La serie televisiva The Last Dance, conclusasi questo lunedì con gli ultimi due episodi tutti a tema finali NBA, ci ha concesso un notevole salto nel passato per poter vivere più da vicino le vicende che hanno resa unica l’annata 1997/98 dei Chicago Bulls. Lungo il corso delle dieci puntate, la narrazione dei fatti si è sdoppiata seguendo due filoni diversi: il primo, è rimasto fedele al semplice racconto delle gare che hanno visto la franchigia dell’Illinois dare vita a momenti indimenticabili del gioco, il secondo, invece, si è focalizzato principalmente su tutte le gesta che ciascuno dei protagonisti ha messo in atto lontano dal parquet.
Un ruolo alquanto rilevante lo ha avuto anche Jerry Krause, general manager dell’epoca. Per gran parte della serie, quest’ultimo è stato dipinto come colui che ha interrotto la grande dinastia Bulls, nonostante, originariamente, sia stato proprio lui a dare il via alla stessa. Anche in questo caso, le opinioni in merito sono varie e divergono notevolmente le une dalle altre, specialmente per quanto riguarda Krause ed il suo effettivo coinvolgimento nelle rottura di una così grande squadra.
Ad esempio, Scottie Pippen, uno dei maggiori contributori al raggiungimento dei sei titoli NBA, considera tutt’oggi il suo ex GM come il migliore di sempre nel svolgere il suo compito. Affermazione che, di primo acchito, potrebbe sembrare piuttosto insolita vista la discussione che i due avevano avuto proprio verso la fine degli anni novanta, relativa ad una richiesta di aumento salariale inoltrata dal sette volte all-star nei confronti della dirigenza. Il front office di quegli anni, e nello specifico Krause, negarono a Pippen la possibilità di rinegoziare il suo contratto, e la disputa tra le due fazioni iniziò proprio a seguito di tale decisione.
Tuttavia, come riportato in precedenza, a vent’anni di distanza le acque sembrano essersi calmate, ed ora l’ala nativo dell’Arkansas può esprimere solo buone parole per Krause:”Dobbiamo riconoscergli tutto ciò che è riuscito, inizialmente, ad assemblare, e poi a far funzionare. Nella mia carriera, sono stato circondato da grandi personaggi, sportivi e non, ed è anche grazie a loro che abbiamo ottenuto tutti questi successi. Ho giocato per Phil Jackson, il più grande allenatore di sempre, ho giocato al fianco di Michael Jordan, il più grande cestista di tutti i tempi, ho giocato sotto la guida di Jerry Krause, ovviamente il più grande general manager di sempre”.
Diversamente da Pippen, qualche altro ex giocatore NBA non la pensa allo stesso modo. Un esempio ne è Ray Allen, dal 2018 membro della Hall of Fame di Springfield. Il due volte campione della lega ritiene che lo scioglimento dei Bulls sia dovuto, solo ed esclusivamente, all’ego invadente di Jerry Krause ed alla sua voglia di essere al centro dell’attenzione.
“I Chicago Bulls dovevano rimanere assieme, così da poter vincere più di sei titoli NBA. Jerry Krause doveva essere licenziato ed esonerato immediatamente da tutti i suoi poteri. Non è possibile rompere l’armonia e la coesione tra giocatori di un gruppo così vincente. Krause è stato un egoista nel definire quella stagione l’ultima vera danza, e ha mantenuto lo stesso identico comportamento anche nel licenziare Phil Jackson”.
L’ex guardia dei Boston Celtics ha sottolineato, in secondo luogo, quanto anche Jerry Reinsdorf sia coinvolto nella faccenda:”Era lui(Jerry Reinsdorf, il proprietario dei Bulls, ndr) a dover prendere le decisioni finali, ed ha concesso a Krause la possibilità di rimanere solo perché lo aveva portato fino a quel punto. Reinsdorf doveva considerare la situazione nel suo quadro generale, ed avrebbe dovuto constatare che Krause stava trattando i suoi giocatori nella maniera scorretta. Così tanta grandezza è stata limitata per colpa del loro general manager, potevano succedere tanti altri grandi avvenimenti negli anni successivi“.

