Three Points – Luka conquista il West

Three Points – Luka conquista il West

Questa edizione di ‘Three Points’ è un viaggio tra i diversi volti del selvaggio West NBA. Quello sorridente di Luka Doncic, quello amareggiato di Gregg Popovich e quello perplesso di DeAndre Ayton. Tutti protagonisti, nel bene e nel male, degli ultimi sette giorni.
La settimana appena trascorsa ha visto le nomine di Giannis Antetokounmpo (abbastanza pronosticabile) e Tobias Harris (decisamente meno prevedibile) come Players Of The Month, ma è stata anche segnata dal licenziamento di Fred Hoiberg, rimpiazzato dall’assistente Jim Boylen. I Chicago Bulls sono stati martoriati dagli infortuni in questo avvio di stagione, e non partivano certo tra le big della Eastern Conference. L’arrendevolezza mostrata in campo, però, va in senso nettamente contrario alle aspettative di una franchigia ormai pronta per concludere la ricostruzione; inevitabile, dunque, cambiare qualcosa. A Philadelphia, il caso-Markelle Fultz si arricchisce di ulteriori sviluppi: alla prima scelta assoluta del draft 2017 è stata infatti diagnosticata una “sindrome dello stretto toracico superiore”, che la terrà ferma a tempo indeterminato. Da segnalare alcuni movimenti di mercato: Memphis ha riportato nella lega Joakim Noah, passato (nel giro di quattro stagioni) da candidato MVP a colossale ‘zavorra’, mentre Houston ha deciso di tagliare Danuel House, protagonista di cinque apparizioni tutt’altro che negative (8.4 punti in 21.2 minuti di media) con la maglia dei Rockets. Due giorni dopo, il giocatore è stato reinserito nel roster con un two-way-contract. A uscire peggio da questa bizzarra vicenda sono chiaramente i genitori di House: che nome è Danuel?? Daniel o Manuel erano troppo mainstream?

 

1 – Luka conquista il West

Luka Doncic (qui con Dennis Smith Jr., nel 'remake' di una vecchia foto con Nowitzki e Nash) ha già conquistato il pubblico di Dallas

Luka Doncic (qui con Dennis Smith Jr., nel ‘remake’ di una vecchia foto con Nowitzki e Nash) ha già conquistato il pubblico di Dallas

Nel 1999 usciva il quarto e ultimo capitolo della saga d’animazione sul topolino Fievel (dal secondo film, Fievel conquista il West, è preso il titolo di questo paragrafo). Nello stesso anno Luka Doncic, il protagonista del primo dei nostri ‘Three Points’, veniva al mondo a Lubiana. Sin dalla tenera età si è portato addosso la scomoda etichetta di enfant prodige, ma è riuscito a far ricredere uno scettico dopo l’altro. Precettato a soli tredici anni dal Real Madrid, con la maglia dei blancos ha vinto tutto quello che c’era da vincere, sia a livello di squadra, che individuale. Restava solo l’ultimo scoglio da affrontare: l’approdo nella NBA. A giudicare dal premio di Rookie Of The Month conferitogli di recente, sembra che l’atterraggio sia stato piuttosto morbido…

Le statistiche parlano di 18.1 punti in 32.6 minuti di media (entrambi record di squadra), ma non dicono nulla sull’effettivo impatto di Luka sui Dallas Mavericks. Quello che si vede in campo è un leader fatto e finito, sia a livello tecnico, che carismatico. I compagni si godono i suoi assist al bacio e i suoi canestri pesanti (come quello che ha messo in ghiaccio la sfida con Portland), il pubblico lo osanna ad ogni giocata spettacolare e la sua capacità di ricoprire almeno tre ruoli permette a coach Rick Carlisle di sbizzarrirsi con svariate soluzioni tattiche. Insomma, a Dallas è scoppiata la Luka Mania. Probabilmente (avverbio da sottolineare), Luka Doncic ha margini di miglioramento inferiori, rispetto ad altri prospetti del draft 2018, però il fatto che sia un veterano nel corpo di un diciannovenne lo rende il giocatore perfetto per questi Mavs. E’ per questo che non si devono biasimare le squadre che hanno deciso di ‘trascurare’ il probabilissimo Rookie Of The Year; inserirlo in una franchigia in piena ricostruzione come Phoenix, Sacramento o Atlanta sarebbe stato deleterio per Luka e insufficiente a permettere il salto di qualità a Suns, Kings o Hawks.
Doncic è arrivato a Dallas nel momento giusto: archiviati gli anni bui seguiti al titolo 2011, i texani sono pronti a tornare a farsi sentire nell’agguerrita Western Conference. Per farlo servono giocatori pronti da subito. Giocatori come Luka Doncic, quindi, ma anche giocatori come Harrison Barnes. Nelle scorse stagioni, l’ex ala degli Warriors non si è dimostrata in grado di reggere da sola il peso dell’attacco. Con le responsabilità ‘scaricate’ su Doncic e su Dennis Smith Jr., esplosiva point guard al secondo anno, Barnes può invece rendere al meglio, fino a risultare decisivo. Non a caso, il 2018/19 dei Mavs ha avuto una svolta positiva con il suo pieno recupero: partiti con sette sconfitte in nove gare, i texani ne hanno vinte nove delle successive dodici, battendo squadre come Thunder, Warriors, Celtics, Rockets e Clippers. A proposito di Clippers: il loro ex-centro, DeAndre Jordan, sta mostrando a tutti il motivo per cui Mark Cuban lo ha inseguito così a lungo; con 11.1 punti (e il 76% ai liberi, nettamente la miglior percentuale in carriera) e 13.5 rimbalzi di media, è un’autentica garanzia in prossimità dei tabelloni. Averlo messo a contratto per un anno si sta rivelando un grosso affare.

A parte il buon impatto del quintetto, la vera arma in più di questi Mavericks è la panchina, da cui escono inaspettati protagonisti; dai veterani J.J. Barea e Devin Harris ai sorprendenti Maxi Kleber, Dorian Finney-Smith e Dwight Powell. Tra poco dovrebbe anche rientrare Dirk Nowitzki, presumibilmente alla sua ultima stagione NBA. Una stagione che difficilmente verrà coronata dai playoff, per cui la concorrenza sembra troppo agguerrita. Con queste premesse, però, la leggenda vivente può stare tranquilla: il futuro dei Mavs è in ottime mani.

 

2 – Non tutto è più grande, in Texas

Gregg Popovich a colloquio con LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan

Gregg Popovich a colloquio con LaMarcus Aldridge (a sinistra) e DeMar DeRozan

Se lo sguardo fanciullesco di Luka Doncic rappresenta il lato felice del Texas cestistico, il volto rabbuiato di Gregg Popovich è la migliore testimonianza del momento attraversato dai San Antonio Spurs. Il record attuale, 11 vittorie e 14 sconfitte, dice poco: l’avvio di stagione di San Antonio è stato disastroso. Quattro di quelle sconfitte sono arrivate contro Phoenix, Sacramento, Orlando e Miami. Nell’ultima settimana ne sono arrivate tre con almeno 30 punti di scarto. In poche parole, gli Spurs sono irriconoscibili. Se l’attacco tutto sommato gira (grazie soprattutto alla grande produzione di DeMar DeRozan), è la difesa a far sorgere i maggiori dubbi sul fatto che si tratti della stessa franchigia capace, negli ultimi vent’anni, di vincere cinque titoli NBA e di qualificarsi sempre ai playoff. Al momento, il defensive rating nero-argento è il secondo peggiore della lega (113.4 punti concessi su 100 possessi), con quello dei Cleveland Cavaliers non troppo lontano (114.5).
In questo senso, dopo le partenze di Kawhi Leonard e Danny Green, perdere anche Dejounte Murray (fuori per tutta la stagione a causa di un infortunio al ginocchio) è stato davvero un brutto affare. Il ventiduenne di Seattle era uno dei giocatori su cui Popovich puntava maggiormente, sia per la spiccata attitudine difensiva, sia per la crescente abilità nel dettare il ritmo dell’attacco. Gli infortuni, che hanno colpito anche il rookie Lonnie Walker, l’emergente Derrick White e il veterano Pau Gasol, sono certamente un’attenuante, ma non fanno altro che mettere a nudo le innumerevoli carenze dell’organico. Nonostante gli addii di Tony Parker e Manu Ginobili, l’età media è ancora troppo alta; tra i giocatori con almeno 20 minuti di media, i soli DeRozan White e Bryn Forbes hanno meno di 30 anni. Gli altri elementi chiave (Patty Mills, Rudy Gay, Marco Belinelli, Dante Cunningham) sono certamente affidabili, ma il loro chilometraggio non li rende certo il supporting cast ideale per una squadra da titolo. Lo stesso LaMarcus Aldridge, che l’anno scorso aveva tenuto a galla la franchigia, viaggia verso le 34 primavere, e un minimo di ‘usura’ inizia a farsi sentire (18.3 punti di media, contro i 23.1 del 2017/18). Tra i giovani non infortunati, Jakob Poeltl sta faticando ad inserirsi nel nuovo contesto, mentre Davis Bertans, alla terza stagione in NBA, non ha ancora compiuto l’atteso salto di qualità.

In mezzo a questo mare di difficoltà, il ‘comandante’ Popovich appare sempre più frustrato e scoraggiato. Dalle lamentele sulla NBA moderna, a suo dire “troppo noiosa” per via dell’esasperazione del tiro da tre punti (poco importa che formazioni come gli Warriors e gli stessi Spurs, grazie anche alla loro abilità dall’arco, abbiano ampliato a dismisura la dimensione tattica del gioco), all’accusa di “poca leadership” mossa nei confronti di Kawhi Leonard. La diatriba è stata velocemente liquidata dal rimpianto ex, il cui tormentato addio rappresenta una ferita difficile da rimarginare, ma tutto ciò è distante anni luce dallo ‘stile Spurs’, diventato negli anni un modello da imitare. Forse il più grande allenatore in attività ne ha davvero abbastanza, forse questa NBA non è più fatta per lui, e lui non è più fatto per questa NBA. Probabilmente, dal prossimo giugno deciderà di concentrarsi esclusivamente sulla nuova avventura alla guida di Team USA (quando, stiamone certi, non ripudierà affatto i fenomenali tiratori a sua disposizione). Sta di fatto che, all’ombra dell’Alamo, i fasti dell’era-Tim Duncan non sono mai sembrati così lontani.

 

3 – Black Hole Suns

DeAndre Ayton (a sinistra) e Devin Booker, giovani speranze dei Suns

DeAndre Ayton (a sinistra) e Devin Booker, giovani speranze dei Suns

Dopo quasi due mesi di regular season, la Western Conference è più equilibrata e aperta che mai. Con una differenza di 6.5 vittorie tra la prima e la quattordicesima posizione, l’obiettivo playoff, per il momento, rimane alla portata di tuti. O meglio, quasi tutti; in mezzo a tutta questa incertezza, infatti, i Phoenix Suns fanno schifo come e più di prima. 21 sconfitte su 25 partite disputate, peggior differenziale punti fatti/subiti della lega, terzultimi sia per offensive che per defensive rating. Il primo quarto delle ultime due gare spiega meglio la situazione: 36-9 – in trasferta – per i Kings, 34-9 (comunque un miglioramento difensivo!) per i Blazers a Portland. Un vero e proprio ‘buco nero’, nel deserto dell’Arizona.
Le aspettative della vigilia non vedevano certo gli uomini di Igor Kokoskov tra i favoriti per il titolo, e nemmeno per un piazzamento ai playoff. Però questo 2018/19 sta andando oltre le peggiori previsioni. Prima il licenziamento del general manager Ryan McDonough (reo di non aver saputo completare il roster con un playmaker di livello accettabile), avvenuto una settimana prima del via, poi la raffica di umiliazioni sul campo, quindi i continui infortuni di Devin Booker. Il sostituto di McDonough, James Jones (che ricopre anche il ruolo di vice presidente, senza che lo staff del vecchio GM sia stato rimpiazzato), dopo aver di fatto ‘regalato’ Tyson Chandler a LeBron James (forse una piccola contropartita per i tre anelli che il Re ha regalato a lui, tra Miami e Cleveland), ha tagliato Isaiah Canaan, una delle pochissime point guard in organico. Ora si prepara a lasciare liberi – senza quindi ricevere contropartite – anche Trevor Ariza e Ryan Anderson, presentati come ‘grandi rinforzi’ solo due mesi fa.

L’aspetto peggiore dell’ennesima stagione miserabile è che le giovani promesse tardano a sbocciare. Quando il fisico gli ha dato tregua, Booker ha regalato qualche fiammata del suo debordante talento, ma non ha ancora mostrato un significativo passo avanti, rispetto alle prime tre stagioni; anzi, la sua media punti è in leggero calo (23.5 contro i 24.9 del 2017/18, altra annata compromessa dagli infortuni). Anche Josh Jackson, ogni tanto, mostra sprazzi dell’eccellente two-way-player che potrebbe diventare, ma al momento il suo impatto è tutt’altro che consistente. Con Dragan Bender ormai destinato al ritorno in Europa e Marquese Chriss spedito senza rimpianti a Houston, le altre giovani speranze si chiamano Mikal Bridges, Elie Okobo e De’Anthony Melton, tre rookie che la dirigenza (?) è pronta a cedere immediatamente per portare a Phoenix un grande nome (John Wall?).
Un contesto del genere non è certo l’ideale per l’approdo in NBA di DeAndre Ayton, prima scelta assoluta al draft 2018. Il centro bahamense sta facendo registrare ottimi numeri, per una matricola (15.8 punti e 10.1 rimbalzi di media), ma gli inesistenti progressi difensivi e l’eccessiva ‘morbidezza’, oltre che limiti tecnici, sono segnali tipici dell’inadeguatezza dell’ambiente circostante.
Con tali premesse e prospettive, meglio pensare alla prossima estate che, per forza di cose, dovrà rappresentare il punto di svolta. A tal proposito, tutto ruoterà intorno alla draft lottery del 14 maggio. Nel migliore dei casi, la sorte porterà Zion Williamson o R.J. Barrett, e di colpo il sole (o meglio, le luci dei riflettori) si riaccenderà su Phoenix. Qualora il ‘buco nero’ dovesse persistere, invece, l’unico stravolgimento rimasto da fare sarebbe quello più pesante: cambiare proprietà.

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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