Three Points - All Star Game, l'importante è partecipare | Nba Passion
78807
post-template-default,single,single-post,postid-78807,single-format-standard,bridge-core-1.0.4,cookies-not-set,qode-news-2.0.1,ajax_updown,page_not_loaded,,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-18.0.9,qode-theme-bridge,disabled_footer_bottom,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

Three Points – All Star Game, l’importante è partecipare

Three Points – All Star Game, l’importante è partecipare

Il weekend dell’All Star Game è finalmente arrivato. Per tre giorni, New Orleans sarà la capitale mondiale della pallacanestro, con i migliori giocatori del globo riuniti a dare spettacolo nella cornice dello Smoothie King Center. L’edizione di questa settimana di ‘Three Points’ non può che partire dall’imminente evento, dunque. Ci sarà comunque spazio per l’attesissimo ritorno di Kevin Durant ad Oklahoma City e per i primi colpi di mercato di questa sessione invernale. Si comincia!

 

1 – L’importante è partecipare

Kobe Bryant e LeBron James, avversari all'All Star Game 2016

Kobe Bryant e LeBron James, avversari all’All Star Game 2016

Un modo di dire che non si associa molto spesso ad un mondo ultra-competitivo come quello del basket NBA. Eppure è la frase che meglio rappresenta il concetto di All Star Game. La tradizionale partita tra Western ed Eastern Conference è, salvo rarissime eccezioni, la gara meno competitiva dell’anno. Senza niente in palio, l’intensità e l’agonismo non possono che lasciare spazio ad un mero susseguirsi di virtuosismi individuali, con buona pace di concetti come “difesa”.
Se da una parte lo spettacolo non è sempre dei più gradevoli (fa quasi male pensare a cosa potremmo vedere in una partita ‘seria’ tra i migliori giocatori del pianeta), è anche vero che difficilmente i giocatori e le franchigie coinvolte accetterebbero il rischio del benché minimo infortunio.
Così è, dunque, e così sarà. Poco male; ci sono comunque mille motivi per gustarsi ed apprezzare un appuntamento come questo.

Nella gara delle stelle, l’importante non è vincere, ma esserci. Per alcuni dei 24 giocatori convocati l’All Star Weekend è semplicemente una ‘vacanza’ all’insegna del glamour e del marketing; per qualcun altro, però, il semplice fatto di indossare una di quelle maglie con la scritta WEST o EAST è il coronamento di una carriera, nonché un’occasione unica e forse irripetibile per mettersi in mostra agli occhi del grande pubblico.
Una luccicante vetrina per alcuni talenti, ma anche per la NBA stessa. Tradizionalmente, il weekend delle stelle è l’appuntamento più ‘mondano’ della stagione. Tra la moltitudine di eventi promozionali correlati alle varie gare e la presenza, ogni anno, di qualche super-ospite (da chi viene invitato per cantare l’inno nazionale a chi semplicemente si gode la partita dagli spalti), lo spettacolo della lega di pallacanestro americana raggiunge un numero di persone decisamente più elevato rispetto ad un normale incontro, per quanto importante possa essere.

Tutta una questione di entertainment, dunque? Soprattutto. Ma, per fortuna, non solo. L’All Star Game rappresenta innanzitutto una ‘panoramica’ sul meglio che la NBA ha da offrire attualmente. Provate a rivedervi un’edizione di dieci, quindici, venti anni fa; vi ritroverete a pronunciare frasi come “Mamma mia, che giocatore che era Marbury…”, oppure “Tom Gugliotta all’ASG?? L’avevo rimosso!”. Lo stesso succederà quando, in un futuro più o meno lontano, mostrerete ai vostri figli la partita di quest’anno. “No, non è un film della Marvel, quelli  si chiamano LeBron James e Kevin Durant!”, o ancora “Fidati! E’ assolutamente ‘normale’ che il numero 0 abbia appena schiacciato in testa a gente alta il doppio di lui!”. Un vero e proprio specchio sullo stato attuale della lega e sui suoi protagonisti.

La sfida tra Est ed Ovest mette faccia a faccia superstar che potrebbero non affrontarsi mai alle NBA Finals (per quanti anni abbiamo atteso inutilmente un duello Kobe-LeBron per il titolo?). Certo, l’agonismo dell’uno e dell’altro contesto non saranno mai paragonabili, però, in caso di un finale di partita equilibrato, una sfida tipo Bryant-Garnett-Duncan contro Iverson- Jordan-McGrady (2003) non sarebbe proprio spazzatura…
Bene che vada, poi, potremmo anche assistere a qualcosa di memorabile. Magari non come nel 1992 (ritorno in campo di Magic Johnson), 2003 (ultimo ASG di Michael Jordan) o 2016 (ritiro di Kobe Bryant), ma sono tanti i fattori, nascosti tra le righe di un evento del genere, che potrebbero lasciarci qualcosa da ricordare. Prendiamo come esempio l’edizione del 1985, passata alla storia per il presunto ‘boicottaggio’ orchestrato da Isiah Thomas ai danni del rookie Michael Jordan (il cosiddetto “freezeout game”). Anche la gara di quest’anno vedrà diversi ‘incroci pericolosi’: da LeBron James contro Draymond Green alla ‘convivenza forzata’ tra Russell Westbrook e Kevin Durant… Siete pronti?

 

2 – Manifesta superiorità

Kevin Durant (#35) contro Russell Westbrook (#0)

Kevin Durant (#35) contro Russell Westbrook (#0)

A proposito di Westbrook e Durant… Per apparecchiare la tavola a dovere, i vertici della lega hanno ‘malignamente’ organizzato il ritorno di KD ad Oklahoma City a pochi giorni di distanza dall’All Star Weekend. Quanto avvenuto nel corso della partita più attesa di questa regular season si può benissimo riassumere nel seguente scambio di battute tra i due ex compagni, avvenuto a gioco fermo:

RW – “I’m coming, Kevin!”
KD – “That’s cool. You’re still losing.”

Due approcci diametralmente opposti alla ‘spinosa’ diatriba, che finiscono inevitabilmente per schiacciare il fenomeno dei Thunder e, allo stesso tempo, far vincere il ‘match’ a Durant per manifesta superiorità. Se da un lato è comprensibile (anche se non pienamente condivisibile) il ‘teatrino’ messo in piedi dai tifosi di casa, dall’altro è assolutamente inqualificabile il comportamento tenuto dal leader della squadra. Attenzione: il comportamento tenuto in campo, ovvero l’unico analizzabile e giudicabile in queste righe.

Doverosa premessa: chi scrive è un assiduo fan di Russell Westbrook fin dai suoi esordi, quando ancora in pochi erano abituati a vederlo strapazzare i ferri di mezza America. Detto ciò, episodi come le urla, le occhiatacce e i volontari spintoni nei confronti di Durant sono quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di sport.
Le azioni di Westbrook vanno condannate alla stessa maniera in cui va condannato il brutto fallo di Andre Roberson, che poi è esattamente quello che fecero qualche settimana fa Draymond Green (su LeBron James) e Zaza Pachulia (sullo stesso Westbrook). In questo caso, però, si tratta di un giocatore che, a differenza dei due sopraccitati, avrebbe tutte le carte in regola per ‘parlare’ solo attraverso il campo. Un po’ come ha sempre fatto Durant, sia nella gara della Chesapeake Energy Arena (34 punti) che nelle due disputate ad Oakland (39 e 40 a referto). Un po’come aveva – in parte – già fatto Russell (47 punti, dopo la tripla-doppia ‘d’ordinanza’ nella gara del 18 gennaio). Invece il numero 0 ha preferito recitare la parte della ‘fidanzata tradita’ che si ostina a rinfacciare le colpe del suo ‘ex’ davanti al mondo intero. Il fatto che gli altri Thunder, su tutti Roberson ed Enes Kanter (già protagonista di un plateale battibecco con KD in quel di Oakland), lo abbiano seguito ciecamente è l’ennesima dimostrazione della mentalità perdente con cui OKC sta affrontando la dolorosa fase post-Durant.

Dal canto suo, il ‘grande traditore’ è sceso in campo con la solita, glaciale determinazione. Poche, pochissime parole (con l’eccezione di quello “You’re still losing” che sa tanto di sentenza), molti, moltissimi fatti e la consueta furia agonistica, con cui aveva già annichilito i Thunder negli incontri precedenti. Triple in transizione, fade-away, devastanti inchiodate; altri 34 punti, 130-114 Warriors e tanti saluti alla sua vecchia ‘famiglia’ e ai tifosi travestiti da cupcakes.
Non che ci volessero le parole di KD per evidenziare l’incolmabile divario fra una squadra da titolo e una da settimo / ottavo posto. In casi come questo, però, bisognerebbe proprio saper perdere…

 

3 – Trade deadline: i primi colpi

Serge Ibaka con la nuova maglia dei Toronto Raptors

Serge Ibaka con la nuova maglia dei Toronto Raptors

Con la trade deadline (la chiusura del ’mercato di riparazione’ NBA) fissata per giovedì 23 febbraio, gran parte delle manovre avverrà (se avverrà) la prossima settimana. Ciononostante, i primi colpi, seppur minori, sono già stati sparati, in un periodo dominato dagli innumerevoli ed immancabili rumors.

Ad aprire le danze ci hanno pensato i Cleveland Cavaliers, che hanno spedito ad Atlanta Mike Dunleavy, Mo Williams (poi tagliato dagli Hawks) e una prima scelta futura per regalare a LeBron James uno dei più grandi tiratori viventi: Kyle Korver. Sebbene non si tratti di un atleta nel fiore degli anni (36 anni a marzo), quella di Korver è un importantissima aggiunta per i campioni in carica. L’ex guardia di Sixers, Jazz e Bulls potrebbe rivelarsi per questi Cavs ciò che Ray Allen fu per i Miami Heat, ovvero un giocatore dalla grande esperienza capace di punire le difese nei momenti decisivi. In attesa di eventuali repliche del miracolo di ‘He Got Game’ alle NBA Finals 2013, Korver si sta godendo per bene i micidiali scarichi di King James per le sue uscite dai blocchi. Oltre che su di lui, coach Tyronn Lue può contare su una batteria di tiratori di primissimo livello: Channing Frye, Iman Shumpert e gli attualmente infortunati J.R. Smith e Kevin Love. Mica male, eh?
Per cercare di sopperire alla brutta tegola dello stop di Love, il general manager David Griffin e soci hanno messo sotto contratto anche Derrick Williams. Arrivato in NBA con la seconda scelta assoluta al draft 2011 (subito dietro a Kyrie Irving) e accompagnato da grandi aspettative, il prodotto da Arizona si è letteralmente ‘perso per strada’. Nelle sue prime cinque stagioni ha cambiato quattro squadre diverse, tutte abbastanza lontane dal potersi definire “il contesto giusto” (Minnesota, Sacramento, New York, Miami). Alla corte del Re ha finalmente l’opportunità di competere ad alti livelli, portando grande energia ed atletismo in uscita dalla panchina. In attesa del probabilissimo terzo atto delle Finals contro Golden State, due innesti come Korver e Williams servono come il pane ad una squadra finora troppo dipendente dalle magie dei ‘Big Three’.

Periodo piuttosto movimentato anche per due dei tre fratelli Plumlee (il terzo, Marshall, sembra destinato a rimanere ai New York Knicks). Il maggiore, Miles, è passato dai Milwaukee Bucks agli Charlotte Hornets, i quali hanno spedito nel Wisconsin Spencer Hawes e Roy Hibbert. Una trade tutto sommato misteriosa: l’ex giocatore di Duke è un eccellente atleta e può dare un grande contributo se inserito in un sistema a lui congeniale (vedi i Phoenix Suns, con cui disputò una grande stagione nel 2013/14), ma ha un contratto di 12 milioni fino al 2020. Valeva davvero la pena sacrificare ben due lunghi di rotazione, seppur lontani dal loro meglio? Dall’altra parte, i Bucks ne approfittano per liberare spazio salariale: Hibbert è in scadenza a fine anno, mentre Hawes (giocatore mai definitivamente esploso) avrà una player option la prossima estate.
Il fratellino Mason ha invece lasciato i Portland Trail Blazers per accasarsi ai Denver Nuggets, che in cambio hanno lasciato partite Jusuf Nurkic. La cessione di Plumlee è stato un colpo difficile da digerire per giocatori e tifosi dei Blazers, squadra con cui il centro stava disputando la miglior stagione in carriera. In compenso Nurkic, chiuso a Denver dall’esplosione di Nikola Jokic, avrà maggiore spazio in Oregon per mostrare il suo non indifferente talento.
Con l’arrivo di Mason, i Nuggets potranno contare su una coppia di lunghi giovane, talentuosa (sia Plumlee che Jokic sono degli eccellenti passatori) e dinamica con cui puntare con decisione ai playoff. Allo stesso tempo, di conseguenza, i giorni di Kenneth Faried in Colorado sembrano sempre più contati.

Il vero ‘botto’ di queste prime settimane di mercato, però, è stato lo scambio che ha portato Serge Ibaka ai Toronto Raptors e Terrence Ross (più una prima scelta al draft) agli Orlando Magic. Una trade apparentemente vantaggiosa per entrambe le franchigie. I Raptors, reduci da un pessimo inizio di 2017 (precipitati dal secondo al quinto posto ad Est), erano alla disperata ricerca di un giocatore con le sue caratteristiche. Oltre a confermare le ben note abilità difensive, infatti, Ibaka sta viaggiando alla miglior media punti in carriera, sebbene il suo inserimento ad Orlando non sia andato come previsto.
Il progetto dei Magic, che in estate avevano sovraffollato il reparto lunghi (Ibaka, Biyombo, Vucevic, Gordon) è chiaramente fallito sul nascere. La cessione dello spagnolo e la prima scelta ottenuta in cambio sono degli importanti tasselli per continuare (o meglio, ricominciare) il processo di ricostruzione. Ross in Florida troverà maggiore spazio (a Toronto era limitato dall’ingombrante presenza del miglior DeMar DeRozan di sempre) per esaltare le sue eccellenti doti realizzative, che lo hanno reso un ottimo sesto uomo per i Raptors e che ne fanno un potenziale titolare (magari giocando da ala piccola, con il ritorno di Aaron Gordon al prediletto ruolo da ‘4’) nella città di Disneyworld. Con i dovuti paragoni, è un po’ quello che successe una quindicina di anni fa ad un altro giovane swingman di belle speranze ed immenso atletismo, anch’egli passato da Toronto ad Orlando, dove esplose definitivamente. Il suo nome di battesimo era Tracy, forse qualcuno se lo ricorda…

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

No Comments

Post A Comment