Home NBA, National Basketball AssociationNBA in EvidenzaThree Points – Toronto, una finale lunga 25 anni

Three Points – Toronto, una finale lunga 25 anni

di Stefano Belli

Ci siamo. Toronto Raptors e Golden State Warriors sono pronte per scendere in campo; è giunta l’ora delle NBA Finals! Per molti appassionati, i giorni che precedono la serie in cui tutto si decide sono carichi di emozioni contrastanti; la trepidante attesa per assistere alla storia in movimento e la genuina preoccupazione su come arrivare integri a sera (dopo la levataccia notturna), l’impazienza di sapere chi si metterà l’anello al dito e la malinconia per una stagione che sta per finire, con il Grande Circo NBA che chiuderà per quattro interminabili mesi. In quanto a noi, queste ore di attesa sono il momento ideale per fare il punto della situazione dopo le finali di Conference. E’ dunque il momento per una nuova edizione di ‘Three Points’. E allora, facciamo come i Cavalieri di Rohan… Andiamo a nord!

 

1 – Toronto, una finale lunga 25 anni

Kyle Lowry, Vince Carter, DeMar DeRozan e Chirs Bosh, simboli dei Toronto Raptors negli ultimi 25 anni

Kyle Lowry, Vince Carter, DeMar DeRozan e Chirs Bosh, simboli dei Toronto Raptors negli ultimi 25 anni

Ebbene sì, i Toronto Raptors sono in finale NBA. A partire da giovedì notte, contenderanno il Larry O’Brien Trophy ai grandi Golden State Warriors. L’approdo dei canadesi all’ultimo atto della stagione 2018/19 non è un evento del tutto impronosticabile alla vigilia, visto il sostanziale equilibrio creato dalla partenza verso ovest di LeBron James. Vista la caratura degli avversari, è oltretutto probabile che il titolo 2019 finisca sulla Baia, a fare compagnia a quelli del 2015, 2017 e 2018. Ciò non toglie che la squadra di Nick Nurse abbia compiuto un’impresa storica, che verrà celebrata a lungo anche in caso di sconfitta. Per i Raptors, ma anche per Toronto e per l’intero Canada, è la prima finale NBA. Una finale lunga oltre 25 anni.

Era la fine del 1993 quando la NBA annunciò la sua espansione oltreconfine. Dalla stagione 1995/96, Toronto Raptors e Vancouver Grizzlies sarebbero state la ventisettesima e ventottesima franchigia della lega di David Stern. Portare il basket professionistico nella terra dell’hockey non fu un’operazione semplice. La dimostrazione di come il confine tra successo e flop colossale fosse molto sottile fu l’opposto destino delle due formazioni: i Grizzlies, dopo sei terribili stagioni, si trasferirono a Memphis, mentre i Raptors divennero una delle squadre più amate dell’intera NBA. A fare la differenza in favore di Toronto fu principalmente un giocatore: Vince Carter. La guardia da North Carolina infiammò la città con le sue incredibili schiacciate, dimostrandosi poi una superstar NBA a tutto tondo. Insieme al lontano cugino Tracy McGrady e a giocatori come Marcus Camby, Doug Christie, Antonio Davis e Charles Oakley, trascinò i Raptors ai loro primi playoff nel 2000, anno in cui Carter vinse il leggendario Slam Dunk Contest di Oakland. In quegli anni, le maglie bianco-viola erano indossate dai ragazzi di tutto il mondo.
Nel 2004, però, ‘Vincredible’ lasciò tra mille polemiche il Canada, firmando per i New Jersey Nets. Il pesantissimo testimone fu raccolto da Chris Bosh, che si impose come uomo-franchigia disputando cinque All-Star Game e guidando Toronto alla post-season sia nel 2007 che l’anno successivo. La dirigenza non riuscì mai a costruirgli attorno un roster competitivo, così Bosh, nel 2010, decise di seguire LeBron James a Miami. L’ennesimo vuoto fu colmato da DeMar DeRozan. Scelto con la nona chiamata assoluta al draft 2009, cinque anni più tardi conquistò il primo di (finora) quattro All-Star Game e riportò i canadesi ai playoff. Con il provvidenziale aiuto di Kyle Lowry, fece raggiungere a Toronto le finali della Eastern Conference nel 2016. La sensazione che quello potesse rappresentare il massimo traguardo possibile per i Raptors fu confermata anche nelle stagioni successive, quando LeBron e dei suoi Cleveland Cavaliers si rivelarono un ostacolo insormontabile. Nell’estate del 2018 DeRozan, miglior realizzatore nella storia della franchigia, fu ceduto ai San Antonio Spurs nella trade che portò a Toronto Kawhi Leonard, giunto all’ultimo anno di contratto. Quella che all’inizio sembrava una scommessa azzardata ha ripagato tifosi e dirigenza con un traguardo storico, che oltretutto rende decisamente meno scontato (o comunque meno semplice) l’addio della nuova stella a fine stagione.

Alla luce delle Finals appena conquistate, in molti hanno sparato sentenze del tipo: “Leonard sì che è un vincente, altro che DeRozan, Bosh e Carter”. Senza dubbio, le impressionanti prestazioni del numero 2 sono state determinanti per allontanare i vecchi fantasmi. Quelle del 2019 saranno le Finals di Leonard e di Lowry (uno che, fino a poche settimane fa, veniva etichettato come ‘finito’), di Marc Gasol e di Pascal Siakam, di Serge Ibaka e Fred VanVleet. Ma in casi come questo non bisogna temere la retorica. Questa sarà anche la finale di Vince Carter, Chris Bosh, DeMar DeRozan e di tutti quei giocatori, allenatori e dirigenti che, in questi venticinque, lunghi anni, hanno permesso a Toronto e al Canada di continuare a inseguire quello che sembrava un sogno irrealizzabile: giocare per l’anello.

 

2 – Il futuro è di Milwaukee, ma…

Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo

Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo

L’ultimo ostacolo lasciato da Toronto sulla strada per le Finals sono stati i Milwaukee Bucks. Fino a gara-2 delle finali di Conference, quella di Mike Budenholzer è stata per distacco la migliore squadra NBA 2018/19. Dopo aver chiuso con il miglior record la regular season, i Bucks si sono facilmente sbarazzati sia dei Detroit Pistons che dei favoritissimi (alla vigilia) Boston Celtics. Se gara-1 contro i Raptors è stata combattuta fino alla fine, la seconda partita, dominata in lungo e in largo, sembrava una lampante dimostrazione di forza. Una volta varcato il confine canadese, però, Milwaukee è ‘evaporata’. Toronto ha ottenuto quattro vittorie consecutive di pura cattiveria. Quella cattiveria che si accumula dopo anni di delusioni e sogni infranti, quella cattiveria che i Bucks non possono ancora avere.

Nel Wisconsin c’è profonda amarezza ma, a mente fredda, ci sarà più di un motivo per essere ottimisti. Del resto, questi erano i primi playoff dei Bucks in versione contender, e anche i primi di Giannis Antetokounmpo versione MVP. Il primo atto della serie contro Boston e la fine di quella contro Toronto hanno esposto i limiti del fenomeno greco-nigeriano; devastante in campo aperto, tutto da formare con la difesa schierata. Ma parliamo pur sempre di un ragazzo entrato in NBA da perfetto sconosciuto e migliorato esponenzialmente anno dopo anno, fino a minacciare di imporsi come nuovo volto della lega; è davvero così saggio scommettere già contro di lui?
Il vero problema di Milwaukee è la situazione contrattuale che, tra poche settimane, obbligherà la dirigenza a scelte piuttosto delicate. Giocatori come Khris Middleton, Malcolm Brogdon e Brook Lopez, tutti fondamentali in questa grande corsa e tutti in scadenza, dovranno essere rifirmati a cifre ben diverse da quelle attuali (Middleton 13, Brogdon 1,5 e Lopez 3,4 milioni di dollari percepiti nel 2018/19). Per fare l’ultimo passo verso il titolo sarà sufficiente ricoprire d’oro i vecchi protagonisti (scelta storicamente pericolosa), oppure sarà necessario qualche importante cambiamento? Vale ancora la pena scommettere su Nikola Mirotic, arrivato come il migliore acquisto della trade deadline e finito a marcire in panchina a Toronto? E se l’estensione contrattuale di Eric Bledsoe (finalizzata a stagione in corso) fosse stata una mossa troppo azzardata?
Dopo aver assaggiato la grandezza, i Bucks si trovano forse al bivio più importante della loro storia recente. Il paradiso è a pochi passi ma, per raggiungerlo, dovranno stare molto attenti a non inciampare.

 

3 – Portland, meglio di così non si poteva (e forse non si potrà)

Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e Terry Stotts

Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e Terry Stotts

Mentre Toronto e Milwaukee si davano battaglia a Est, nell’altra Conference i giochi erano decisi da un pezzo. I Golden State Warriors hanno infatti spazzato via i Portland Trail Blazers con un secco 4-0. Ci sono riusciti nonostante l’assenza di Kevin Durant, DeMarcus Cousins e, in gara-4, Andre Iguodala. Ci sono riusciti malgrado la doppia cifra di svantaggio raggiunta in tre delle quattro partite della serie. Tutto ciò denota una differenza abissale tra le due squadre, ma non toglie nulla a quanto fatto dai Blazers fino a quel momento. Portland arrivava dallo scottante 0-4 con cui era stata eliminata dai New Orleans Pelicans al primo turno 2018. Un ottimo finale di regular season aveva permesso agli uomini di Terry Stotts di chiudere al terzo posto la Western Conference, ma il terribile infortunio di Jusuf Nurkic sembrava aver compromesso in partenza la corsa playoff. Invece i Blazers hanno abbattuto un ostacolo dopo l’altro con determinazione, rabbia e organizzazione. La serie contro Oklahoma City è stata marchiata a fuoco da Damian Lillard, che ha mandato a casa i pur positivi Thunder a suon di prestazioni mostruose, culminate con la leggendaria gara-5 da 50 punti e game winner. Da lì in avanti, ‘Dame’ non ha più ripetuto quegli exploit realizzativi, ma è stato fondamentale per mettere in ritmo i compagni che, a turno, si sono presi il palcoscenico. Ecco dunque C.J. McCollum decidere gara-7 contro Denver con una prova da superstar, ma anche giocatori come Enes Kanter, Rodney Hood, Evan Turner, Zach Collins, Meyers Leonard e Seth Curry fare da inattesi protagonisti contro i Nuggets prima e contro gli Warriors poi.

Le rimonte subite alle finali di Conference hanno mostrato chiaramente come Portland, dopo aver battagliato per tutta la stagione, fosse a corto di benzina. Oltretutto, Golden State si presentava galvanizzata dall’epica gara-6 di Houston, vinta con Kevin Durant ai box e con Stephen Curry in versione ‘fantasma’ nel primo tempo. Contro questi Warriors, fare di più non era realisticamente possibile. Il problema è che, con ogni probabilità, più avanti di così non si riuscirà ad arrivare nemmeno in futuro. E’ vero, Portland in questi playoff ha dimostrato di non essere solo Lillard & McCollum, però i margini di miglioramento del gruppo sembrano troppo limitati per trasformarlo in una credibile contender. In attesa di capire come rientrerà dal lungo stop Nurkic, il solo giocatore con reali prospettive di crescita è Collins, non ancora ventiduenne. Gli altri protagonisti di questa ottima stagione sono veterani che difficilmente si evolveranno in qualcosa di più che buoni elementi da rotazione e molti di loro (Kanter, Hood, Curry, Jake Layman e Al-Farouq Aminu) sono in scadenza di contratto. A meno che non arrivi qualche grosso free-agent (che a Portland sarebbe come la Cometa di Halley) o che non vengano imbastite trade importanti (ma gli asset a disposizione non sono moltissimi), la sensazione è che questo viaggio alle Conference Finals resterà un dolce e irripetibile ricordo di una calda notte di primavera.

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