Oggi vorrei inaugurare questa nuova rubrica, dove si metteranno a confronto leggende del passato con campioni del presente, con lo scontro che tutti avrebbero voluto vedere nel momento in cui entrambi erano al massimo della forma: Michael Jordan contro Kobe Bryant.

Ecco lo scontro che avremmo voluto vedere tutti: i due al massimo della forma
I Numeri
Le statistiche parlano chiaro: Kobe è stato più longevo e duraturo, MJ più prolifico e vincente. Bryant ha disputato venti stagioni, tutte da Laker, in cui ha segnato un totale di 33.643 punti, contro i 32.292 di Jordan. Da un altro punto di vista però il numero 23 di Chicago nelle sue quindici stagioni ha collezionato una media punti totale di 30.1 a partita e tra quelle stagionali non è mai sceso sotto i 20, neanche nell’anno 2002/03, a 40 anni. Invece le medie punti di Bryant sono 25 quella totale e 7.6 la media stagionale meno alta, nella stagione d’esordio ‘96/’97. Per quanto riguarda i Playoffs, MJ detiene il

Qui i due in uno degli scontri in partita
primato sia nei totali che nelle medie a partita, nonostante li abbia disputati solo 13 volte a fronte dei 15 del Laker. Le statistiche di Jordan sono incredibili: 33.4 punti, 5.7 assist e 6.4 rimbalzi a partita contro i 25.6, 4.7 e 5.1 dell’avversario.
Il Palmares
La fama di vincenti di entrambi i campioni è nota per i trionfi quando il gioco si fa duro: le Finals. Jordan ha un ruolino di marcia immacolato, con sei vittorie (’91-’92-’93-’96-’97-’98) e nessuna sconfitta; invece il “Black Mamba” ha cinque

Ecco Jordan dopo il terzo titolo vinto
vittorie (’00-’01-’02-’09-2010) e due sconfitte (’04-’08). Sempre riguardo le Finali NBA, MJ detiene il record di sei NBA Finals MVP, in ogni sua vittoria, mentre Bryant ne ha ottenuti due (’09 e 2010). Invece per quanto
riguarda i premi stagionali Jordan vanta cinque titoli di Miglior Giocatore stagionale (’88-’91-’92-’96-’98), uno di Miglior Difensore (1988), uno di Rookie dell’anno (1985) e un record di dieci titoli di Miglior Realizzatore stagionale (dal ‘87 al ‘93 e dal ’96 al ’98). Invece il figlio di Joe Bryant ha ottenuto un titolo di MVP (’08) e due volte quello di Miglior Marcatore (’06-’07). Anche l’All-Star Game è stato un evento fondamentale per entrambi, il giocatore dei Bulls vi ha partecipato 14 volte (tra il ’85 e il ’93, tra il ’96 e il ’98 e nel ’02 e ’03) e ha vinto il titolo di MVP dell’evento tre volte (’88-’96-’98). Kobe ha disputato l’All-Star Game 18 volte (’98 e dal ’00 al 2016) e ne ha vinto l’MVP quattro volte (’02-’07-’09-2011).
La Partita
La partita più importante e, di conseguenza, famosa della carriera di Michael Jordan è certamente la gara-6 delle NBA Finals 1998, l’ultima partita che il giocatore dei Bulls disputò prima del suo ritiro. Jordan

Two words: “The Shot”
concluse il match con 45 punti, ma ciò che è, e sarà per sempre, impresso nella mente dei tifosi sono gli ultimi 40 secondi di quel
match: la penetrazione di MJ, la rubata al “Postino” Malone e l’ultimo tiro che Jordan mise in maglia Bulls, isolamento, con un crossover sbilancia il difensore Russell e infila il canestro per l’87-86 finale per Chicago, che vale il suo secondo three-peat. Non c’è nulla da dire: è storia.
Kobe Bryant invece ha giocato numerose partite sontuose, come gli

Unico e inconfondibile: il fadeaway
81 punti contro i Toronto Raptors, ma ho voluto selezionare gara-6 delle Finali di conference 2010 contro i Phoenix Suns. 37 punti per Kobe in 40 minuti. Una partita normale si potrebbe dire, ma non è così. Gli ultimi 9 punti in due minuti, per ricacciare indietro i Suns che con un gran parziale dal -18 si erano portati al -3; quei jumper in fade-away, cadendo all’indietro, che possono entrare solo a lui, all’altro campione di cui stiamo parlando e a pochi altri.
L’immagine
L’immagine che sintetizza la carriera di MJ non è l’ultimo tiro contro i Jazz, ma è gara-1 delle NBA Finals 1992, contro i Portland Trail Blazers; Michael è ritratto a mani aperte, dopo

MJ, dopo la sesta tripla
aver segnato l’ennesimo tiro da tre punti nel primo tempo (6, record NBA), che costituiscono solo quasi la metà dei punti totali all’intervallo, 35 (anch’esso record NBA).
Quell’espressione che dice implicitamente “Non ci posso fare nulla, oggi mi entrano tutte” riguardo al 60% nel tiro da 3 con cui sta punendo i Blazers, che concluderanno la partita con uno scarto di -33.
Per Kobe invece non si può far altro che scegliere la foto che raffigura il numero 24 gialloviola in piedi sul tavolo dei commentatori, con le braccia distese, in una mano il pallone di gara e sulla testa il cappello con su scritto “NBA Champions”. È gara-7 delle NBA Finals 2010, partita secca, si decide il titolo tra i Lakers e i Celtics. Dopo una partita molto tirata e un “Black Mamba” che nei primi tre quarti tira

Kobe festeggia il quinto titolo
appena col 5/20, Los Angeles recupera 13 punti e trionfa per 83-79. Bryant segna 10 punti nell’ultimo quarto e conclude la partita con 25 punti. È l’11° titolo per Phil Jackson che, come dice Buffa “Dovrà impiantarsi una protesi per tenere tutti gli anelli”. La foto è emblematica perché rappresenta il numero 24 che, con il suo quinto titolo, si avvicina sempre più a colui che ha sempre inseguito e voluto sorpassare, soprattutto nell’immaginario comune: il numero 23.
L’impatto sul gioco
Le due leggende hanno sicuramente qualcosa in comune: hanno entrambi rivoluzionato il gioco.
MJ, quando entrato dalla porta principale, il Draft, ha trovato una Lega dominata dai lunghi o, comunque, da un gioco molto interno, in cui il nucleo delle azioni era situato nel centro dell’area e le squadre erano sempre basate su

Non abbiamo pensato solo noi al magnifico confronto
un gran centro o una buona asse play-pivot: l’NBA era monopolizzata da Kareem Abdul-Jabbar, Robert Parish, Kevin McHale, Bill Walton, che hanno ricevuto l’eredità di Wilt Chamberlain e Bill Russell. Ma stava già arrivando una generazione di piccoli molto influente, guidata da giocatori come Magic Johnson e Isiah Thomas.
Jordan è stato l’anello di congiunzione tra il “gancio-cielo” di Abdul Jabbar e le valanghe di tiri da tre di Curry e Thompson. Michael ha portato il basket ad un altro livello ed è per questo che è conosciuto come “Il miglior giocatore di sempre”, oltre che essere un vero e proprio vincente.
Kobe invece è stato il successore di MJ, per questo motivo c’è sempre stato bisogno di confrontarli. Il gioco, per una buona parte di entrambe le carriere, è stato il medesimo, il “Triangolo”, adoperato da Phil Jackson, e anche i risultati sono stati pressoché gli stessi, sei titoli per MJ, cinque per Kobe. Kobe ha visto realizzarsi il ‘progetto’ che il numero 23 dei Bulls aveva iniziato e da una Lega dominata da lunghi si è passati ai piccoli e a un basket molto più esterno.
Le conclusioni
Jordan o Kobe, come direbbe l’Avvocato Buffa “è come scegliere tra il padre e la madre”, se chiedessimo al pubblico comune il risultato sarebbe già scritto, dominerebbe MJ: ormai per molti è più un’icona di lifestyle che una leggenda sportiva. Se invece si chiedesse agli appassionati il risultato sarebbe leggermente diverso: è semplice, il secondo è una reincarnazione del primo: lo stesso fadeaway, lo stesso coinvolgimento dei compagni (forse

Troppo, troppo uguali
Kobe un po’ più egoista) e la stessa insaziabile fame di vittoria, quasi a livello epico. È proprio questo ciò che più accomuna le due leggende: uno è “The Black Mamba”, un serpente che non si nutre di sangue, ma di vittorie; l’altro aveva lasciato il basket, ma quella fame e l’amore per il basket, non lo facevano dormire, allora è tornato per vincere.
Una risposta indiscutibile non è possibile averla, e non si avrà mai, ma ciò che è certo è che questi due giocatori hanno fatto la storia del gioco e sono state le due guardie più influenti nella storia del basket e due tra i giocatori più forti della storia. Nessuno smetterà mai di chiederselo: Micheal o Kobe, Jordan o Bryant, His Airness o The Black Mamba?











La squadra però non naviga in buone acque dal punto di vista finanziario e così alcuni giocatori chiave, tra cui anche Julius Erving (Dr. J) vengono malamente tagliati per tenere in piedi la franchigia.
ti a partita, tirando col 52.8% dal campo, quello stesso anno vinse meritatamente il premio di MVP dell’All Star Game e il titolo di Miglior Realizzatore del campionato.
Nella sua ultima partita NBA, il 20 Aprile 1986, giocò appena 5 minuti, segnando 0 punti, in quella stessa gara di Playoffs contro i Celtics, Jordan segnò 63 punti.
mo troppo.
Arriviamo così alla stagione 2008-09, la prima in cui Aldridge e i suoi arriveranno ai Playoffs. La squadra finalmente inizia a giocare un’ottima pallacanestro, facendo perno sul talento di Roy e Aldridge, ottimi anche il giovane Batum e Travis Outlaw che portano la squadra a ben 54 vittorie stagionali. Aldridge chiuderà la stagione a 18.1 punti a partita, 7.5 rimbalzi e 1 stoppata.
Dopo l’addio al basket di Brandon Roy (talento sopraffino) e la delusione con l’ottima squadra dello scorso anno che poteva vantare talenti come Damian Lillard e Nicolas Batum, Aldridge decide, come del resto metà della squadra, di abbandonare Portland per cercare fortuna altrove.
Reduci da un’estate movimentata nella quale sono stati messi sotto contratto diversi giocatori importanti, tra cui appunto proprio Aldridge e l’altro lungo David West (ex Indiana Pacers) la squadra sembra decisa ad arrivare fino in fondo. Pochi giorni fa, inoltre, sono arrivati alla corte di Coach Popovich anche i due puntelli Andrè Miller e Kevin Martin: che sia la stagione giusta per LaMarcus di agguantare il tanto agognato Titolo di Campione NBA?


Si chiusero così definitivamente i sogni di gloria di Pistol Pete, che ormai tormentato dai continui infortuni alle ginocchia decise di appendere le scarpe al chiodo dopo appena 10 stagioni da professionista, dopo essersi allontanato dal basket giocato divenne una sorta di “recluso” per ben 2 anni, non usciva più di casa e praticava esclusivamente lo yoga, esplorò l’universo vegetariano e prima di morire espresse l’intenzione di essere ricordato non come un giocatore di basket NBA ma come un semplice cristiano nato per servire Gesù.
le sue doti cestistiche, stiamo parlando di Jerry Stackhouse, guardia atletica in possesso di un ampissimo repertorio offensivo.
le icone della squadra, Dr. Stack (come verrà soprannominato) nel suo secondo anno di college guida la squadra con 19.2 punti di media e 8.2 rimbalzi, vincendo il premio National Player of the Year di Sport Illustrated.
A metà della stagione 1997-98 viene ceduto ai Detroit Pistons insieme al compagno Eric Montross, in cambio di Theo Ratliff e Aaron McKie.
di livello, per tutta la regular season viaggia a 23.6 punti e guida la squadra ai Playoffs, qui addirittura le sue cifre aumentano, passa a 24.7 punti (miglior percentuale in carriera) giocando 40 minuti, tira col 40.7% da due e col 43% da tre punti, purtroppo però i Pistons escono subito al primo turno.
L’anno successivo sarà costretto a saltare praticamente quasi l’intera stagione a causa di un intervento di artroscopia al ginocchio destro, giocherà soltanto 26 partite.
una delle ali grandi più forti di sempre nella storia della NBA. Con la maglia dei Sacramento Kings ha fatto sognare milioni di fan ma purtroppo nella sua lunga carriera tra i pro non è mai riuscito a vincere un Titolo NBA.
Nel Draft NBA del 1993, appunto, viene selezionato dagli Orlando Magic che però lo cedono immediatamente ai Golden State Warriors in cambio di Anfernee Hardaway e 3 future scelte al primo turno.


