lakers ha di fatto rovinato il 2018/19 dei New Orleans Pelicans, ma anche quello dei gialloviola. Quando finalmente l’affare si conclude, nell’estate del 2019, i Lakers diventano imbattibili. Davis disputa un 2019/20 stellare, che gli vale l’inserimento nel primo quintetto All-NBA per la quarta volta in carriera e il secondo posto nelle votazioni per il Defensive Player of the Year. Il suo dominio su entrambi i lati del campo prosegue durante i playoffs, disputati nella Bolla di Disney World, quando AD è determinante nella conquista del diciassettesimo titolo gialloviola, Nelle stagioni seguenti, però, emerge anche il lato oscuro della luna. Davis continua a entrare e uscire dall’infermeria, e tra il 2020 e il 2022 si vede in campo in appena 76 occasioni. Senza il costante contributo dell’8 volte All-Star, i Lakers si fermano al primo turno nel 2021 e vengono addirittura esclusi dai playoffa l’anno dopo. Nel 2023 si torna a intravedere il miglior Davis, che con qualche prestazione dominante aiuta i gialloviola a raggiungere le finali di Conference.

Allenatore: Phil Jackson

Concluso il leggendario ciclo vincente dei Bulls, capaci di conquistare sei titoli NBA in otto stagioni, il Maestro Zen decide di prendersi un anno sabbatico per girare il Nord America a bordo della sua fida motocicletta. Nell’estate del 1999, però, al suo cospetto si presenta una sfida piuttosto affascinante: riportare ai vertici della lega i Los Angeles Lakers, che da troppo tempo ormai si accontentano dei bei ricordi dell’era Showtime.

Jackson prende dunque il timone di una squadra promettente, ma dominata dalle personalità ingombranti di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal. Il saggio coach riesce a stuzzicare a dovere l’ego delle due star, stimolandole a tal punto da massimizzare il loro infinito potenziale, e con l’aiuto di fidi veterani instilla al gruppo gialloviola la tanto desiderata mentalità vincente. Le prime tre stagioni di Jackson a Los Angeles si chiudono con una parata per le vie cittadine, poi i rapporti sempre più tesi fra Shaq e Kobe contribuiscono a rovinare il giocattolo. Nel 2004, insieme a O’Neal, anche il grande allenatore se ne va sbattendo la porta, e qualche mese dopo pubblica un libro, intitolato “The Last Season”, in cui attacca duramente Kobe e la dirigenza. Un anno più tardi, tra lo stupore generale, la sua compagna Jeanie Buss, figlia del proprietario gialloviola Jerry, riesce a convincere Phil a tornare sui suoi passi. Jackson risale sulla giostra, e dopo le frustrazioni iniziali arriva un’altra ondata di trionfi. Uno dei più grandi allenatori di sempre decide di smettere al termine dei playoffs 2011. Nel suo palmarès ci sono ben 13 titoli NBA, undici dei quali vinti come guida tecnica.

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