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James Harden assente al meeting tra le stelle NBA: è solo un caso?

di Dennis Izzo

Pochi giorni fa, alcuni dei giocatori più importanti e rappresentativi della lega hanno organizzato una conference call per fare il punto della situazione in merito alla regular season NBA, sospesa a tempo indeterminato dallo scorso 11 marzo in seguito alla pandemia da coronavirus. A pochi minuti dalla palla a due tra gli Oklahoma City Thunder e gli Utah Jazz alla Chesapeake Energy Arena, infatti, il centro francese Rudy Gobert risultò positivo al coronavirus, costringendo la lega a rinviare la gara e, poco dopo, a interrompere la stagione.

Quella sera, sul parquet della Chesapeake Energy Arena c’era anche Chris Paul, leader e principale punto di riferimento degli Oklahoma City Thunder nonché presidente della National Basketball Players Association, l’associazione sindacale dei giocatori. È stato proprio lui a mediare la riunione con gli altri otto giocatori presenti: LeBron James, Russell Westbrook, Kevin Durant, Anthony Davis, Kawhi Leonard, Stephen Curry, Giannis Antetokounmpo, Damian Lillard. Un parterre de roi che ha messo al centro della discussione l’intenzione comune di riprendere a tutti i costi la stagione, mettendo ovviamente in primo piano la salute e la sicurezza di tutti. Ha sorpreso, invece, l’assenza di James Harden, con ogni probabilità il più importante tra i giocatori assenti al meeting.

Secondo molti, ciò potrebbe essere dovuto alla presenza di Chris Paul, il cui rapporto col Barba si ridusse ai minimi storici nel corso della stagione 2018-2019, fino ad arrivare al noto diverbio post sconfitta in gara-6 delle semifinali di Conference contro i Golden State Warriors. Pochi mesi dopo, CP3 lasciò i Rockets a sorpresa, accasandosi via trade agli Oklahoma City Thunder in cambio di Russell Westbrook, ricongiuntosi all’amico fraterno Harden dopo sette anni.

Già vincitore dell’MVP nel 2017\18, di due titoli di miglior marcatore (quasi sicuramente tre se si dovesse riprendere a giocare, dato che sta viaggiando a 34.4 punti per partita, poco meno di quattro punti in più rispetto al secondo in classifica, Bradley Beal, a quota 30.5 punti per gara) e convocato otto volte in carriera all’All-Star Game, il fuoriclasse dei Rockets è senza ombra di dubbio uno dei giocatori più divisivi e controversi della storia: se non sono pochi coloro che apprezzano il Barba e il suo stile di gioco alquanto atipico, infatti, sono probabilmente in numero maggiore quelli che criticano pesantemente la guardia nativa di Los Angeles, i cui numerosi isolamenti danneggerebbero i compagni di squadra, essendo la palla quasi sempre nelle mani di Harden.

Quest’ultimo, a onor del vero, ha anche ottime qualità da passatore, tant’è che quest’anno sta viaggiando a 7.4 assist, l’anno scorso chiuse a quota 7.5 passaggi vincenti ad allacciata di scarpe e nella stagione della vittoria dell’MVP riuscì a metterne a referto 8.8. Le sue qualità da point guard sono state messe in risalto dal sistema di gioco di coach Mike D’Antoni: al termine del primo anno sotto la guida dell’ex Baffo, infatti, Harden fece registrare la bellezza di 11.2 assist, disputando ben undici gare con 15 o più assist e addirittura sessanta con almeno 10 assist, con tanto di career-high di 17 assist in ben cinque partite.

Tra le tante accuse che i non amanti del suo stile di gioco rivolgono ad Harden figura anche l’eccessivo numero di tiri liberi tirati. A detta di molti, infatti, il Barba tenderebbe ad approfittare del metro di giudizio degli arbitri per accentuare i contatti con i difensori avversari e guadagnare una miriade di tiri liberi. In effetti, Harden è il giocatore che più di tutti sfrutta quest’abilità per conquistare tiri a cronometro fermo a volontà, tant’è che dalla stagione 2008-2009 ad oggi nessun giocatore ha segnato e tentato più conclusioni dalla lunetta di lui (6223 tiri realizzati su 7255 tentativi in 826 partite, ossia 7.5 liberi segnati su 8.8 tentati per gara).

Conference call tra i big della lega: all’appello manca James Harden

Di contro, però, va sottolineato che, da scorer totale qual è, Harden è soltanto uno dei tanti grandi attaccanti della storia che avevano nel loro infinito arsenale anche e soprattutto la capacità di guadagnare un’infinità di tiri liberi (da Jerry West, Oscar Robertson, Rick Barry, Wilt Chamberlain, Michael Jordan, Charles Barkley e Moses Malone ai più recenti Kobe Bryant, Allen Iverson e Kevin Durant). Basti pensare, inoltre, che nella lista dei giocatori col maggior numero di tiri liberi tentati in una singola stagione, Harden figura soltanto al ventiquattresimo posto, mentre è settimo All-Time per realizzazioni dalla lunetta in una singola stagione.

In conclusione, il Barba ha ampiamente dimostrato di essere in grado di segnare tantissimi punti anche con un numero esiguo di tiri liberi a disposizione, tant’è che quest’anno è riuscito in due occasioni a far registrare almeno 50 punti con meno di 10 tiri liberi: 55 punti con 20/34 dal campo, 10/18 da dietro l’arco e 5/5 dalla lunetta nel successo per 116-110 sul campo dei Cleveland Cavaliers e 54 punti con 19/31 al tiro, 10/15 dalla lunga distanza e 6/6 ai liberi nel match vinto per 130-107 contro gli Orlando Magic, in entrambi i casi lo scorso dicembre.

Negli ultimi tre anni, Harden ha stabilito un’infinità di record, guadagnandosi la stima e il rispetto di numerosi colleghi: tra i tanti, spiccano Jimmy Butler, che lo ha spesso e volentieri definito il giocatore più immarcabile tra quelli affrontati in carriera (cosa che hanno fatto anche tanti altri giocatori), Jayson Tatum, che ha di recente dichiarato che il Barba avrebbe meritato di vincere due MVP consecutivi, Stephen Curry e il suo compagno di squadra Russell Westbrook, ma anche icone e leggende del calibro di Michael Jordan, Kobe Bryant e Allen Iverson. Fuori dal campo, invece, Harden non è abituato a stare sotto ai riflettori, utilizza pochissimo i social network e non fa quasi mai parlare di sé, così come sul parquet tende ad evitare ogni tipo di polemica: in occasione della nota rissa tra Rajon Rondo e Chris Paul nella sfida tra Los Angeles Lakers e Houston Rockets nell’ottobre 2018, ad esempio, il Barba fu tra i pochi a mettersi in disparte per attendere che la situazione si calmasse, mentre la diatriba con Giannis Antetokounmpo di poche settimane fa si è conclusa nel giro di pochi giorni senza particolari strascichi.

Insomma, Harden gode del rispetto di alcuni dei più illustri giocatori, allenatori (tra cui Gregg Popovich, Brad Stevens, Mike Malone, tra i tanti) e dirigenti, ma tra gli appassionati non sono pochi coloro che non apprezzano il numero 13 degli Houston Rockets. La sua assenza dalla conference call tra i giocatori più importanti della lega potrebbe lasciar intendere che tra Harden e alcuni giocatori ci siano delle frizioni (con Chris Paul, ad esempio, a detta di molti i rapporti non sono buoni), ma si tratta di una mera ipotesi che non trova molte conferme. Del resto, all’incontro non hanno partecipato anche altri nomi illustri, tra cui Jimmy Butler, Klay Thompson, Kyrie Irving, Donovan Mitchell, Luka Doncic, Joel Embiid, Ben Simmons, Paul George, Kemba Walker, Jayson Tatum e tanti altri.

“Ho chiesto a Chris Haynes e mi ha confermato che James Harden non ha partecipato alla conference call tra i giocatori.”, ha dichiarato Kendrick Perkins in merito all’assenza del suo ex compagno di squadra ad Oklahoma City. Shannon Sharpe, ex giocatore di football americano, ha così commentato la vicenda nel corso del talk show sportivo Undisputed: “Che piaccia o meno, James Harden è uno dei giocatori più importanti della NBA e avrebbe dovuto prendere parte a quella chiamata senza sé e senza ma. Nessuno può piacere a tutti, ma in una situazione del genere certe cose non dovrebbero essere importanti.”

Non è escluso che James Harden non abbia preso parte alla chiamata per motivi personali, anche se – stando alle dichiarazioni di Brian Windhorst di ESPN risalenti a circa un anno fa – numerosi giocatori non hanno un buon rapporto con James Harden e non fanno nulla per nasconderlo. Potrebbe esserci questo dietro all’assenza del fuoriclasse barbuto? Difficile dare una risposta esauriente in merito, anche e soprattutto perché servirebbero maggiori indizi per capire se si sia trattato di un semplice caso o di un’esclusione premeditata.

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