La stagione NBA procede spedita verso il periodo natalizio (che ci regalerà alcune delle partite più attese) e il ‘mercato di riparazione’ di gennaio / febbraio. L’ultima settimana è trascorsa all’insegna di un numero in particolare: il 60. 60 come i punti di Klay Thompson contro gli Indiana Pacers, ma anche 60 come gli anni compiuti dal leggendario Larry Bird. Ma andiamo con ordine, dando il via alla nuova edizione di Three Points!

Klay Thompson, autore di 60 punti contro gli Indiana Pacers
1 – Klay is on fire!
Quello che doveva essere un tranquillo lunedì sera in NBA si è invece trasformato in una notte da consegnare agli annali. Gli sventurati Indiana Pacers si sono imbattuti in un Klay Thompson in stato di grazia che li ha letteralmente ‘mitragliati’ di canestri. Il numero 11 dei Golden State Warriors ha chiuso con la bellezza di 60 punti in soli 29 minuti di gioco. Con il risultato ormai in ghiaccio, infatti, coach Steve Kerr ha deciso di tenere a riposo Klay e gli altri titolari per l’intero quarto periodo, negando al meno celebre degli ‘Splash Brothers’ la possibilità di scalare ulteriormente la classifica delle migliori prestazioni all time.
Senza dubbio un peccato non poter assistere ad un probabilissimo ‘settantello’. D’altro canto sappiamo che, alla luce di quanto accaduto l’anno scorso, i record non sono più una priorità per la franchigia della Baia.
Sappiamo anche che Klay Thompson è un giocatore in grado di ‘prendere fuoco’ e diventare pressoché inarrestabile. Senza tornare ai 37 punti in un quarto (questo sì un record assoluto) sui 52 totali contro i Sacramento Kings del gennaio 2015, basterebbe ricordare come le sue sfuriate offensive siano state decisive nell’ultima finale di Conference contro gli Oklahoma City Thunder.
Detto ciò, non scompare affatto la sensazione che l’arrivo di Kevin Durant abbia un po’ messo in ombra Thompson. In questo inizio di stagione è stato KD il vero trascinatore della squadra, concedendo qua e là una ‘vetrina’ anche agli Splash Brothers (come la gara delle 13 triple di Stephen Curry contro i New Orleans Pelicans). Per forza di cose, con un innesto di tale calibro gli spazi diventano più stretti per tutti.
Finora le cose sono andate benissimo, con la squadra che ha ripreso il controllo della Western Conference e il trio delle meraviglie che incanta. Cosa succederà, però, quando arriveranno le partite che contano? Saranno in grado i ‘Dubs’ di mantenere intatti questi favolosi meccanismi? Le insidie di certo non mancheranno. Non ci resta che metterci comodi e goderci lo spettacolo…
Tornando alla memorabile partita della Oracle Arena, Klay Thompson è diventato il ventitreesimo giocatore nella storia NBA a segnare 60 o più punti in un singolo incontro. Che dire, una notte da leggenda.
2 – Larry Bird, una leggenda lunga 60 anni

Larry Bird al tiro contro gli Houston Rockets
A proposito di ‘sessantellisti’, un altro di quei ventitré giocatori (ne segnò 60 contro gli Atlanta Hawks il 12 marzo 1985) è stato celebrato nella settimana appena trascorsa. Per il grande Larry Bird è arrivato il momento di spegnere 60 candeline.
Sebbene il suo nome non manchi mai nell’elenco dei migliori giocatori di sempre, il mondo del basket non potrà mai essere grato abbastanza a ‘Larry Legend’. Nato e cresciuto nelle campagne dell’Indiana ed assurto a star collegiale con Indiana State University, Bird approdò nel 1979 in una NBA lontana anni luce da quella attuale. Erano anni segnati da droga e violenza, in cui nemmeno la presenza di fuoriclasse come Kareem Abdul-Jabbar e Julius Erving era sufficiente per attirare pubblico e media. Lo stesso Larry, come molti altri in quel periodo, preferì restare tre stagioni al college piuttosto che passare subito tra i professionisti.
Quel 1979 si rivelerà l’anno della svolta per la lega, così come per la pallacanestro in generale. Oltre a Bird, infatti, fece il suo esordio un altro attesissimo atleta proveniente dal Midwest: il suo nome era Earvin Johnson, ma tutti lo conoscevano già come ‘Magic’. Quest’ultimo aveva appena condotto i Michigan State Spartans al titolo NCAA, battendo in finale proprio la Indiana State del biondo di French Lick.
I due rookie finirono a vestire le maglie delle due squadre rivali per antonomasia. Boston Celtics e Los Angeles Lakers si erano date battaglia per quasi tutti gli Anni ’60, con un esito piuttosto sbilanciato in favore dei biancoverdi (sette titoli NBA vinti su altrettante finali disputate tra le due franchigie fra il 1959 e il 1969), guidati allora dal grande Bill Russell.
Trascinati da Bird e Magic, i due team diedero nuova linfa all’eterno dualismo, mettendone in scena il capitolo più intenso e memorabile. Tra il 1980 e il 1989, almeno una tra Celtics e Lakers prese parte ad ogni singola finale. Le due formazioni si scontrarono direttamente per il titolo in tre occasioni. Nel 1984 vinse Boston, l’anno successivo e nel 1987 fu invece la volta della Los Angeles dello ‘Showtime’.
Anche gli stessi capitani furono al centro di una mitica rivalità, tanto enfatizzata dai media quanto ‘fasulla’, almeno sul piano personale. Se sul campo, effettivamente, le due stelle facevano a gara per il maggior numero di premi vinti (tra i quali: 3 titoli NBA, di cui 2 da Finals MVP, 3 titoli consecutivi di MVP stagionale e il premio di Rookie Of The Year per Larry; 5 anelli, 3 MVP delle Finali e 3 MVP stagionali per Magic), lontano dal parquet divennero grandi amici. Il loro legame fu talmente forte dal convincere Larry ad unirsi a Magic nella leggendaria spedizione olimpica del Dream Team nel 1992, nonostante il numero 33 dei Celtics fosse ormai ad un passo dal ritiro a causa dei gravi problemi alla schiena.
Con le loro gesta, Larry e Magic (con l’imprescindibile aiuto dei vari Kevin McHale, Robert Parish, Kareem Abdul-Jabbar e James Worthy, mai dimenticarlo) ‘riportarono in vita’ la NBA, trasformandola in un fenomeno globale capace di catturare i fan di tutto il mondo. Anche quelli italiani, che seguivano in TV le sfide tra i due accompagnate dalle mitiche telecronache di Dan Peterson.
Due superstar con molte cose in comune, ma profondamente diverse tra loro. Magic Johnson fece vedere cose che, fino a quel momento, nessuno poteva nemmeno immaginare. Oltre alle sovrannaturali abilità tecniche e alla futuristica visione di gioco, però, c’era una prestanza atletica fuori dal comune ad aiutarlo. Larry Bird, invece, era cresciuto in un fisico tutto sommato ‘normale’, eppure era in grado di andare ben oltre gli immaginabili limiti. Il tutto grazie ad un’incredibile forza mentale, che lo rese uno dei migliori clutch player (giocatori decisivi nei minuti finali) della storia. Perfettamente in controllo di tutto ciò che accadeva sul campo e dotato di un micidiale tiro da fuori, Bird viene ricordato anche per il suo proverbiale trash talking. Frasi come “Voglio vedere che arriverà secondo” prima della gara di tiro da tre punti o “Merry fuckin’ Christmas!” urlato a Chuck Person (che lo aveva provocato in precedenza) mentre la palla si infila nella retina, durante la sfida natalizia contro gli Indiana Pacers, sono solo alcune perle di una collezione troppo lunga per essere raccontata in queste poche righe.
Dopo aver smesso con il basket giocato, Bird è tornato nel natio Indiana, entrando presto nello staff dei Pacers e togliendosi numerose soddisfazioni sia come allenatore (Coach Of The Year nel 1998) che come dirigente (Executive Of The Year nel 2012).
Insomma, Larry, grazie di tutto e… Happy fuckin’ birthday!
3 – The Greek Revolution

Coach Jason Kidd dà indicazioni a Giannis Antetokounmpo
Il terzo protagonista di oggi non ha certo 60 anni (ne ha compiuti 22 il 6 dicembre, giorno prima del compleanno di Bird). Non è detto, però, che Giannis Antetokounmpo non possa regalarsi (e regalarci) prima o poi una serata da 60 punti.
Che ‘The Greek Freak’ fosse un giocatore fuori dal comune era ben noto da tempo. In questa prima parte di stagione, però, la sua esponenziale crescita sta toccando delle vette di assoluta eccellenza. Spostato ufficialmente nel ruolo di playmaker da coach Jason Kidd (a sua volta ex-playmaker, uno dei migliori di sempre… Come dite? Si nota una piccola differenza di stazza nella foto?), Giannis sta inanellando prestazioni grandiose. Memorabile la partita disputata contro i Cleveland Cavaliers, al cospetto di Sua Maestà LeBron James, chiusa dal greco con 34 punti (eguagliato il massimo in carriera), 12 rimbalzi, 5 assist, 5 palle rubate e 2 stoppate. Nella gara contro i Portland Trail Blazers del 7 dicembre, poi, è arrivata la seconda tripla-doppia stagionale, dopo le cinque dello scorso anno (il primo da point guard).
Probabilmente nemmeno lo stesso Antetokoumpo si rende ancora conto di dove possa arrivare. Figuriamoci le quattordici squadre che lo ‘snobbarono’ al draft del 2013, pur avaro di grandissimi talenti. I Milwaukee Bucks si sono trovati quasi per caso (l’anno prima Giannis giocava nella Serie A2 greca) un uomo-franchigia, un giocatore che, molto probabilmente, disputerà tra qualche mese il primo All Star Game in carriera.
Non solo, perché Giannis Antetokounmpo è qualcosa di più che un potenziale (e prossimo, si spera) All-Star. E’ un giocatore rivoluzionario, un atleta che sembra il risultato di anni e anni di esperimenti in laboratorio. Quando mai si è visto, o anche solo immaginato, un playmaker di 211 cm capace, nella stessa partita, di avviare l’azione in palleggio e concluderla sopra il ferro, di servire assist formidabili e di spedire il pallone degli avversari sugli spalti con una micidiale stoppata?
Settimana scorsa avevamo parlato dell’inesorabile trasformazione dei centri, sempre più versatili, ed avevamo accennato a ‘giocatori del futuro’ come Anthony Davis o Karl-Anthony Towns; il prodigio greco-nigeriano, però, sembra rappresentare il passaggio successivo di questa ‘rivoluzione’.
Guidati da Giannis e da un Jabari Parker in costante miglioramento, i Bucks ambiscono a pieno titolo a tornare ai playoff, raggiunti nel 2015 ma sfumati l’anno successivo. Con un nucleo così giovane e con un giocatore di questo calibro, l’eventuale post-season potrebbe rivelarsi l’inizio di una nuova era. Non solo per Milwaukee, per l’intera NBA.

