A un mese esatto dall’inizio della regular season NBA, la situazione generale è ancora piuttosto nebulosa. I Golden State Warriors, dopo un inizio zoppicante, stanno pian piano trovando la miglior condizione, quella che li rende gli indiscussi favoriti per la vittoria finale. I loro acerrimi rivali, i Cleveland Cavaliers, devono ancora trovare i giusti assetti, e il loro posto ai piani alti della Eastern Conference è momentaneamente occupato dalle sorprendenti Detroit e Orlando. In attesa di capire se queste ultime siano solo dei ‘fuochi di paglia’, le uniche certezze sembrano essere quelle relative alle peggiori squadre della lega, con le varie Dallas, Atlanta, Chicago, Phoenix e Sacramento con più di un pensiero già rivolto al draft 2018.
Nel corso dell’ultima settimana, Lonzo Ball ha scritto il suo nome nei libri di storia, in quanto giocatore più giovane di sempre (20 anni e 15 giorni, cinque giorni in meno di LeBron James) a far registrare una tripla-doppia. I protagonisti di questo periodo, nel bene e nel male, sono però altri. A cominciare da una squadra che sta vivendo un momento straordinario, e che si conquista di diritto la copertina dell’edizione odierna di ‘Three Points’.
1 – Celtics: il risveglio della Forza

I Boston Celtics, attualmente la migliore squadra della Eastern Conference
I Boston Celtics stanno tornando. La franchigia più vincente della storia NBA si sta definitivamente ‘risvegliando’ dal letargo iniziato con l’addio di Paul Pierce e Kevin Garnett. Proprio la partenza (con destinazione Brooklyn) delle due leggende, nel 2013, aveva gettato i semi per la rinascita dei Celtics. L’assurda quantità di scelte concesse come contropartita dal proprietario dei Nets, Mikhail Prokhorov, ha permesso infatti a Boston di accumulare talento giovane e, allo stesso tempo, di fare strada ai playoff, acquisendo fiducia e credibilità.
L’estate appena trascorsa è stata quella della svolta. Alcuni dei principali artefici dell’incredibile corsa interrotta solo dai Cleveland Cavaliers in finale di Conference (Isaiah Thomas, Avery Bradley, Jae Crowder, Kelly Olynyk) sono stati lasciati andare, creando lo spazio per allestire un team pronto, finalmente, a fare il grande salto.
Al momento, i Celtics sono la squadra più ‘calda’ della lega. Dopo le due sconfitte iniziali, dovute anche allo shock per il terribile infortunio di Gordon Hayward, la truppa di Brad Stevens ha cambiato marcia, diventando pressoché inarrestabile: 14 vittorie consecutive, con l’ultima (in ordine di tempo) ai danni degli Warriors campioni in carica, e un entusiasmo che al TD Garden mancava da tempo.
Nonostante il roster sia composto in gran parte da volti nuovi, i biancoverdi stanno mostrando una grande solidità, soprattutto dal punto di vista difensivo, aspetto in cui primeggiano sull’intera NBA (98,04 punti degli avversari su 100 possessi, fonte Basketball Reference). Un fatto sorprendente, considerate le partenze di Bradley e Crowder, principali punti di riferimento difensivi nel 2016/17. Alla corte di Stevens sono però rimasti Marcus Smart e Al Horford, capaci – in pochissimo tempo – di trasmettere la loro attitudine ai nuovi arrivati.
L’attacco dei Celtics sorprende un po’ meno; senza un top scorer in squadra e con Hayward fuori servizio, le responsabilità sono ben distribuite. Il gioco corale orchestrato da Stevens fa sì che tutti siano importanti e si sentano coinvolti (vedere, per credere, l’impatto di giocatori come Aaron Baynes e Shane Larkin, le cui carriere sembravano sul punto di arenarsi). Allo stesso tempo, però, esalta il talento individuale. Ecco dunque Kyrie Irving incantare il pubblico con i suoi numeri da playground e diventare l’indiscusso ‘primo violino’ nei momenti decisivi, Smart e Horford dominare in difesa, Terry Rozier e Marcus Morris garantire il mattoncino mancante quando serve.
Le vere rivelazioni di questo avvio di 2017/18, però, sono i giovanissimi Jaylen Brown (21 anni) e Jayson Tatum (19). In fase di pronostico ci si interrogava sulla loro coesistenza e sulla compatibilità, essendo sulla carta due ‘ali piccole’, con il pari ruolo Hayward. L’inizio di stagione, però, ha spazzato via ogni dubbio. I due possono giocare insieme, e possono farlo anche molto bene. L’infortunio dell’ex Utah e le partenze dei già citati Bradley e Crowder ne hanno aumentato notevolmente le responsabilità, sia offensive che difensive. Responsabilità che i ragazzi stanno affrontando con una maturità stupefacente. Brown aveva già dimostrato l’anno scorso di poter marcare i più grandi attaccanti della lega (non a caso gli era stato affidato l’arduo compito di provare ad arginare LeBron James durante i playoff), ma in questa stagione sta salendo di livello anche in attacco, promettendo di diventare un grande two-way player. Sotto questo aspetto, lo spettacolo offerto nella sfida con gli Warriors rappresenta il miglior biglietto da visita. Per Tatum vale il discorso opposto; che fosse un attaccante micidiale si sapeva già dai tempi di Duke (anche se in pochi immaginavano che potesse fare così bene fin da subito in NBA), mentre la sua applicazione difensiva non era altrettanto scontata. Coach Stevens sta dando ai due giovani molto spazio ed estrema fiducia, e finora è stato ripagato egregiamente.
Un gruppo con ampi margini di miglioramento ma allo stesso tempo ottimamente organizzato, ricco di talento ma privo di un ego monopolizzante, guidato da un allenatore in rampa di lancio e da una dirigenza che sembra avere le idee ben chiare; ci sono tutti gli ingredienti affinché questi Celtics possano dare vita a un nuovo ciclo. Magari è ancora presto per detronizzare Golden State, o anche solo Cleveland in quanto padrona della Eastern Conference, ma a Boston si sta creando qualcosa di veramente speciale.
2 – Houston, avremo un problema?

Chris Paul (a sinistra), fresco di rientro, e James Harden
Se ad Est è il momento d’oro dei Celtics, nell’altra Conference si stanno particolarmente distinguendo gli Houston Rockets. Gli uomini di Mike D’Antoni girano a meraviglia, trascinati da un James Harden in versione MVP; 31,8 punti e 10,1 assist di media, con due triple-doppie e una memorabile gara da 56 punti contro gli Utah Jazz. Dovesse continuare di questo passo, il premio sarebbe suo di diritto. In un inizio di stagione da 12 vittorie e 4 sconfitte, i texani sono riusciti a battere, tra le altre, sia Golden State che Cleveland. Non sono solamente i risultati a far sorridere l’ex playmaker dell’Olimpia Milano, ma anche i netti miglioramenti rispetto ad una stagione comunque positiva come quella passata. L’attacco continua a produrre come pochi altri (secondo migliore della NBA, dietro solo a quello degli Warriors), ma è la difesa, un tempo tra le peggiori della lega, a stupire maggiormente; al momento i Rockets sono undicesimi per defensive rating, contro il diciottesimo posto del 2016/17.
Efficacia difensiva a parte, quelli che si sono visti finora sono i soliti, vecchi Rockets. Harden continua ad essere il motore della squadra. ‘Trotterella’ per il campo con il suo andamento unico e imprevedibile, cambiando di colpo passo per andare a canestro. Quando non penetra, ecco le triple improvvise, i fulminei scarichi per i tiratori o le illuminanti alzate per i lunghi. Le sue invenzioni stanno regalando una signora stagione a molti compagni, da Eric Gordon a Clint Capela. Insomma, esattamente ciò che accadeva lo scorso anno.
Se qualcuno se lo fosse perso, però, l’ultima estate ha portato una novità piuttosto significativa: veste la maglia numero 3 e risponde al nome di Chris Paul. L’ex leader di Hornets e Clippers ha avuto giusto il tempo di debuttare contro Golden State per poi fermarsi immediatamente a causa di un infortunio al ginocchio. Dopo un mese di stop, il suo rientro è avvenuto la scorsa notte, nella ‘passeggiata’ di Phoenix. Tra i vari spunti di conversazione degli scorsi mesi (sì, per gli appassionati NBA l’estate è infinitamente lunga…) c’era quello sulla presunta incompatibilità di due giocatori (Harden e Paul) abituati ad avere il controllo totale sulle operazioni offensive della loro squadra. I sostenitori del “sì” confidavano nell’estrema intelligenza tattica dei soggetti in questione, aggiungendo che CP3 sarebbe stato un ‘alter ego’ di lusso per il Barba nei momenti decisivi (vedi: fase avanzata dei playoff). Effettivamente, le preseason aveva mostrato una buona intesa fra i due, con un Paul ben disposto a lasciare il giusto spazio, in fase realizzativa, ad una macchina da punti come il numero 13. Dopo aver visto all’opera questi Rockets, così simili a quelli dell’anno scorso, nell’angolo di molti cervelli potrebbe però ripresentarsi un interrogativo: e se Chris Paul finisse per ‘rovinare il giocattolo’?
3- Flop City

Pessimo momento per i Los Angeles Clippers di Danilo Gallinari (#8), Blake Griffin (#32) e DeAndre Jordan (#6)
Per due squadre che vincono e convincono, ce n’è una che vince poco e convince ancora meno. Si tratta dei Los Angeles Clippers, partiti con buone aspettative (nonostante l’addio di Chris Paul) e finiti presto in un vortice di mediocrità assoluta. Quattro vittorie in altrettante partite per inaugurare la stagione, poi sette batoste negli otto incontri successivi, tra le quali un inglorioso -28 contro Golden State.
Certo, l’infortunio immediato di Milos Teodosic e quello più recente di Danilo Gallinari possono aver influito sull’andamento della squadra. Il primo è però un giocatore che, per quanto di eccezionale abbia mostrato in Europa, si potrebbe definire ‘di ripiego’, dopo l’addio del vecchio leader. Non certo l’uomo attorno al quale Doc Rivers pensava di costruire la franchigia. Per quanto riguarda il Gallo, principale rinforzo estivo, l’impressione è che non sia ancora stato inserito adeguatamente nei meccanismi offensivi. La sua bassa percentuale al tiro (3/13 e 4/14 alle prime due uscite, leggermente meglio in seguito) ha in parte contribuito, ma spesso è sembrato ai margini del gioco. Ecco, il gioco…
Vedere i Clippers non dà proprio lo stesso effetto che guardare Celtics e Rockets. Soprattutto senza Teodosic, la manovra è quasi esclusivamente incentrata sugli isolamenti e gli scarichi di Blake Griffin (buon inizio per lui, sul piano individuale), sul dominio nel pitturato di DeAndre Jordan e sulla vena realizzativa piuttosto discontinua degli esterni, Lou Williams su tutti. L’ex Houston è il massimo esponente di una second unit che, in parecchie occasioni, ha messo in campo un’energia nettamente superiore a quella dei titolari. Sempre in attesa di capire quali saranno i titolari, al rientro di Teodosic. Della potenziale varietà offensiva portata dai nuovi innesti, per ora, nemmeno l’ombra.
Male in attacco, malissimo in difesa (al momento la ventiquattresima su trenta per punti concessi agli avversari), nonostante l’arrivo di un ‘mastino’ come Patrick Beverley. Dall’assenza totale di organizzazione difensiva si capisce quanto siano importanti giocatori come Al Horford o Rudy Gobert (per non scomodare Kevin Garnett), autentici ‘registi’ nella propria metà campo. Tutta questa confusione getta ulteriori ombre sull’operato di Rivers, colui che doveva rendere grande quella che, per decenni, è stata “l’altra squadra di Los Angeles”. L’ultima off-season lo ha visto sollevato dagli incarichi dirigenziali, per potersi concentrare esclusivamente sul lavoro in panchina. Logico supporre che, qualora il trend negativo dovesse continuare, l’ex coach dei Celtics correrebbe rischi ben superiori.
Probabilmente servirà solo del tempo per far girare a dovere gli ingranaggi di una squadra in gran parte rinnovata, però questi Clippers trasmettono sensazioni molto negative. Il sospetto che l’era di ‘Lob City’, tanto spettacolare quanto inconcludente, sia stata il punto massimo raggiungibile nella storia della franchigia è sempre più forte.

