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Three Points – L’ora dei Rockets

Gli Houston Rockets si impadroniscono della lega: sarà il loro anno?

Nella settimana in cui Kobe Bryant conquista uno dei pochi trofei che non avrebbe mai immaginato di vincere, ovvero il Premio Oscar per il miglior cortometraggio (con “Dear Basketball”, scritto da lui e diretto da Glen Keane), la stagione NBA prosegue la sua marcia di avvicinamento ai playoff. Derrick Rose ha trovato un accordo con i Minnesota Timberwolves, a cui si unirà nella durissima rincorsa alla post-season. Damian Lillard e Anthony Davis, protagonisti della scorsa edizione di Three Points, continuano a incendiare le retine di tutta America e a trascinare le loro squadre ai piani alti della Western Conference. Piani alti, ma non altissimi, perché lì davanti, oltre ai soliti Golden State Warriors, c’è la squadra più calda della lega. Sono proprio gli Houston Rockets a guadagnarsi la copertina di oggi.

 

1 – L’ora dei Rockets

Chris Paul (a sinistra) e James Harden, i due leader degli Houston Rockets
Chris Paul (a sinistra) e James Harden, i due leader degli Houston Rockets

“James Harden ha giocato la sua miglior pallacanestro quando è stato investito del ruolo di playmaker. Affiancargli un giocatore con più o meno le stesse caratteristiche non sembra il massimo della logica. Eppure, se in Texas si è deciso di prendere questa strada, un motivo ci dovrà pur essere.”

Così scrivevamo, in fase di pronostici, alla vigilia della stagione 2017/18. La coesistenza tra James Harden e Chris Paul era stata fin da subito la principale perplessità attorno a cui ruotavano i giudizi sui nuovi Houston Rockets. Dopo appena una partita di regular season, CP3 si era dovuto fermare per infortunio. Senza di lui, i Rockets hanno viaggiato a meraviglia (12 vittorie, tra cui quelle contro Warriors e Cavs, e 4 sconfitte per aprire la regular season), esprimendo una pallacanestro molto simile a quella della stagione precedente. Ecco, allora, rispuntare qualche dubbio:

“Dopo aver visto all’opera questi Rockets, così simili a quelli dell’anno scorso, nell’angolo di molti cervelli potrebbe però ripresentarsi un interrogativo: e se Chris Paul finisse per ‘rovinare il giocattolo’?”

Facendo fast forward fino a marzo 2018, alcune delle nostre argomentazioni appaiono insensate (in fondo, è questo il vero motivo per cui seguire ogni singola stagione; non dare niente per scontato). Paul è rientrato, e da quel momento i Rockets sono definitivamente decollati. 14 vittorie consecutive tra novembre e dicembre, poi una settimana ‘storta’ (5 sconfitte in fila) per chiudere il 2017, quindi 9 gare vinte su 13, infine l’impressionante striscia di 17 successi consecutivi dell’ultimo periodo. Questa marcia inarrestabile ha permesso agli uomini di Mike D’Antoni di scavalcare Golden State in cima alla Western Conference (e alla NBA in generale).
L’ex leader dei Los Angeles Clippers sta giocando a livelli da All-Star (quale è sempre stato), ma ciò non sta comunque impedendo a Harden di disputare la sua miglior stagione in carriera. Non solo per i 31 punti di media (primo per distacco nella lega), frutto anche di nove gare oltre quota 40, quattro oltre quota 50 e di una storica tripla-doppia da 60 punti, 10 rimbalzi e 11 assist (il 30 gennaio contro Orlando). Il Barba dà l’impressione, quest’anno come non mai, di esercitare un controllo totale sulla NBA; indiscutibile guida tecnica della miglior squadra della lega, è in grado di elevare sensibilmente il livello dei compagni e di ridurre all’impotenza cestistica gli avversari (chiedere a Wesley Johnson dei Clippers, incolpevole vittima di una delle giocate-simbolo di questa stagione). Come se non bastasse, sta mostrando cenni di progresso anche in difesa… Insomma, il titolo di MVP è pronto per finire tra le sue mani.

Il fatto che anche Harden stia cercando di ‘sembrare’ un difensore mette ulteriormente in luce il magistrale lavoro di coach D’Antoni e dello stesso Chris Paul. Il primo, favoritissimo per un altro Coach Of The Year Award, è riuscito fin qui a sfruttare al meglio le caratteristiche di ogni giocatore. Il modo in cui orchestra i minuti in campo dei due leader è un capolavoro, ma anche la rivitalizzazione di giocatori come Eric Gordon e Gerald Green è un’impresa che va celebrata. Poi ci sarebbe il capitolo Clint Capela. Il centro ci ha messo molto del suo, ma il fatto che sia uno dei giocatori più migliorati della stagione, con cifre da superstar, non può prescindere dal contesto cucitogli su misura dall’allenatore.
Paul è stato invece la chiave di volta sia dal punto di vista difensivo che, soprattutto, mentale. Ha portato ai Rockets (e a James Harden in particolare) quello spirito combattivo e quella voglia di vincere che erano sempre mancati, nelle stagioni precedenti. L’unione di queste due grandi menti cestistiche ha dato il più esplosivo dei risultati; una squadra da titolo. Una volta archiviata quella che, con ogni probabilità, sarà la migliore regular season della sua storia (le 58 vittorie del 1993/94 sono a pochi passi), la franchigia texana sarà attesa alla durissima prova dei playoff. L’anno scorso, Harden e compagni si erano ‘sciolti’ sul più bello, arrendendosi a San Antonio al secondo turno. Quest’anno ci sono tutte le premesse per puntare almeno alle Conference Finals, magari in una serie da sogno contro gli Warriors. I ragazzi della Baia partirebbero comunque favoriti, viste le meraviglie mostrate negli ultimi anni. Alla luce delle previsioni – clamorosamente fallite – della vigilia, però, una domanda sarebbe meglio tenersela: e se fosse arrivata l’ora dei Rockets?

 

2 – Lakers, (less) Purple & (more) gold

Da sinistra, Lonzo Ball, Kyle Kuzma e Brandon Ingram, le tre giovani speranze dei Lakers
Da sinistra, Lonzo Ball, Kyle Kuzma e Brandon Ingram, le tre giovani speranze dei Lakers

Come chiedeva Penélope Cruz nello spot dell’acqua tonica, “What did you expect?”. Anche questa stagione, per i Los Angeles Lakers, si chiuderà a metà aprile, nonostante i proclami della vigilia. Era quantomeno illogico aspettarsi che la giovane truppa di Luke Walton potesse già inserirsi nella corsa ai playoff. Rispetto alle ultime, indecenti versioni, però, questi Lakers sono sempre meno purple e sempre più gold. In questo 2017/18 si è iniziata a intravedere una piccola luce in fondo a un lunghissimo tunnel. La notizia migliore è che questo flebile lumicino non è rappresentato esclusivamente dai possibili (ma assolutamente non certi) arrivi delle “due superstar” che mancano per tornare in alto, e che Magic Johnson si dice certo approderanno in California in estate. Anche senza LeBron James e Paul George, la franchigia sembra avere finalmente davanti un percorso da seguire.

Questa è stata la regular season che i gialloviola aspettavano da tempo, ovvero quella della effettiva transizione, dalle vergogne recenti all’inizio di un nuovo ciclo. Il draft 2017 è stato il primo, dopo tanti anni, ad aver portato giocatori in grado di dare fin da subito un contributo valido alla causa. Togliamoci subito il ‘dente’; Lonzo Ball non ha ancora dimostrato nulla. Non ha disputato una stagione tanto migliore, né tanto peggiore, rispetto a quella di altri rookie meno pubblicizzati. Nel suo anno di debutto ha offerto prestazioni pessime e altre ottime, con tutte le varie sfumature nel mezzo. Per ora non parliamo di un talento generazionale, ma nemmeno di un flop; semplicemente, si tratta di un rookie, per cui il suo reale valore si potrà capire solo tra qualche stagione. Così come il suo effettivo impatto su una squadra che, da qui alle prossime stagioni, verrà progressivamente (o radicalmente, a seconda delle intenzioni dei grandi free-agent) trasformata. Stesso discorso per Kyle Kuzma e Josh Hart, tra le rivelazioni di questa straordinaria classe. Come nel caso di Ball, entrambi hanno avuto picchi esaltanti (dicembre per Kuzma, febbraio per l’ex Villanova, poi infortunatosi) e periodi di brusco calo. Lo stesso andamento tenuto dalla squadra in una stagione partita malino, continuata malissimo (nove sconfitte consecutive – dodici in tredici gare – tra dicembre e gennaio) e proseguita con il netto crescendo di queste settimane (sei vittorie nelle ultime sette uscite).

Detto che giocatori pur positivi come Brook Lopez, Kentavious Caldwell-Pope o il ‘caso umano dell’anno’ Isaiah Thomas sono solamente di passaggio in maglia gialloviola, a dare i segnali più incoraggianti sono stati coloro che, fino a questo momento, erano stati l’incarnazione del concetto di “talento inespresso”: Brandon Ingram e Julius Randle. Per l’ex Duke, molto meno ‘timido’ rispetto alla sua stagione di debutto, valgono gli stessi principi relativi ai rookie, per cui è meglio non esagerare con le sentenze finché tutto non sarà più chiaro. Randle era uno dei simboli degli anni caotici che avevano accompagnato l’uscita di scena del neo-Premio Oscar. Chiamato con la quinta scelta assoluta al draft 2014, si era contraddistinto soprattutto per l’estrema discontinuità di rendimento. Su di lui c’era più di un dubbio, tanto che il numero 30 era pressoché certo di finire al centro di qualche scambio già a stagione in corso. Grazie alle sue prestazioni, finalmente più costanti, la dirigenza ha invece optato per soluzioni diverse, ‘sacrificando’ Larry Nance Jr. e Jordan Clarkson allo scopo ultimo di alleggerire il monte salari. Una scelta dettata anche (se non soprattutto) dai contratti più lunghi di questi ultimi (Randle sarà soggetto a qualifying offer a fine stagione), ma comunque una scelta chiara, lampante. Come quella che, la scorsa estate, aveva portato alla cessione di D’Angelo Russell.
Insomma, in casa gialloviola c’è finalmente l’ombra di un progetto. Anche qualora andasse a vuoto l’annunciato corteggiamento ai vari big, non sarebbe tutto da ricostruire per l’ennesima volta. E tutto ciò rappresenta un enorme passo avanti, per una franchigia che, fino a poco tempo fa, era allo sbaraglio totale.

 

3 – Wizards, è quasi magia

Bradley Beal, John Wall e Otto Porter
Bradley Beal, John Wall e Otto Porter

Passano le stagioni, ma gli Washington Wizards sono sempre lì, a un passo dal salto di qualità. Oggi li troviamo al quarto posto della Eastern Conference, con i Cleveland Cavaliers nel mirino, ma appare ancora difficile immaginare la truppa di Scott Brooks come una seria candidata alle NBA Finals. Dopo la sconfitta al secondo turno nell’epica serie contro Boston (quella di John Wall in piedi sul tavolo del referto, dopo la tripla vincente in gara-6), ci si aspettava la stagione della scossa, del passaggio da “buonissima squadra” a “contender”. Fino a questo momento, la trasformazione non è ancora avvenuta. Washington ha viaggiato costantemente attorno al 50% di vittorie, impantanata nella mischia selvaggia tra il terzo e l’ottavo posto a Est. Il momento di massima forma è arrivato tra gennaio e febbraio, con dieci vittorie in tredici partite. Prima e dopo, una cronica discontinuità di gioco e risultati.

Nella capitale la situazione continua ad essere poco chiara. L’assenza di John Wall, fermo da fine gennaio per un’operazione al ginocchio, ha confuso ulteriormente le acque in merito a quale sia la reale identità della squadra. Senza il loro leader, gli Wizards hanno vissuto il loro momento migliore. Non lo hanno fatto grazie ad un Bradley Beal da 40 punti a partita, come sarebbe stato facile immaginarsi. Al contrario: il secondo All-Star dei Maghi, seppur giunto alla stagione della consacrazione, ha addirittura visto calare la propria media realizzativa senza il compagno di backcourt. L’infortunio di Wall ha invece portato una mentalità nettamente più ‘corale’ alla squadra (salita al quinto posto nell’intera lega per media assist) e ha distribuito maggiormente le responsabilità offensive. I primi a beneficiarne sono stati Otto Porter e Kelly Oubre, entrambi alla miglior stagione delle loro giovanissime carriere, ma anche Tomas Satoransky, titolare al posto di Wall, ha sentitamente ringraziato. In questo 2017/18, il playmaker della Repubblica Ceca viaggia a 6.8 punti e, soprattutto, a 20.3 minuti di media, contro i 2.7 in 12.6 minuti del suo anno da rookie.

Gli Wizards sono migliori senza Wall, dunque? Piano con le conclusioni. Potrebbe anche essere che, un giorno, dirigenza e spogliatoio si accorgeranno che con un leader come lui non riusciranno ad arrivare da nessuna parte, ma fino a quel momento la squadra dipende totalmente dal numero 2. Un giocatore in grado di battere qualsiasi avversario dal palleggio, di arrivare spesso e volentieri al ferro e di segnare canestri pesanti (ma non troppo frequenti) dalla distanza rappresenta una risorsa imprescindibile per questa Washington. Con lui in campo sarà comunque difficile dare la caccia alle Finals, ma una serie playoff senza di lui avrebbe quasi il sapore di una condanna, per una squadra a cui manca sempre qualcosa affinché la magia si possa avverare.

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