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NBA, Charles Barkley sicuro: “Si gioca al 100%” ma se un giocatore risulta positivo?

di Michele Gibin

A Charles Barkley non manca il coraggio delle affermazioni coraggiose, neppure se si tratta di dare percentuali sulla probabilità per la NBA di riprendere la sua stagione, ferma dallo scorso 12 marzo.

Barkley si dice sicuro al 100% che la NBA tornerà in campo per concludere l’annata, e si spinge oltre: “La decisione arriverà la settimana prossima, e conosco persone nel baseball che dicono che giocheranno al 100%. Anche nell’hockey, si tornerà a giocare presto, credo. Per il football? Credo che ci sarà da aspettare e vedere. Ho parlato con i miei capi a Turner (la compagnia proprietaria di TNT, ndr) e si dice che si gioca. In florida a Orlando o a Las Vegas“.

Non è un segreto ormai che la NBA stia preparandosi per un ritorno in campo in estate, per la seconda metà di luglio e ad Orlando, al Walt Disney World Resort. Una struttura potenzialmente adatta ad accogliere il basket NBA per settimane, ma i nodi logistici da sciogliere – in primis riguardo alla sicurezza di atleti ed operatori – son tanti, mentre il tempo stringe.

Dopo il passo in avanti della lega su Orlando, è toccato alla NBPA (l’associazione giocatori) sondare il terreno con gli atleti di tutte le squadre sulla proposta della NBA. Come riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN, in queste ore Michele Roberts sta conducendo delle call conference con tutti i team per illustrare ai giocatori tutti i dettagli noti del piano per la ripresa a Orlando.

La volontà generale dei giocatori, che sarebbero tra i più danneggiati a livello economico se la stagione venisse cancellata, è quella di riprendere, ma ci sono da attendere discordanze sul formato e su eventuali esclusioni di squadre ad oggi indietro in classifica. Le possibilità di riprendere da dove si era lasciato, con circa 18-20 partite di stagione regolare per squadra ancora da giocare, paiono oggi esigue.

Charles Barkley: “Se un giocatore positivo, squadra ritirata”

Piani di ripresa e possibili formati che però dovranno fare i conti con la realtà. La realtà di una epidemia ancora attiva in tante zone degli Stati Uniti, e con la necessità di applicare test rapidi e affidabili a tutti gli ospiti della tanto teorizzata “bolla” di Orlando, isolata dal mondo esterno.

Che fare se, magari nel mezzo di una serie di playoffs, un giocatore dovesse risultare positivo al virus?Non si potrebbe certo fermare tutto“, dice Charles Barkley “Se accadesse, semplicemente quella squadra dovrebbe lasciare. L’intera squadra sarebbe messa in quarantena e fuori dai playoffs. La chiave saranno i giocatori: in campo, il distanziamento sociale non è possibile, ma il rischio è fuori: gli atleti staranno in hotel per tutto il tempo, ma chi ci lavora e tiene ad esempio le stanze andrà a casa tutti i giorni dopo il lavoro, e cosa potrebbe accadere? E il servizio in camera? Ci sono tanti fattori da considerare“.

A metà marzo, Barkley aveva reso noto di essersi sottoposto al test per il coronavirus dopo alcuni giorni di malessere, test che aveva dato per fortuna esito negativo.

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