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Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsChicago Bulls Three Points – Cosa resterà di questo All Star Weekend?

Questa edizione di ‘Three Points’ arriva al termine di una settimana senza partite NBA, ma non per questo povera di spunti. Se la pausa per l’All Star Weekend ha regalato ai giocatori una settimana di vacanza, il lavoro fuori dal parquet è proseguito con più fervore che mai, in vista della trade deadline di ieri. In attesa di tuffarci a capofitto nell’infuocata corsa ai playoff, andiamo ad analizzare tre argomenti ‘caldi’ degli ultimi sette giorni. Let’s go!

 

1 – Cosa resterà di questo All Star Weekend?

Anthony Davis alza il trofeo di All Star Game MVP; per lui anche il record assoluto di punti realizzati (52)

Anthony Davis alza il trofeo di All Star Game MVP; per lui anche il record assoluto di punti realizzati (52)

“E così, anche il sabato è andato così…” diceva una delle più belle canzoni di Luciano Ligabue. Un altro All Star Weekend è passato agli archivi tra musica, spettacolo e, negli intermezzi, qualche sprazzo di pallacanestro.
Partendo dai doverosi presupposti sciorinati la scorsa settimana, cerchiamo di fare un resoconto di quanto accaduto in quel di New Orleans, vero e proprio centro del mondo cestistico di questi ultimi giorni.

C’è solo una partita, durante l’anno, meno competitiva della tradizionale sfid…ehm, esibizione tra Ovest ed Est: il Rising Stars Challenge. Se a molti può dar fastidio l’atteggiamento tenuto in campo la domenica da superstar affermate e pluridecorate, cosa si può pensare allora vedendo un gruppo di ventenni appena usciti da scuola (letteralmente, visto che molti di loro due anni fa erano al liceo) fare su e giù per il campo tentando le giocate più assurde?
L’unico vero motivo per seguire questo incontro è vedere questi giovanissimi fenomeni dare prova del loro talento in un contesto più importante del solito, almeno dal punto di vista mediatico. Ecco allora l’esaltazione dell’atletismo di giocatori come Jonathon Simmons, Marquese Chriss o Dante Exum (finora piuttosto ‘quieto’ con la maglia degli Utah Jazz), delle abilità balistiche di Devin Booker e dei trucchi da playground di D’Angelo Russell, per finire con le clamorose doti di passatore di Nikola Jokic, astro nascente dei Denver Nuggets (che venerdì notte non avrebbe tirato nemmeno sotto tortura). A proposito di Nuggets, l’MVP della serata è stato Jamal Murray, autore di un vero e proprio ‘bombardamento’ culminato nell’unico momento di ‘simil-competizione’ dell’ncontro (durato 2 o 3 minuti, niente di più). Ad insidiarlo per la conquista del premio un altro componente del ‘Team World’, quel Buddy Hield ancora ignaro di stare disputando l’ultima partita nella ‘sua’ New Orleans. Il match del venerdì è stato una nuova occasione per vedere di fronte Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis, due assoluti fuoriclasse che, presto o tardi (presumibilmente già l’anno prossimo), si troveranno di fronte anche nel main event del fine settimana. Così come per la gar…ehm, lo show della domenica, il valore assoluto di questo evento aumenterà con il passare degli anni. Chissà mai che, in futuro, non andremo a recuperare il filmato di questa partita per rivivere l’ingresso nell’elite NBA dei dominatori di domani.
Piccola nota a margine per Brandon Ingram. La giovanissima ala dei Los Angeles Lakers, sebbene si trovasse in un contesto più ‘festaiolo’ che agonistico, è rimasto quasi volutamente nell’ombra. Uno, due tiri al massimo (mentre al suo fianco Hield e Murray avrebbero scaraventato verso il canestro anche gli spettatori più vicini), grossolani errori nel passaggio, un evidente disagio. L’unico suo lampo, forse involontario, è stata un’inaspettata rivelazione al microfono del bordocampista: “Sai, D’Angelo (Russell, ndr) non è uno che passa troppo il pallone…”. E’ vero che avrà modo e soprattutto tempo per mettersi in luce in gialloviola; si può tranquillamente affermare, però, che il suo ingresso nella lega avrebbe potuto essere dei migliori.

L’All Star Saturday è stato piuttosto incolore. Certo, fare meglio delle ultime edizioni della gara di tiro da tre punti (con le prodezze degli ‘Splash Brothers’) e, soprattutto, del memorabile Slam Dunk Contest 2016 (con l’epico duello finale tra Aaron Gordon e Zach LaVine) era obiettivamente impossibile; durante il sabato appena trascorso, però, l’entertainment si è visto più che altro fuori dal campo. Con tutta la stima per Glenn Robinson III e per Derrick Jones Jr. (il quale ha ostentato una sicurezza rara per un neo-ventenne), la loro esibizione ha messo a nudo la dura realtà: salvo eccezioni come l’epocale edizione 2016, la gara delle schiacciate rischia di aver fatto il suo tempo. Sembra arrivato il momento di escogitare qualcosa di nuovo.

P.S. ormai anche chi non segue il basket ha afferrato il concetto secondo cui il gioco sta cambiando e anche i lunghi possono portare palla e tirare da tre punti; non è indispensabile organizzare tutta quella pantomima!

Se fino a questo punto sono stato piuttosto d’accordo con le critiche riservate all’ultimo All Star Weekend, mi trovo invece a dissentire vigorosamente su molto di quanto letto in questi giorni riguardo allo ‘showdown’ della domenica sera.
Per parlare di un evento come di una ‘delusione’ è strettamente necessario esserci arrivati con un certo tipo di aspettative. Diciamoci la verità: qualcuno pensava di vedere a New Orleans un remake di Gara-7 delle scorse Finals?
L’All Star Game è andato esattamente come bisognava aspettarselo. C’è chi lo ha vissuto più intensamente degli altri, come Giannis Antetokounmpo (preda di una contagiosa esaltazione per il primo ASG in carriera), Russell Westbrook (che non giocherebbe sotto al 100% nemmeno a scala 40) e l’MVP Anthony Davis, osservato speciale in quanto ‘padrone di casa’. Per quest’ultimo è arrivato anche il record all-time di punti realizzati (52, stracciando i 42 di tale Wilt Chamberlain). Chiaro, quando la tua squadra ne realizza 192 e tutti (tranne Westbrook!) giocano per farti segnare, tutto è relativo, ma i complimenti al Monociglio per averci regalato qualcosa da ricordare sono comunque doverosi.

Eccezion fatta per i nomi già citati, è stata la solita ‘scampagnata’ tra amici, con quelli più a loro agio (vedi un LeBron James in campo per pochissimi, ma intensi minuti), quelli palesemente fuori posto (consiglio vivamente di rivedere il match cercando ogni volta la faccia di Kawhi Leonard) e quelli che invece avevano la testa altrove (DeMarcus Cousins, su cui torneremo più avanti). La poca competitività (il più grande eufemismo di sempre) della serata è stata magistralmente sottolineata dai colpi di genio di due futuri stand-up comedians: Kyrie Irving e Stephen Curry. Il playmaker dei Cleveland Cavaliers si è esibito in una splendida (e passata praticamente inosservata) rimessa in favore degli avversari (già che ci siamo…), mentre il due volte MVP, ‘spaventato’ dalla furia distruttiva di Antetokounmpo, ha deciso di fingersi morto e regalarci il momento clou della serata:

https://www.youtube.com/watch?v=gtFvHkwfbFw

Questi due episodi non sono stati altro che una satira bella e buona su quello che effettivamente è diventato (o è sempre stato?) l’All Star Game: un susseguirsi di alley-oop e tiri da distanze siderali, accompagnato da balletti e risate d’ordinanza. A lunghi tratti, non proprio il massimo dello spettacolo.
Ed ecco che arriviamo al nodo della questione: come ‘salvare’ l’All Star Game?
Certamente saremo in moltissimi (tra cui azzarderei a inserire Adam Silver) a non voler vedere mai più la ‘farsa’ inscenata dalle due formazioni, ben lontana dalle reali possibilità dei migliori cestisti del pianeta. Le soluzioni proposte dalle più disparate fonti, però, appaiono francamente irrealizzabili ed illogiche. Perché mai assegnare il fattore campo nelle Finals, rendendo di fatto inutili gli sforzi delle trenta franchigie nella ben più significativa regular season? Peggio ancora, per quale motivo la lega dovrebbe staccare un bell’assegno da 500.000 dollari ad ogni membro del team vincente? Gonfiare ulteriormente le tasche di atleti multimilionari sarebbe il modo più deplorevole in assoluto per utilizzare tali somme. Perché, piuttosto, non proporre di organizzare il successivo All Star Weekend in una delle città della Conference vincente? E’ un’idea buttata lì; anche se minima, sarebbe pur sempre un ‘scossa’. Di certo Silver e soci si trovano di fronte a un dilemma piuttosto spinoso.

Tra i momenti da ricordare nella serata dello Smoothie King Center, a parte gli sketch di Irving & Curry e le feroci ‘inchiodate’ di Giannino, potremmo annoverare la schiacciata di DeAndre Jordan su alzata al tabellone di Westbrook (che ha fatto tremare anche il televisore) e, senza alcun dubbio, il dai-e-vai Westbrook-Durant-Westbrook, con tanto di festeggiamento dei compagni in panchina. Alla fine è stata l’unica interazione tra i due protagonisti più attesi del weekend, ma l’ ‘effetto scenico’ di quella giocata è assolutamente innegabile.
In chiusura, una nota di merito per lo spettacolo che ha accompagnato la domenica delle stelle. Non tanto per John Legend, sulla cui eccellenza non ci sono mai stati dubbi, quanto per il magnifico pezzo con cui The Roots hanno aperto la serata e dato il via all’introduzione delle squadre. Senza rinunciare alla ‘tamarraggine’ richiesta dall’occasione, il gruppo ha lanciato un chiaro ed efficace messaggio (che dovrebbe essere assimilato per bene da chiunque si diletti ad analizzare lo sport) sul concetto di ‘Evolution Of Greatness’: non si potrà mai dire se sia stata meglio questa o quell’altra epoca, poiché ognuna è l’evoluzione di quella precedente. Chapeau.

 

2 – Monsters & Co.

DeMarcus Cousins con i nuovi compagni a New Orleans: Jrue Holiday (a sinistra) e Anthony Davis

DeMarcus Cousins con i nuovi compagni a New Orleans: Jrue Holiday (a sinistra) e Anthony Davis

Un weekend delle stelle tutt’altro che indimenticabile che si è però concluso col botto, ovvero con l’annuncio del passaggio di DeMarcus Cousins ai New Orleans Pelicans. Una notizia comunicata ad un sorpreso Cousins proprio di fronte alle telecamere, pochi minuti dopo la fine delle ‘ostilità’ sul parquet dello Smoothie King Center, da quel momento nuova ‘casa’ del fenomenale centro.

Un colpo di tale importanza finisce indubbiamente per ridisegnare lo scenario della Western Conference, almeno per quel che riguarda la corsa all’ottavo posto.
I Pelicans, attualmente undicesimi (a due partite mezza di distanza da Denver), si ritrovano con un frontcourt dallo sconfinato potenziale, formato da Cousins e dall’All Star Game MVP Anthony Davis. Sul piano individuale parliamo di fatto dei migliori ‘big men’ della lega, entrambi all’apice della carriera. Due autentici ‘mostri’ che stanno riscrivendo partita dopo partita il concetto di ‘lungo NBA’: oltre al sovrannaturale atletismo, infatti, AD e DMC possono vantare un repertorio offensivo pressoché illimitato (impreziosito da un tiro da tre punti in costante miglioramento) e un controllo dei movimenti fino a poco tempo fa sconosciuto a giocatori delle loro dimensioni (come ha tenuto a ricordarci lo Skills Challenge di sabato scorso).

Il grande punto interrogativo, però, riguarda la possibile coesistenza dei due in quel di NOLA.
Dal punto di vista tattico i due sono teoricamente compatibili; l’arrivo di ‘Boogie’ comporterà un utilizzo pressoché costante di Davis come ala grande, con conseguenti incubi causati alle difese avversarie. E’ piuttosto l’incendiario carattere di Cousins a far sorgere i maggiori dubbi. I suoi inqualificabili atteggiamenti da ‘superstar capricciosa’ hanno condizionato pesantemente la storia recente dei Sacramento Kings. Sarà in grado di accettare il ruolo di ‘co-protagonista’, oppure il suo gigantesco ego finirà col far implodere la situazione anche in Louisiana? Lo scopriremo molto presto. Quel che è certo è che il Monociglio ha finalmente l’occasione di giocare di fianco ad un altro All Star, dopo quattro stagioni e mezza passate a ‘predicare nel deserto’. Se tutto dovesse funzionare per il meglio, potremmo trovarci di fronte ad una versione evoluta delle twin towers, schierate da Houston prima (Sampson-Olajuwon) e da San Antonio poi (Robinson-Duncan). Evolution Of Greatness, dicevamo poco fa…
Poi, ovviamente, ci sarebbe bisogno di una squadra intorno. Per arrivare a Cousins, la dirigenza Pelicans ha spedito a Sacramento un tris di esterni composto da Tyreke Evans (di ritorno alla squadra che lo lanciò), Langston Galloway e Buddy Hield (rookie che stava iniziando ad ‘ingranare’ dopo un inizio difficile). I soli Jrue Holiday e Tim Frazier non sembrano abbastanza per poter ambire a qualcosa di più di un primo turno playoff. Senza ulteriori aggiustamenti, i sogni di gloria rischiano di essere rimandati alla prossima stagione.

Se in casa Pelicans prevalgono l’entusiasmo e la curiosità, la situazione a Sacramento è tutt’altro che rosea. Il general manager Vlade Divac è finito sul banco degli imputati per aver lasciato partire l’unica star dei Kings dai tempi di Chris Webber senza ottenere in cambio una contropartita adeguata. Effettivamente due scelte al draft (una al primo e una al secondo giro) e tre ‘comprimari’ non sono proprio il massimo, considerato il valore del giocatore trasferito (Cousins, tre volte All Star, stava viaggiando a una media di 27.8 punti e 10.7 rimbalzi di media). La giustificazione di Divac (in sostanza: “abbiamo dovuto accettare per non perdere l’occasione di scambiarlo”) non è sicuramente indice di un’acuta pianificazione, ma è tutto sommato condivisibile. Aldilà dei molteplici rumors, erano davvero pochissime le squadre disposte a ‘svenarsi’ per assoldare un elemento tanto problematico. I Pelicans hanno tentato l’all-in, e Divac ha deciso di chiudere una volta per tutte l’era di DMC a Sacramento. Deve essere proprio questo il principale motivo di sollievo in casa Kings. In quasi sette anni di permanenza in California, Cousins non si è mai dimostrato in grado di poter guidare la franchigia ai playoff. Anzi, la sua fama da ‘bullo’ ha tenuto alla larga i vari free-agent un’estate dopo l’altra. Era lampante che il futuro della squadra e quello del centro non avrebbero più dovuto coincidere. Oltretutto, grazie al nuovo accordo collettivo, DMC rischiava di tenere sotto scacco la franchigia anche per gli anni a venire, con lo spettro di un astronomico contratto da oltre 200 milioni di dollari. Ora le ambizioni da playoff dei californiani vengono definitivamente abbandonate. La (ri?)salita sarà probabilmente lunga, molto lunga ma, come cantavano gli Smiths, questo era decisamente un “Good time for a change…”.

 

3 – Tanti rumors per nulla

Nerlens Noel, passato da Philadelphia a Dallas nelle ultime ore di mercato

Nerlens Noel, passato da Philadelphia a Dallas nelle ultime ore di mercato

L’affare Cousins sembrava solo l’inizio di una scoppiettante settimana di mercato che avrebbe dovuto sconvolgere gli equilibri della lega. Una volta raggiunta la trade deadline, invece, la quasi totalità degli innumerevoli rumors si è risolta in un nulla di fatto.

La trattativa più importante delle ultime ore è stata quella che ruotava intorno a Paul George. In particolare, Denver Nuggets e Boston Celtics pare abbiano presentato offerte molto interessanti agli Indiana Pacers per convincerli a cedere la loro stella. I Celtics, indiscussi protagonisti delle voci di mercato di queste settimane, hanno messo sul piatto anche l’ambita scelta dei Brooklyn Nets al prossimo, ricchissimo draft (scelta che, con ogni probabilità, sarà fra le prime tre assolute), ma Larry Bird e soci hanno preferito declinare, almeno per il momento. Difficile pensare, infatti, che il discorso su PG13 non possa riprendere a giugno, quando l’effettiva posizione della chiamata di Boston sarà stata ufficializzata dalla draft lottery. Una scelta che, prima o poi, Danny Ainge e colleghi finiranno per scambiare. I pezzi più pregiati del draft 2017 sono delle point guard, ruolo che ai Celtics è ricoperto alla grande da Isaiah Thomas. Francamente, sarebbe poco saggio privarsi di IT, il miglior esempio possibile di come il contesto possa fare la differenza tra un ottimo giocatore e un candidato MVP. Boston ha l’occasione di provare a vincere (o quantomeno a sorprendere Cleveland) nel breve termine; affidare la franchigia ad una giovane promessa (viste anche le difficoltà mostrate dai rookie di quest’anno) potrebbe far passare il treno buono.

Paul George resta dov’è, dunque, e come lui Jimmy Butler e Carmelo Anthony, gli altri All Star in odore di trade. Nulla di fatto anche per le chiacchierate trattative che avrebbero dovuto far cambiare squadra a Derrick Rose, Andre Drummond, Danilo Gallinari e Jahlil Okafor. Quest’ultimo era indicato da tempo come il giocatore ‘sacrificabile’ dell’affollato reparto lunghi dei Phialdelphia 76ers; a poche ore dalla deadline, però, a muoversi è stato Nerlens Noel, alla faccia di qualsiasi indiscrezione. Il centro, sesta chiamata assoluta al draft 2013, è passato ai Dallas Mavericks in cambio di Justin Anderson, Andrew Bogut (che verrà tagliato) e una prima scelta futura. Tutto sommato una buona mossa soprattutto per i Mavs, che si rinforzano sotto canestro e ringiovaniscono il roster, ora decisamente più futuribile.
Lo ‘sfoltimento’ a Philadelphia era iniziato con la cessione di Ersan Ilyasova agli Atlanta Hawks. Il turco stava disputando un’ottima stagione, ma in estate diventerà free agent. Dalla sua partenza, Phila ha ricavato Tiago Splitter (probabilmente verso il taglio) e l’ennesima seconda scelta (saranno quattro a giugno, più una al primo giro).

Tra gli scambi più significativi di questi ultimi giorni c’è sicuramente quello che ha portato Lou Williams agli Houston Rockets in cambio di Corey Brewer e di una scelta al primo giro al prossimo draft. Una trade da cui escono abbastanza bene entrambe le franchigie. Houston aggiunge una letale ‘arma da fuoco’ al suo arsenale (Williams viaggia a 18.7 punti di media in stagione), mentre i Lakers si liberano di un giocatore superfluo per le loro ambizioni e accumulano scelte per proseguire la lunga risalita ai vertici.
Da segnalare una serie di movimenti interessanti (ed è davvero sorprendente scriverlo) da parte dei Brooklyn Nets, che cercano disperatamente uno spiraglio per accelerare un minimo la lunghissima ricostruzione. Se Brook Lopez è rimasto (almeno per il momento; molto probabile che parta nel corso dell’anno), l’unico altro giocatore con valore di mercato, Bojan Bogtdanovic, è stato spedito ai Washington Wizards (che rinforzano finalmente la loro panchina) in cambio di Marcus Thornton, Andrew Nicholson e una prima scelta 2017. Una contropartita che permetterà ai Nets di fare un po’di ‘pulizia’ per dare spazio ai giovani (Thornton verrà tagliato). Successivamente, a Brooklyn è arrivato anche K.J. McDaniels, un giocatore che aveva iniziato molto bene la carriera NBA a Philadelphia per poi sparire dai radar a Houston. In un contesto come quello dei Nets, K.J. avrà l’occasione di tornare a mettersi in luce.
Ottima ‘sessione invernale’ per i Toronto Raptors, che rinforzano ulteriormente il reparto ali, vero punto debole del roster. Dopo aver messo sotto contratto Serge Ibaka, infatti, i canadesi si sono aggiudicati anche P.J. Tucker, arrivato dai Phoenix Suns per Jared Sullinger e due scelte future. Una vera e propria boccata d’ossigeno, per una squadra in visibile calo come Toronto.

I ‘vincitori morali’ delle ultimissime ore di mercato, però, sono gli Oklahoma City Thunder, che con un vero e proprio ‘furto’ hanno portato via da Chicago Doug McDermott e Taj Gibson. Due ottimi rinforzi in vista dei playoff, dove il cortissimo roster dei Thunder non avrebbe sicuramente retto il confronto con quelli dei top team dell’Ovest. Davvero inspiegabile, dall’altra parte, la scelta della dirigenza Bulls, che si priva di due giocatori di sicuro valore (e di una seconda scelta 2018) per ricevere in cambio Cameron Payne, Anthony Morrow e Jeoffrey Lauvergne. Una mossa apparentemente inutile per qualsivoglia obiettivo, che sia esso arrivare (e fare strada) ai playoff oppure smantellare e ricostruire. E’ proprio la mancanza di obiettivi chiari il principale problema a Chicago. Butler è rimasto, Rajon Rondo (per ora) non si è mosso, così come Nikola Mirotic e Robin Lopez, altri giocatori indicati come possibili partenti. La situazione è sempre più pericolosa; diventare una contender è impensabile, ripartire da zero molto difficile. Che fare?

Terminato lo spazio disponibile per gli scambi, inizia ora la caccia ai free agent. Alcuni dei giocatori non scambiati saranno liberati dalle rispettive squadre e potranno così accasarsi altrove. Il nome più appetibile in circolazione è quello di Deron Williams, tagliato dai Dallas Mavericks, L’ex All Star sembra destinato ad unirsi a LeBron James e ai suoi Cavs per dare la caccia al titolo NBA. Gli altri pezzi pregiati attualmente disponibili sono Terrence Jones, protagonista di una buonissima stagione a New Orleans ma chiuso dall’arrivo di DeMarcus Cousins, e lo stesso Bogut, sempre che riesca a recuperare una forma quantomeno accettabile.

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