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Zion Williamson, Jimmy Butler e l’inutilità dei play-in

di Michele Gibin
jimmy butler infortunio

Le prime quattro partite di play-in 2024 ci hanno riservato (almeno) due esibizioni inguardadabili da parte di Warriors, Hawks e Bulls, e due infortuni più che eccellenti, quelli di Zion Williamson e Jimmy Butler.

Zion e Butler che se New Orleans Pelicans e Miami Heat dovessero avanzare – partono entrambe sfavorite contro Sacramento Kings e Chicago Bulls (!) – hanno già chiuso la loro stagione. Williamson ha subito uno striramento alla gamba sinistra e resterebbe out almeno 2-3 settimane, Butler è fuori “per le prossime settimane” con una sospetta distorsione al legamento laterale mediale del ginocchio destro.

Il tutto per disputare due partite che Pelicans e Heat non avrebbero dovuto mai giocare, in un mondo meno convinto che l’assioma “più partite uguale più pubblico più soldi” funzioni.

I Miami Heat hanno vinto 46 partite in stagione regolare e sono arrivati ottavi a Est. I Chicago Bulls che venerdì notte avranno una chance concreta di batterli, ne hanno vinte 6 di meno. Chi si è inventato i play-in ha deciso che 82 partite di stagione regolare (ottantadue!) non fossero sufficienti per stilare una classifica. E allora bisogna giocarne altre due perché si, vuoi mettere con lo spettacolo.

In palio per Bulls e Heat c’è il dubbio privilegio di farsi macellare dai Boston Celtics al primo turno. Intendiamoci, se i play-in fossero rimasti nel cassetto che meritano, Miami sarebbe stata comunque ottava e avrebbe comunque sfidato Boston in una serie difficile. Perlomeno lo avrebbe fatto con Jimmy Butler, una star che – notiziona – la gente a casa e all’arena gradirebbe vedere in campo, Adam Silver.

Perché Chicago Bulls e Atlanta Hawks, che hanno vinto 10 partite di meno dei Miami Heat ottavi in regular season, meritassero di giocarsi un posto ai playoffs, resta un mistero. Anzi, una stortura del sistema. Gli Hawks hanno preso 131 punti da Chicago in una partita in cui avrebbero fatto più bella figura a non presentarsi, hanno concesso il 56% dal campo ai Bulls e 42 punti a Coby “Kobe” White e perso il primo quarto per 40-22. Una vergogna.

A Ovest? La stortura è più sottile (quest’anno, lo scorso anno il ruolo degli Atlanta Hawks toccò ai Thunder). Pelicans, Lakers, Kings e Warriors hanno finito separate da tre sole partite in classifica dal settimo al decimo posto, e a una prima occhiata i play-in parrerrebbero pure giusti, uno spareggio per sbrogliare la situazione.

E invece no. Anche qui, è possibile che 82 partite non siano sufficienti? Qualcuno direbbe, “Kings e Warriors hanno finito pari, è giusto così”. Ma Kings e Warriors hanno giocato contro 4 volte in regular season, gli scontri diretti hanno premiato Sacramento e le due squadre, di fatto, il loro play-in se lo erano già giocato.

Qualcun altro potrebbe obiettare: abbiamo visto una ultima parte di stagione regolare scoppiettante tra 5 squadre (le 4 sopracitate più i Phoenix Suns). Si, ma anche senza play-in, Warriors, Kings, Lakers, Pelicans e Suns sarebbero state abbastanza vicine in classifica da potersi giocare fino all’ultima giornata o quasi almeno il settimo e ottavo posto, ergo ottenere lo stesso medesimo effetto di quello visto con la rincorsona. E anche qui, senza play-in i Pelicans avrebbero chiuso settimi (dopo aver flirtato con il quarto posto addirittura) e giocato contro i Denver Nuggets al primo turno, con udite udite Zion Williamson in campo. E i Lakers, se siete tifosi gialloviola, avrebbero giocato da ottavi contro OKC con delle chance di ribaltone, anziché andare al patibolo sportivo contro i Nuggets da settimi.

Ma c’erano i play-in da giocare, la livella di Totò che annulla 82 partite di regular season che non contano più niente. E pazienza se si dice che coi play-in “le squadre non tankano più”. Trail Blazers, Grizzlies, Spurs, Jazz, Pistons, Wizards, Hornets e Raptors erano assenti quel giorno.

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