Brooklyn Nets

Lo snodo per capire la NBA di quest’anno gira attorno sostanzialmente attorno a una domanda: i Brooklyn Nets sono da titolo? Il rendimento in stagione regolare farebbe supporre di sì, ma come sempre le serie a eliminazione diretta dei playoff saranno molto diverse rispetto a quelle del cammino in campionato.

La solita incognita

L’incertezza attuale ricorda un po’ il paradosso di Schrödinger proposto dallo di Sheldon Cooper di Big Bang Theory. 

Ad oggi, dunque, la stagione dei bianconeri è contemporaneamente positiva, perché stanno viaggiando a velocità sostenuta, e negativa, perché ancora non hanno avuto modo di saggiarsi a ranghi completi. Naturalmente questo potrebbe anche avere dei benefici in campo, anche se è sempre meglio arrivare con i meccanismi oliati alle gare importanti.

Insomma, ad oggi i Nets sono un’incognita. Un paradosso anche questo, per una squadra che in fondo si è sempre mantenuta tra le prime posizioni ad Est, pur cambiando pelle a stagione in corso. All’inizio la squadra era infatti di Kyrie Irving, e attendeva Kevin Durant. Poi piano piano si aggiunti James Harden e Blake Griffin, anche se nel frattempo la querelle legata a Kyrie e il fuoco fatuo di LaMarcus Aldridge hanno conferito ai newyorchesi un aspetto mutevole.

Army of the bench

Brooklyn Nets preview 2020/2021

A fare da collante tra le varie stelle ci hanno pensato i vari Joe Harris, Jeff Green, Bruce Brown e DeAndre Jordan. Il mortifero tiro da oltre l’arco e il costante movimento del primo, anche a fronte di un atletismo non eccezionale (eufemismo) si sono ben combinati con la fisicità del secondo e il primo passo bruciante dell’ex Pistons.

A proteggere le spalle a tutti c’era poi Jordan, che non è mai tornato ai livelli della Lob City dei Clippers ma comunque riesce ancora a garantire un’adeguata protezione dei tabelloni. Il rendimento di questi veterani è stato poi supportato a due solidi lavoratori come Landry Shamet, arrivato dai Clippers nella stessa trade di Brown, e Timothé Luwawu-Cabarrot.

Play intelligente e tiratore il primo, ala fisica e dotata di affidabile tiro in sospensione il secondo, la coppia ha assicurato continuità partendo dalla panchina. Nessuno dei due ha segnato molto (9.2 e 6.6 punti rispettivamente), ma siccome il loro compito era soprattutto quello di rappresentare un’alternativa credibile ai titolari, a occhio e croce ci sono riusciti.

Un consulente ai Brooklyn Nets

Brooklyn Nets

La moda di mettere in mano squadre professionistiche a giovani allenatori senza alcuna esperienza ma con un passato in campo di notevole spessore nel basket e nel calcio sta diventando frequente. A volte l’operazione riesce, altre volte molto meno, come ognuno potrà verificare spulciando nella propria memoria.

Per questo c’erano legittime perplessità quando, il 3 settembre, Steve Nash è stato assunto come head coach dei Nets. A parte la sua notevole carriera in campo, il calciofilo canadese aveva alle spalle una consulenza ai Warriors, dove aveva conosciuto bene Kevin Durant. Forse per questo è stato questo il motivo principale per cui è stato scelto, ma dopo avere firmato l’ex-play ha fatto una mossa astuta e si è costruito un staff tecnico che ne colmasse le lacune.

Il maître-à-penser Mike D’Antoni gli copre le spalle e lo indirizza come succedeva, con altri ruoli per entrambi, una quindicina d’anni fa. È l’unico over-50 (di parecchio, anche…), perché per il resto ci sono i confermati Adam Harrington, Jacque Vaughn e Tiago Splitter, e i neo-arrivi Ryan Forehan-Kelly (capo allenatore associato dei Long Island Nets), Roland Ivey dai Knicks e Ime Udoka dai Sixers.

È dunque uno staff di giovanissimi con D’Antoni come chioccia quello che finora ha condotto i bianconeri verso le vette della NBA orientale. Va da sé che, vista la relativa esperienza, il comparto tecnico dei Nets abbia dovuto far leva su altri fattori per incrementare il livello delle performance della squadra.

Ecco che quindi i Brooklyn Nets non hanno una set di giochi chilometrico, ma, viceversa, punta soprattutto su alcuni principi. Tende infatti soprattutto ad attaccare velocemente, spesso appena varcata la metà campo, oppure a spalmare i propri uomini sul parquet per non permettere alla difesa di intasare gli spazi. Questa idea porta quasi inevitabilmente ad avere molti isolamenti delle stelle, che se avviano l’iniziativa personale e non trovano sbocchi possono sempre scaricare a due o tre compagni appostati sul lato debole. L’attacco può essere quindi senza blocchi, utilizzando solo i passaggi per far smuovere la difesa.

Brooklyn Nets

Kevin Durant.

Il pick and roll è un’arma che serve per esaltare le caratteristiche dei singoli, come dimostrano quello in transizione tra Irving e Durant e Griffin, o quello in punta Irving-Jordan, con due tiratori in angolo e il secondo lungo sotto canestro. Un’altra opzione è il pick and pop in ala Irving-Griffin, con la penetrazione di Kyrie che porta al tiro o allo scarico a uno dei tre cecchini sul lato debole, oppure a uno dei due negli angoli e a quello in ala sul lato debole.

Durant in questo sistema è ancora la punta di diamante: crea la superiorità in palleggio, mentre il lungo sotto canestro si fa autoblocco per poter ricevere smarcato, oppure riceve un blocco da uno dei due big man, che poi rolla. Spesso può attaccare il gap della difesa sbilanciata in seguito a una circolazione perimetrale, oppure riceve un blocco senza palla da Jordan e il passaggio da Irving, avendo così libera iniziativa per attaccare.

Go full circle

I Brooklyn Nets sono dunque una squadra che attinge a piene mani dalla qualità del proprio roster, che durante la stagione, come accennato, è pian piano salita di livello. Anche questa a suo modo è un’incognita, perché non è chiaro se basterà per dare l’assalto all’anello oppure se squadre maggiormente strutturate riusciranno a incepparne i meccanismi. Come con il gatto di Schrödinger lo scopriremo solo nello svolgersi degli eventi. 

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