Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsChicago BullsThree (x 2) Points – Stagione 2016/17 – Top e Flop pre-natalizi

La settimana natalizia chiude di fatto la prima parte della stagione, ed è quindi tempo per i primi bilanci. Per l’occasione arriva un’edizione speciale di ‘Three Points’, che oggi raddoppia. Nell’ultimo appuntamento prima delle feste andiamo a scoprire tre sorprese e tre delusioni di questo inizio di regular season. Cominciamo dal fondo, con il podio dei ‘flop’.

 

Flop 3: Chicago Bulls & Indiana Pacers

Paul George (Pacers) marca Dwyane Wade (Bulls)

Paul George (Pacers) marca Dwyane Wade (Bulls)

Per carità, niente tragedie. O meglio, non ancora. Bulls e Pacers avranno tutto il tempo per rimettersi in carreggiata, ma è indubbio come le aspettative non siano state finora soddisfatte.

Le due squadre si presentavano al via come le più serie minacce ad Est per i Cleveland Cavaliers. Dopo una off-season particolarmente ‘aggressiva’ da parte delle rispettive dirigenze, la maggior parte dei pronostici vedeva le due formazioni perlomeno affiancate a Toronto Raptors e Boston Celtics. Al termine del secondo mese di stagione, invece, le ex-franchigie di Michael Jordan e Reggie Miller gravitano stabilmente intorno all’ottavo posto nella Conference, l’ultimo disponibile per accedere ai playoff.

La partenza di Chicago è degna dei migliori luna park: subito tre vittorie (di cui una con Boston e una con Indiana), seguite de tre sconfitte (di cui… una con Boston e una con Indiana!). A novembre sono arrivate quattro vittorie di fila, a dicembre una striscia di tre sconfitte consecutive, tra le quali un sonoro -26 contro i Milwaukee Bucks (il 16 dicembre, in una partita chiusa dai Bulls con la miseria di 69 punti). Gli uomini di Jason Kidd, peraltro, avevano già sconfitto quelli di Fred Hoiberg la sera precedente al Bradley Center. In seguito alla figuraccia, un perentorio +31 sui Detroit Pistons

Anche Indiana è stata protagonista di un avvio piuttosto ‘schizofrenico’: mai vittoriosa per più di due partite in serie, può ‘vantare’ sconfitte contro avversari del calibro di Brooklyn Nets, Philadelphia 76ers, Dallas Mavericks, Miami Heat e New Orleans Pelicans. In pratica, i peggiori della lega. La truppa di Nate McMillan è anche entrata nella storia dalla parte sbagliata la sera del 5 dicembre, quando “Rambo travestito da Klay Thompson” (semi-cit.) ha ‘mitragliato’ il canestro di Indiana con 60 punti in 29 minuti.
Poi però, Paul George e compagni sono stati capaci di battere due volte i Clippers e una volta Cavs, Thunder e Bulls. Cose che accadono, a questo punto della stagione…

Questa instabilità è assolutamente giustificabile dai radicali cambiamenti a cui sono state sottoposte le due franchigie. Per trovare una chimica di squadra degna di tale definizione, così come per stabilire le varie gerarchie, servirà tempo. Resta solo da vedere quanto tempo. Soprattutto, i prossimi mesi serviranno ai rispettivi front-office per capire se la strada intrapresa è quella giusta, o se invece non sia necessario sacrificare qualche grande nome.
Di certo nulla è compromesso. Tra le dirette concorrenti per i piani alti della Conference, solo Toronto procede con una certa continuità. Tutte le altre squadre rientrano in un ciclistico ‘gruppo degli inseguitori’, in cui vincere o perdere un singolo incontro può sbalzarti di colpo dal nono al terzo posto (o viceversa). Un giudizio più completo si potrà avere tra qualche mese, dunque. Finora, però, ci si aspettava sicuramente qualcosa in più da queste due formazioni.

 

Flop 2: Minnesota Timberwolves

Il trio di giovani stelle dei Timberwolves: Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Zach LaVine

Il trio di giovani stelle dei Timberwolves: Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Zach LaVine

Mi rivolgo a te, giovane appassionato che muovi i primi passi da analista NBA: sempre meglio essere cauti con i pronostici, specialmente quando riguardano squadre (e giocatori) così acerbe.

I Timberwolves erano una delle formazioni più attese della nuova stagione. La strabordante quantità di talento accumulata negli ultimi anni ha creato un hype con pochi precedenti nei confronti di una squadra che non vede i playoff dal lontanissimo 2004 (quando Garnett, Sprewell, Cassell e soci si arresero in finale di Conference agli ultimi Lakers di Kobe e Shaq).

Ecco allora fioccare previsioni come “Playoff sicuri, secondo turno più che raggiungibile”, oppure “Towns MVP” o ancora “Dunn indiscusso (?) Rookie Of The Year, con lui sono una contender”. Arrivati al crocevia natalizio, invece, troviamo i giovani rampanti di coach Tom Thibodeau più o meno dove li avevamo lasciati l’anno scorso, ovvero nei bassifondi della Western Conference.

Indubbiamente il talento dei singoli c’è, eccome. Karl-Anthony Towns è veramente un’iradiddio, Andrew Wiggins continua a crescere e può diventare un all-around player d’elite, Zach LaVine è un realizzatore sempre più completo e anche Gorgui Dieng migliora partita dopo partita. L’amalgama, però, fatica ad arrivare, e il piatto fin qui piange: 9 vittorie e 19 sconfitte, terzultimo posto ad Ovest. Un magro bottino frutto di una fase difensiva e di un livello di intensità assolutamente inconcepibili con quelle predicate storicamente da Thibodeau.

Ed è qui, giovane aspirante analista, che dovrai prestare nuovamente attenzione. Sarebbe piuttosto prematuro, quanto ingiusto, trasformare gli ottimistici pronostici della vigilia in conclusioni tipo “Thibodeau via subito!”, oppure “cosa ci fa Rubio in NBA??”, o ancora “Bisogna scambiare Dunn / LaVine / Wiggins!!”.
Fermo restando che Thibodeau è una sorta di plenipotenziario a Minneapolis (e presumibilmente poco incline ad auto-defenestrarsi), quello dei T’Wolves è un progetto appena avviato. La stagione in corso rappresenta l’ ‘anno zero’ per questa squadra, servirà per dare la prima forma ad una scultura che, potenzialmente, può diventare un capolavoro. C’è tantissimo ‘capitale umano’ su cui lavorare, bisognerà semplicemente capire come incastrare i vari pezzi per avere un puzzle ben definito. Il che non esclude la possibilità di drastiche scelte e ‘sacrifici’ eccellenti. All’orizzonte si prospetta un periodo di trade in cui poter fare qualche aggiustamento. Male che andrà la stagione, ci sarà un altro draft con cui arricchire ulteriormente il roster.
Probabilmente ci vorrà ancora qualche anno per avere i primi frutti di questa splendida semina. Ciò non toglie, però, che questo inizio di regular season avrebbe potuto essere leggermente migliore.

 

Flop 1: Dallas Mavericks

Il quintetto dei Mavs stagione 2016/17. Da sinistra: Deron Williams, Dirk Nowitzki, Andrew Bogut, Wesley Matthews, Harrison Barnes

Il quintetto dei Mavs stagione 2016/17. Da sinistra: Deron Williams, Dirk Nowitzki, Andrew Bogut, Wesley Matthews, Harrison Barnes

Avvio da incubo per la franchigia di Mark Cuban, attualmente detentrice del peggior record ad Ovest (8 W – 21 L, a pari merito con Phoenix). Le ambizioni della vigilia non erano certo da titolo, ma l’obiettivo playoff, con i giocatori a disposizione, sembrava piuttosto abbordabile. Invece, un inizio da due sole vittorie in quindici partite ha gettato i texani in un baratro da cui ora appare difficilissimo riemergere.

Coach Rick Carlisle ha dovuto far fronte finora ad una vera e propria emergenza infortuni. Solo Harrison Barnes e Dwight Powell hanno preso parte a tutti i ventinove incontri in programma. Con i vari Andrew Bogut, J.J. Barea, Quincy Acy e, soprattutto, Dirk Nowitzki (solo sei gare disputate fin qui dal tedesco, alle prese con continui problemi al tendine d’Achille) fermi ai box, si è dovuto ricorrere a soluzioni non certo preventivabili. A meno che non fosse già nei piani schierare dall’inizio, per ben VENTUNO partite, il rookie Dorian Finney-Smith, ala da University Of Florida finita undrafted lo scorso giugno.

Tuttavia, il rientro in pianta stabile dei veterani risolverebbe solo parte dei problemi. Il roster è ben poco futuribile, gli equilibri piuttosto precari. Dovesse anche verificarsi un’impronosticabile inversione di tendenza (dopo il tracollo iniziale, sono arrivate sei vittorie in quattordici gare, un piccolo passo avanti) e i playoff venissero raggiunti per miracolo, questi Mavs sarebbero comunque il più classico degli ‘agnelli sacrificali’ per la Golden State di turno.
Forse sarebbe meglio cercare i pochi germogli nascosti fra l’erba bruciata (il buon impatto di Barnes, la mai sopita vena realizzativa di Wesley Matthews e la crescita dei giovani Dwight Powell e Justin Anderson) e prepararsi ad una bella rifondazione.

 

Terminata la rassegna delle principali delusioni, passiamo ora alle note più liete di questa prima parte di stagione.

 

Top 3: Utah Jazz & Memphis Grizzlies

Rudy Gobert dei Jazz prova a superare Marc Gasol e Mike Conley di Memphis

Rudy Gobert dei Jazz prova a superare Marc Gasol e Mike Conley di Memphis

Partenza più che brillante per due squadre non proprio da copertina. Zitti zitti, Jazz e Grizzlies si stanno ritagliando due posti d’onore nell’agguerrita Western Conference, davanti ai Thunder di Russell Westbrook e ai Blazers di Damian Lillard.

Utah è il miglior esempio di come progettare una squadra NBA: giovani di talento pescati ai vari draft e fatti crescere con calma, altri giocatori, seppur validi, usati come pedine di scambio (da Trey Burke a Enes Kanter) e solidi veterani (George Hill, Joe Johnson, Boris Diaw) in grado di garantire un apporto immediato. I giovani ora sono cresciuti: Gordon Hayward, Rodney Hood, Derrick Favors e Rudy Gobert costituiscono un’ossatura molto valida non solo per gli anni a venire (il più ‘vecchio’, Hayward, ha appena 26 anni), ma anche per il presente. In più, ci sono due prospetti ancora in divenire, Dante Exum e Trey Lyles, nati nel 1995; praticamente l’altro ieri. Il tabellino per ora parla di 18 vittorie su 30 partite disputate. Tra le vittime degli uomini di Quin Snyder figurano San Antonio Spurs, Oklahoma City Thunder e Houston Rockets. Niente male, eh?

Memphis, invece, è la dimostrazione che, anche nel basket, “le vie del Signore sono infinite”. Il quinto posto ad Ovest (subito davanti ai Jazz) viene arduamente difeso con un roster su cui in pochi erano pronti a scommettere. D’accordo, Marc Gasol e Mike Conley sono giocatori straordinari. In particolare, il centro catalano è tornato agli eccezionali livelli che lo portarono, quasi due anni fa, nel quintetto iniziale del Team West all’All Star Game di New York (il centro della Eastern Conference, in quella storica occasione, fu il fratello Pau). Intorno a loro, però, il panorama è quantomai variegato: si passa da giocatori tanto forti quanto ormai ‘datati’ (dal trentacinquenne Zach Randolph al quarantenne Vince Carter) a veri e propri ‘raminghi’ del mondo cestistico che, inaspettatamente, hanno trovato casa e fortuna nei campi del Tennessee. Basti pensare a Troy Daniels (nel suo passato Timberwolves, Hornets e Rockets, ma anche i Rio Grande Vipers della D-League), James Ennis (già ala piccola degli australiani Perth Wildcats e dei temibili Piratas de Quebradillas portoricani) e JaMychal Green (per lui tanta D-League e un soggiorno lavorativo sulla Loira, in una squadra di Serie B francese). Oltretutto Chandler Parsons, il principale rinforzo estivo, è sceso in campo solamente sette volte.
Va bene ricordare la proverbiale intensità difensiva e la grande sintonia tattica degli uomini di David Fitzdale, ma è davvero così sbagliato parlare di Memphis come di una grande sorpresa?

 

Top 2: Houston Rockets

"If you smell...What the Beard is cookin'!"

“If you smell…What the Beard is cookin’!”

Una piacevolissima rivelazione anche questi Rockets. Nel giro di pochissimi mesi, ovvero da quando Mike D’Antoni ha preso le redini della squadra, Houston si è letteralmente trasformata, da franchigia alla deriva a vera e propria mina vagante della Western Conference.

A beneficiare della nuova guida tecnica è stato soprattutto James Harden. Subito in sintonia con il nuovo coach, il Barba sta disputando una stagione da MVP (o quantomeno da candidato tale). Le sue stratosferiche medie (27.8 punti, 8 rimbalzi e 11.7 assist a partita) sono solamente la trasposizione in cifre del controllo totale esercitato dal neo-playmaker su tutto ciò che succede in campo.
Il gioco basato su penetrazioni e scarichi di Harden rappresenta pane appena sfornato per i denti dei nuovi acquisti Ryan Anderson ed Eric Gordon. L’ex guardia dei New Orleans Pelicans sembra rinata in Texas. Le sue triple spesso feriscono mortalmente gli avversari, troppo impegnati a cercare di contenere la furia offensiva del suo compagno con la maglia numero 13. Soprattutto (e qui il buon Eric è autorizzato ad esibire l’intera collezione di cornetti di San Gregorio Armeno), il fisico sembra finalmente assisterlo, dopo gli anni travagliati in Louisiana che sembravano averne compromesso la carriera. Finisse oggi la stagione, avremmo un quasi certo 6th Man Of The Year.

L’ex allenatore dei Phoenix Suns è riuscito fin qui a valorizzare al massimo i giovani del roster, da Clint Capela (promosso stabilmente in quintetto dopo l’addio di Dwight Howard) a Sam Dekker. Il prossimo passo sarà quello di migliorare la rivedibile fase difensiva, per cui gli ultimi Rockets erano diventati lo zimbello della lega.
Attualmente i texani condividono il terzo posto ad Ovest con i Los Angeles Clippers, forti anche di una clamorosa striscia di dieci vittorie consecutive (aperta dal trionfo contro Golden State e chiusa dalla sconfitta casalinga contro San Antonio) nel mese di dicembre. Forse parlare di contender è prematuro, probabilmente servirà ancora un anno per fare il definitivo salto di qualità. Di certo, però, i Rockets versione 2016/17 sembrano aver trovato nuova vita.

 

Top 1: Golden State Warriors

Una coppia di MVP per Golden State: Kevin Durant (#35) e Stephen Curry (#30)

Una coppia di MVP per Golden State: Kevin Durant (#35) e Stephen Curry (#30)

Difficile parlare di sorpresa riferendosi ad una squadra che in campo schiera – contemporaneamente – Stephen Curry, Kevin Durant e Klay Thompson. Eppure, l’avvio di stagione degli Warriors va forse oltre alle più rosee previsioni.
Certo, la partenza-record dell’anno scorso (24 vittorie consecutive) è – e rimarrà – irraggiungibile, il che non rappresenta per forza un grosso dispiacere per coach Steve Kerr. D’altronde, l’enorme dispendio di energie fisiche e mentali per infrangere il primato dei Chicago Bulls 1995/96 (72-10) è stata una delle cause del brutto scivolone alle Finals.
Golden State si presenta comunque all’attesissima sfida natalizia contro Cleveland come miglior squadra NBA (26 W – 4 L, dato aggiornato al 23 dicembre). La ‘falsa partenza’ con il pesantissimo -29 subito per mano degli Spurs è stata la doccia fredda che ha portato subito la ‘Splash Family’ a contatto con la realtà. Dopo quella batosta sono arrivate 26 vittorie (di cui 12 consecutive) su 29 incontri. Ciò che deve maggiormente preoccupare gli avversari, però, è l’impressione che i pezzi del puzzle si stiano incastrando più velocemente del previsto.

Durant ha presto spazzato via ogni dubbio su eventuali difficoltà di inserimento. Anzi, nella prima parte di stagione è sembrato lui il vero leader del gruppo, come se giocasse ad Oakland da una vita.
Anche la questione opposta, ovvero l’adattamento della squadra alla sua nuova stella, si è risolta egregiamente, anche se in modo più progressivo. Inizialmente, la ‘ingombrante’ presenza di KD sembrava penalizzare Curry e Thompson, messi in ombra dalle fragorose prestazioni del numero 35, tanto da far nascere addirittura voci di una possibile trade per spedire Klay ad altri lidi. La risposta di KT è stata rapida ed efficace: prestazioni via via crescenti, culminate con la memorabile notte dei 60 punti contro Indiana.
D’altro canto, Steph Curry è evidentemente lontano dal centro del palcoscenico. L’anno scorso, di questi tempi, il numero 30 aveva di fatto già in tasca il secondo titolo di MVP consecutivo. Ogni serata, con lui, diventava speciale. Ad ogni partita trovava una giocata ad effetto, un modo per far letteralmente impazzire tifosi, compagni e avversari. Il Curry versione 2016/17 sembra un giocatore diverso. Ogni tanto estrae dal cilindro qualche bel coniglietto, vedi la partita ‘for the ages’ contro New Orleans, chiusa con il nuovo record all time di triple realizzate (13). Guardandolo giocare, però, sembra che manchi un pizzico della magia che lo ha proiettato nell’elite dei più grandi di sempre. Magari è tutto studiato (il che non sarebbe poi così sorprendente, ‘conoscendo’ il playmaker e il suo allenatore), però l’atteggiamento mostrato finora è più simile a quello visto nelle scorse, deludenti, Finals, che a quello mostrato durante la corsa al doppio MVP.

Al netto di tutto ciò, la macchina-Warriors viaggia a meraviglia. La fluidità offensiva, con i dovuti tempi, è finalmente arrivata. Il pallone si muove molto e, finendo nelle mani dei migliori tiratori del pianeta, porta a serate come quella contro i New York Knicks, in cui i primi 36 canestri sono arrivati tramite assist. Insomma, questa squadra rimane uno spettacolo per gli occhi, anche per quelli esigenti degli ‘intenditori’. Un dubbio, a questo punto, è più che lecito: questo idillio durerà fino al termine della stagione? Per adesso va tutto estremamente bene, ma la storia, soprattutto quella recente, è la più severa delle insegnanti.

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