Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsChicago BullsThree Points – La calda notte di Devin Booker

Dopo una settimana di pausa torna l’appuntamento con ‘Three Points’. Mentre impazza la March Madness NCAA, che vedrà il suo epilogo il prossimo weekend, la regular season NBA è agli sgoccioli. Raramente, negli ultimi anni, siamo arrivati a dieci partite dal termine con così tanti verdetti ancora da sancire. Tra chi lotta per il fattore campo e chi, semplicemente, per arrivare ai playoff, quasi nessuno ha certezze assolute sull’immediato futuro. Tra una serie di grandi sfide (da Thunder vs. Rockets a Spurs vs. Warriors) e i record frantumati da Russell Westbrook, la settimana appena trascorsa ha scritto anche un’indelebile pagina di storia che, ovviamente, si prende a pieno titolo la nostra copertina.

 

1 – La calda notte di Devin Booker

Devin Booker celebra i 70 punti realizzati contro i Boston Celtics

Devin Booker celebra i 70 punti realizzati contro i Boston Celtics

“La storia siamo noi” cantava Francesco De Gregori. Siamo noi che, sabato mattina, ci siamo svegliati scoprendo che, durante il nostro sonno ignaro, Devin Booker aveva messo la firma su una delle più grandi imprese individuali di sempre.

Non saranno stati poi così tanti, infatti, a sacrificare la nottata per una Phoenix Suns – Boston Celtics qualunque, una fra le migliaia di partite della regular season NBA. Non come nel 1976, quando le due squadre si trovarono di fronte alle Finals, con Gara-5 di quella serie finale che viene ricordata ancora oggi come una delle più emozionanti partite di sempre.
Due franchigie con prospettive diametralmente opposte (mentre i Celtics ambiscono alla testa della Eastern Conference, Phoenix pensa già alla Draft Lottery) che, però, hanno saputo regalarci due sfide memorabili. Il primo scontro, in Arizona, aveva visto il finale ‘thriller’ con la banale distrazione di Isaiah Thomas e il canestro della vittoria di Tyler Ulis sulla sirena. Il match di ‘ritorno’ al TD Garden si è invece trasformato in qualcosa che racconteremo ai nipotini: la notte in cui Devin Booker segnò 70 punti.

Il fatto di trovarsi nell’era dei social network ha dato modo ai soliti ‘fenomeni’, gli stessi che ancora oggi si commuovono per gli 81 di Kobe Bryant contro i Raptors nel 2006 (che molti fra tali fenomeni avranno vissuto solamente su Youtube), di lanciare le consuete ‘bombe da tastiera’: “Bè, con la squadra che gioca per te sono buoni tutti”, oppure “Sì ma hanno perso, quindi non conta nulla”, fino a “NBA sempre più ridicola!!111!!1”. E’ persino superfluo ricordare come anche i Lakers del 2006 giocassero solo (e sempre) per Kobe, oppure che vinsero la gara degli 81 del Mamba contro dei Raptors impresentabili. Meglio invece concentrarsi sulla grande impresa del giovane Booker, decimo giocatore  della storia NBA con almeno 70 punti in un singolo incontro.

Che un ragazzo di appena vent’anni possa aver sfornato una prestazione del genere è a dir poco incredibile. Che questo ventenne sia il numero 1 dei Suns, però, è facilmente spiegabile. Devin ha più volte dimostrato di poter diventare inarrestabile quando è “in the zone”. Un po’ come Klay Thompson, protagonista a sua volta di un ‘sessantello’ qualche mese fa.
Chiuso il primo tempo con 19 punti, Booker ha letteralmente ‘preso fuoco’ nella seconda metà, realizzandone ben 51. Certo, la difesa dei Celtics non è stata irreprensibile, ma la grandinata di triple è sempre stata un marchio di fabbrica del giovanissimo prodotto di Kentucky, che ad un certo punto ha visto entrare nella retina qualsiasi cosa partisse dalle sue mani. Come raccontato a fine gara dallo stesso Devin, una volta superata quota 50, i suoi compagni e coach Earl Watson hanno fatto di tutto per permettergli di entrare nella leggenda, mettendogli sempre il pallone tra le mani e chiamando timeout e falli sistematici per fermare il tempo.
Ora, spiegatemi dove sia la vergogna in tutto questo. I Suns non potevano chiedere di meglio da questa stagione che una serata da ricordare. La vittoria contro i solidissimi Celtics non è mai stata nemmeno in preventivo, ma la ventata di entusiasmo portata da questa storica performance non è assolutamente misurabile.
Se alle grandi gesta di Booker aggiungiamo l’ottima stagione da rookie di Marquese Chriss e Tyler Ulis e il probabile arrivo di una top pick al prossimo, ricchissimo draft, si prevedono stagioni ancora più afose, lì nel deserto.

Solo il tempo ci dirà se la calda notte di Devin Booker sia stato un fuoco di paglia, oppure la prima pietra miliare di una straordinaria carriera. D’altronde, lo stesso Kobe Bryant glielo aveva scritto su un paio di scarpe: “Be legendary”

 

2 – Cavs, è solo regular season, ma…

LeBron James

LeBron James

Settimana piuttosto complicata per i Cleveland Cavaliers, prima sconfitti dai Washington Wizards, poi addirittura umiliati dai San Antonio Spurs (trenta punti di scarto e partita chiusa già nel terzo quarto), infine battuti dai deludenti Chicago Bulls. Il tutto al termine di un mese di marzo tutt’altro che entusiasmante, in cui i campioni in carica hanno perso ben dieci delle sedici gare disputate. Questo brusco calo di risultati ha rimesso in discussione la corsa al miglior record a Est, con gli stessi Wizards sempre più vicini e i Boston Celtics addirittura capaci di scalzare i Cavs dalla vetta.
Poco male, dirà qualcuno a Cleveland, è solo la regular season, un doveroso quanto inutile preambolo ad una nuova apparizione alle NBA Finals. Probabilmente sarà così, ma ci sono parecchi motivi per non abbassare troppo la guardia.

Primo fra tutti, il modo in cui sono arrivate queste sconfitte. Nella partita contro Washington, così come anche nella gara persa in precedenza a Denver, la squadra di Tyronn Lue è apparsa decisamente deconcentrata, quasi svagata. I lunghi dei Nuggets prima e le guardie dei Wizards poi hanno letteralmente ‘pasteggiato’ nell’area dei Cavs, arrivando al ferro come e quando volevano. La partita di San Antonio, poi, si è presto trasformata in una lezione di pallacanestro impartita dal professor Gregg Popovich: vorticoso movimento di uomini e palla, tiratori completamente liberi oltre l’arco, area attaccata con costanza e un LaMarcus Aldridge pressoché indisturbato sotto canestro. Se a tutto questo aggiungiamo l’ennesima prestazione da MVP di Kawhi Leonard, ecco spiegato il pesante scarto finale.

Cleveland, specialmente lo scorso anno, ha dimostrato di essere in grado di aumentare esponenzialmente l’intensità con l’arrivo dei playoff e, soprattutto, delle Finals. Con l’atteggiamento esibito per gran parte della stagione, però, stavolta appare davvero difficile passare dallo zero assoluto all’eccellenza nel giro di poche settimane.
Anche lo stellare attacco dei campioni NBA non gira sempre al massimo. Tolti i due fenomeni LeBron James e Kyrie Irving, gli altri sono tutti in visibile calo. Kevin Love e J.R. Smith sono appena rientrati dai rispettivi infortuni, ma non sono ancora in grado di incidere come prima (specialmente il secondo, lontano anni luce dai giorni migliori). Con Kyle Korver ancora seduto per un problema al piede e un Iman Shumpert sempre meno convincente, spesso e volentieri sono i soli Tristan Thompson e Richard Jefferson (a 36 anni suonati) a portare sufficiente legna in cascina. I nuovi innesti della trade deadline, finora, hanno entusiasmato più il popolo del web che i tifosi. Non ci si aspettava che Deron Williams tornasse quello degli Utah Jazz, ma il numero 31 non assomiglia nemmeno al playmaker visto di recente ai Dallas Mavericks. Anche l’altro Williams, Derrick, è andato in calando dopo un inizio promettente con la nuova maglia. Poi ci sarebbe Larry Sanders che, dopo i nostri auguri di qualche settimana fa, è finito… in D-League.

Oltretutto, le tanto attese Finals bisognerà pur guadagnarsele. Sulla carta, Cleveland appare ancora almeno un livello sopra le possibili rivali a Est. Quante volte, però, l’approccio sbagliato ad una serie di playoff ha portato a clamorosi colpi di scena? Senza arrivare alle NBA Finals del 2004 (quando i Lakers di Kobe e Shaq vennero ‘divorati’ dai Detroit Pistons di Larry Brown), basterebbe prendere come esempio l’eliminazione al primo turno dei favoritissimi Dallas Mavericks (testa di serie numero uno) nel 2007, per mano dei ‘corsari’ Golden State Warriors di Baron Davis (numero otto del tabellone).
Se è vero che difficilmente LeBron e compagni verranno messi in difficoltà dalle Miami o dalle Chicago del caso, è altrettanto certo che squadre come Celtics o Wizards saranno pronte ad approfittare del minimo passo falso.

Il tavolo per il terzo atto della rivalità tra Cleveland e Golden State sembra ormai apparecchiato da un anno. In effetti, le favorite per un ritorno alle Finals rimangono queste due, ma raramente in NBA abbiamo visto una stagione scontata. Noi la buttiamo lì ormai da qualche tempo… e se ci scappasse la sorpresa?

 

3 – La caduta dei giganti

Joakim Noah difende su Roy Hibbert, ai 'tempi belli' di Chicago e Indiana

Joakim Noah difende su Roy Hibbert, ai ‘tempi belli’ di Chicago e Indiana

New Orleans, 16 febbraio 2014. Roy Hibbert e Joakim Noah disputano il loro secondo All Star Game, entrambi come riserve per la Eastern Conference. Qualche mese più tardi, il primo sarebbe finito nell’ All-Defensive Second Team, mentre il secondo sarebbe stato nominato difensore dell’anno (e ovviamente inserito nel primo quintetto difensivo) e avrebbe concluso al quarto posto (dietro a Kevin Durant, Lebron James e Blake Griffin) la corsa all’MVP. Grazie anche alla presenza dei loro due centri, Indiana Pacers e Chicago Bulls si presentavano come credibili avversarie degli inarrivabili Miami Heat targati ‘Big Three’.

Tornati al presente, solo tre anni più tardi, quello che ci appare davanti è uno scenario apocalittico. Hibbert è letteralmente ‘evaporato’; finito il ‘magic moment’ con i Pacers, nelle ultime due stagioni ha cambiato quattro squadre (Lakers, Hornets, Bucks e ora Nuggets), finendo inesorabilmente in fondo alla panchina, ben oltre i margini delle rotazioni di coach Mike Malone. Una parabola che ha subito una brusca svolta proprio in quel 2014 da cui eravamo partiti. Durante i playoff, infatti, i presunti screzi personali con l’altra stella della squadra, Paul George, avevano contribuito a far degenerare una situazione già piuttosto tesa (un’altra delle cause fu l’inopinata aggiunta del free-agent Andrew Bynum, il cui volto è tuttora raffigurato sui cartoni del latte di tutta America). Indiana si sgretolò, e con lei la carriera del gigante da Georgetown, ormai solo l’ombra di quello che rifilò una memorabile stoppata a Carmelo Anthony durante i playoff 2013.

Il nome di Noah, invece, è tornato di recente sulle prime pagine, anche se non per i motivi che il francese avrebbe voluto. E’ di questi giorni, infatti, la notizia di una sua sospensione di 20 partite per non aver superato un controllo antidoping. Oltre che rappresentare l’ennesima ‘perla’ della triste collana dei New York Knicks versione 2016/17, questo episodio segna il punto più basso della carriera del figlio del tennista Yannick. Come nel caso di Hibbert, anche per Noah l’eccellente stagione 2013/14 è stata l’ultima a grandi livelli. Le prestazioni in netto calo, i continui infortuni e l’addio di coach Tom Thibodeau (sostituito da Fred Hoiberg) gli erano costati il posto in quintetto, in favore della coppia Pau GasolNikola Mirotic. Così, una volta diventato free-agent, Joakim non ci aveva pensato poi troppo a salutare Chicago dopo nove anni di onorato servizio (era arrivato con la nona chiamata al draft 2007, dopo aver vinto due titoli NCAA con University of Florida). Soprattutto quando alla sua porta avevano bussato Phil Jackson e i New York Knicks, pronti ad offrirgli un inspiegabile contratto da 72 milioni di dollari in quattro anni. Una decisione folle e dissennata che, meglio di qualunque altra cosa, indica il pietoso stato di salute della franchigia.
L’ennesima stagione fallimentare è stata accompagnata dai nuovi infortuni del fu All-Star, tuttora fermo per un guaio al ginocchio. Anche nelle poche apparizioni sul parquet, però, Noah è sembrato un ex giocatore. Solo la notte del suo ritorno a Chicago da avversario ha saputo brillare, con un’episodica prestazione da 16 punti e 9 rimbalzi condita dalla vigorosa esultanza, in coppia con l’altro grande ex Derrick Rose, alla certezza della vittoria acquisita.

I due mesti epiloghi delle carriere di Hibbert e Noah sono il miglior manifesto di una lega che non può permettersi di aspettare, di vivere nel ricordo di chi si è stati un tempo. Chiedere conferma allo stesso Derrick Rose, oppure ad Amar’e Stoudemire, tanto per rimanere a New York. Lo spettacolo continua, il livello si alza e ci sono sempre nuovi protagonisti pronti a rubarti il palcoscenico in qualsiasi momento, per la gioia di noi appassionati.

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