Warriors: da “what if” a dynasty

di Gianmarco Galli Angeli

La storia dei Golden State Warriors non è stata sempre gloriosa come siamo stati abituati a vederla nelle ultime due stagioni: la franchigia californiana ha costantemente vissuto alti e bassi (più bassi che alti) nonostante abbia avuto a disposizione giocatori di enorme talento che, per differenti motivi, sono stati tradati. Ciò nonostante il palmares della franchigia parla chiaro: quattro titoli NBA o meglio due da quando i Warriors si sono trasferiti a Golden State.

Agli arbori la compagine attualmente collocata ad Oakland si trovava nella città dell’amore fraterno ed era chiamata Philadelphia Warriors. Tra il 1946 ed il 62, probabilmente la franchigia ha avuto il suo primo periodo d’oro con ben due titoli NBA messi in cassaforte (1947, 1956). Nel ’62 si vola finalmente a San Francisco dove i Warriors assumono proprio il nome della quarta città californiana per numero di abitanti: è un trasferimento piuttosto breve, dopo nove anni infatti i guerrieri si trasferiscono ad Oakland ed assumono l’attuale denominazione di Golden State Warriors.

Da questo momento in poi, la storia dei ragazzi della baia inizia a seguire quell’incredibile sali e scendi precedentemente annunciato. Nel 1975 i Warriors misero in bacheca il loro terzo titolo NBA: Rick Barry, Jamaal Wilkes e Phil Smith si caricarono l’intera franchigia sulle spalle che, contro ogni pronostico, non solo arrivò alle Finals ma riuscì addirittura a vincerle. L’aneddoto più divertente legato a quei Playoff riguarda proprio i vincitori: il comune di Oakland, sicuro che i Warriors non si sarebbero mai qualificati alle Finals, aveva affittato la Coliseum Arena per altri eventi e i ragazzi di Al Attles furono costretti a disputare le partite interne sul parquet del Cow Palace di Daly City.

Nei successivi due anni la squadra raggiunse le Finals di conference e le semifinali salvo poi cadere di nuovo nell’abisso. Tra i giocatori che da fine anni ’80 fino al primo decennio del 2000 calcarono il parquet della Coliseum Arena (oggi chiamata Oracle Arena) ci sono tanti grandissimi talenti che hanno avuto una carriera luminosissima chi in California, chi altrove: Tim Hardaway, Latrell Sprewell, Chris Mullin e Mitch Richmond sono senza ombra di dubbio alcuni dei giocatori più importanti ad aver vissuto la maglia dei Warriors nel periodo di transizione prima della seconda età dell’oro; a questo incredibile trio si può aggiungere Chris Webber che ad Oakland vinse il titolo di rookie dell’anno. Con Webber in campo e Don Nelson in panchina la squadra torna ad offrire spettacolo ma proprio i due migliori interpreti litigano pesantemente e il coach impone la cessione di Webber. Poco dopo arriverà anche il suo licenziamento.

La storia dei Warriors al draft (pre-Steph Curry e Klay Thompson) si divide in due incredibile rami: tanti “what if” al primo giro ed altrettanti talenti scovati nel secondo. E’ il caso del 1995 quando, con la scelta numero 1, la franchigia californiana scelse Joe Smith scartando gente che poi avrà una carriera NBA più che discreta come Rasheed Wallace e Kevin Garnett. La storia nel basket è un evento ciclico ed ovviamente tre anni dopo i Guerrieri non hanno imparato dai propri errori: stavolta la scelta è giusta, Vince Carter, ma viene resa mera pedina di scambio con i Toronto Raptors (che gli regaleranno le più grandi gioie della sua carriera). La tradizione che lega i Warriors al secondo giro è invece rappresentata da cestisti del calibro di Gilbert Arenas e Jason Richardson, ad “Agent 0” non fu prolungato il contratto dopo le prime due stagioni permettendogli di trovare fortuna in quel di Washington.

Il primo tentativo di rinascita arriva con Baron Davis in campo e il ritorno di Nelson in panchina, con Chris Mullin General Menager.: i Warriors tornano ai Playoff ma manca ancora qualcosa. Inutile prenderci in giro il 2009 o meglio il Draft di quell’anno rappresenterà la svolta e l’entrata nel secondo periodo d’oro della storia dei californiani. “With the seventh pick, in the NBA Draft, the Golden State Warriors select Stephen Curry”. Il playmaker di Akron sconvolge il naturale andamento delle cose nella baia e non lo fa tanto nei suoi primi anni di carriera quanto nelle ultime tre stagioni dove il numero 30 risulta essere decisamente immarcabile (a tal punto da ricevere per due volte consecutive l’MVP, il secondo dei quali con votazione unanime). Sembra che il feeling con il draft sia cambiato in casa Warriors e due anni dopo la storia sorride di nuovo ai Guerrieri: Klay Thompson si unisce a Curry formando un backcourt mai visto prima. Il resto è storia recente, ci è creata la dinastia. Nel 2015 al termine di una cavalcata trionfale guidata da Steve Kerr, i ragazzi della Baia alzano di nuovo al cielo il titolo di campioni NBA. Quest’anno sono stati in grado di cancellare il record dei Bulls di Micheal Jordan e di detronizzare i Thunder che conducevano per 3-1 le finali di Conference.Ora tocca alle Finals: 73-9 don’t mean a thing without a ring, but they’re coming.

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