Road to MVP: Steph Curry

di Francesco Zoppis

16 Giugno 2015, Quicken  Loans Arena, Cleveland. Siamo negli ultimi minuti di gara 6 delle Finals. I Cavaliers tentano la rimonta della vita, guidati dalle triple di J.R. Smith. Si sapeva però, si sapeva già dal terzo quarto come sarebbe finita questa partita. Sette secondi al termine, Golden State Warriors avanti di 8, J.R. tenta la tripla, la palla non entra e finisce nelle mani del numero 30 con la maglia blu e gialla, che la spara in aria. I Warriors tornano sul tetto del basket, dopo quarant’anni di assenza. 16 Giugno dunque, beh questa è la data che introduce il numero 30 nell’elité del Basket Americano, stiamo parlando ovviamente di Stephen Curry.

Stephen Curry nasce ad Akron, Ohio, il 14 Marzo da Dell e Sonya Curry. Nasce nello stesso ospedale dove qualche anno prima, esattamente quattro anni prima, era nato un altro bimbo che, ai giorni nostri, avrebbe detto la sua nella pallacanestro, un certo LeBron James. Stephen però passa la sua infanzia a Charlotte, North Carolina, dove suo padre gioca come shooting guard agli ordini di Kelly Tripucka per i Charlotte Hornets. Stephen, quindi, dal momento in cui nasce, ha un pallone di basket in mano. Il suo futuro si presenta come quello di un predestinato, e la cosa sembra confermarsi quando, all’inizio della scuola, comincia a riscrivere record su record con la palla a spicchi in mano nel ruolo di point guard. In realtà le cose si dimostreranno più complicate del previsto. Nel suo anno da senior al Charlotte Christian high school , Stephen è un ragazzo mingherlino, dotato senz’altro di un grande tiro e di una grande dimestichezza col pallone, ma non in grado di imporre il suo gioco in una realtà come la NCAA. Steph però vuole a tutti i costi seguire le orme del padre Dell, ed è quindi intenzionato a diventare un hokie alla Virginia Tech Univesity. Seth Greenberg, allenatore degli Hokies, però non vede in lui quel talento necessario per essere uno della sua squadra, e così Steph decide di diventare un wildcat a Davidson.

Nel suo anno da freshman, Curry dimostra subito di avere stoffa. Già alla sua seconda partita metterà a referto 32 punti. Curry sente la fiducia dell’ambiente, addirittura prima che giocasse la sua prima partita, Bob McKillop disse ai suoi compagni: “Wait ‘till you can see Steph and give him the ball!” “Aspettate di vedere Stephen e quando è libero passategliela!”. Stephen ripagò appieno le aspettative del coach, chiudendo la prima stagione con una media di 21.5 punti, dietro ad un tale,  un certo Kevin Durant. Ah, piccola parentesi, il ragazzo con la maglia numero 30 (perché già a Davidson la indossava in onore del padre)  stabilisce dal primo anno di essere capace a tirare da tre; il 2 Marzo 2007, batterà il record di Keydren Clark, mettendo a referto la sua 113 tripla e diventando il freshman con più tiri messi a segno da dietro l’arco. Al termine del suo anno da freshman viene nominato Southern Conference Freshman of the Year, SoCon Tournament MVP, e selezionato per il SoCon All-tournament team, l’ All-freshman team, e first team All-SoCon, dichiarando da subito che il suo obiettivo è uno: vincere.

Dopo tre stagioni a Davidson, con una media di 25.5 punti, 4.5 rimbalzi e 3.7 assists e dopo essere diventato il miglior marcatore nella storia del college, Curry decide di dichiararsi eleggibile per il draft 2009.

-“He’s not a great finisher around the basket” (“Non è un grande realizzatore vicino a canestro”).
-“L
ow atlethicism” (“poco atletico”);
-“He needs to improve a lot as a ball-handler” (“deve migliorare molto nellla gestione della palla”);
-“He must develop as a point guard” (“deve diventare un play migliore”)
.

Ecco questi sono alcuni degli scouting report che si porta dietro il giorno del draft.  Alla prima scelta i Los Angeles Clippers selezionano, ovviamente direi, Blake Griffin da Oklahoma. Alla seconda è il turno dei Grizzlies che scelgono Hasheem Thabeet. Alla terza c’è James Harden che indosserà  la canotta dei Thunder. Alla quarta Evans, alla quinta Rubio, alla sesta Flynn e with the 7th pick of the 2009 NBA DRAFT the Golden State Warriors select: Stephen Curry.  Inizia così la sua carriera Nba, con un contratto di $12.7 milioni in quattro anni.  Qualche anno dopo il compianto Flip Saunders, storico allenatore dei Minnesota Timberwolves che, nel draft 2009 possedevano la quinta e la sesta scelta, dirà: “devo dire che chi al posto mio (McHale n.d.r.) ha evitato Curry, non ha fatto proprio una grandissima mossa”.

Ok, ci siamo Steph nonostante tutto e nonostante tutti è un pro, è un giocatore NBA. E la sua prima stagione, tutto sommato è discreta: gioca 80 partite e chiude con una media di 17.5 ppg  4.5 reb e 5.7 ast.  Termina secondo al rookie of the year, dietro Evans e viene nominato nel first-team dei Rookies.  I primi anni però sono costellati da frequenti infortuni alla caviglia che lo costringeranno a saltare 56 gare nella stagione ‘11-’12. Oltre agli infortuni, qualcos’altro non funziona. Steph è un ottimo giocatore, che offre spettacolo col suo ball-handling (si, quello che criticavano nel report), ed è un tiratore eccellente, però i Warriors non decollano, Keith Smart prima, e anche Mark Jackson poi, se vogliamo, non riescono a trovare quell’equilibrio che tolga alla squadra di Oakland il titolo di looser team. Tutto però cambia con l’arrivo di Joe Lacob e Peter Guber, attuali proprietari. Il 2013 è l’anno della consacrazione di Curry. Supportato da innesti di prima qualità come Harrison Barnes, Klay Thompson e successivamente  quello che ritengo sia the steal of the draft più in incredibile degli ultimi 10 anni Draymond Green (non si offenda Jimmy Butler), Curry comincia a instaurare a Golden State una mentalità vincente.  Gli spash brothers (Curry-Thompson) segnano triple su triple e GSW raggiunge i playoff, per la seconda volta in diciotto anni. Riescono a superare anche il primo turno contro i Nuggets, salvo poi schiantarsi contro gli Spurs. L’anno successivo li raggiungeranno ancora, ma questa volta saranno gli eterni rivali a sconfiggerli: i Clippers. Sempre in quell’anno Curry parteciperà al suo primo All-star Game.

Il vento però è cambiato. La stagione 2014-2015 sarà piena di soddisfazioni per la squadra ma soprattutto per Curry, che a febbraio partecipa per la seconda volta di fila agli All-Star, e vince il 3 points contest.  La squadra termina prima nella western conference guidata da Steve Kerr, con un record di 67-15. Curry viaggia ad una media di 21.7\6.9\4.2 che gli vale l’ambito premio Most Valuable Player. Prima di tornare al 16 giugno di cui stavamo parlando prima, in cui Curry calcia via tutte le critiche, le brutte parole e le mancanze di fiducia che avevano lo avevano accompagnato per tutta la sua carriera e s’infila il tanto desiderato anello al dito.

Ci sarebbe altro da dire, tipo dei record di triple in una stagione o delle medie che sta avendo quest’anno. Tipo della sua routine o della sua ammirevole umiltà. Tipo di Riley o delle sue giocate spettacolari. Tipo del fatto che la sua sia la maglietta più venduta (e in USA questa cosa conta) o di lui come uomo. Però per apprezzare Stephen Curry bisogna vederlo giocare, con la sua maglietta numero 30 e il suo “i can do all things” scritto sulla scarpa, perché state tranquilli che anche in una partita in cui non sembra essere in forma.

Per NBA Passion,

Francesco Zoppis

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