La corsa ai playoff è ufficialmente iniziata. Archiviata la pausa per l’All-Star Game, la NBA è entrata nella fase più calda della regular season. Negli ultimi giorni è salita alla ribalta, suo malgrado, anche la NCAA, la lega collegiale americana, al centro dell’ennesimo scandalo sul reclutamento illegale (questa volta con protagonisti gli Arizona Wildcats e DeAndre Ayton, possibile prima scelta assoluta al prossimo draft). Sul fatto che i vertici di un’associazione che, da sempre, lucra sulle spalle di ragazzini non remunerati (ma comunque nettamente privilegiati, rispetto ai normali studenti) vadano rivoluzionati non ci piove; è anche vero, però, che il college basketball rappresenta qualcosa di sacro per gli statunitensi. Uniformarlo alle regole del professionismo potrebbe non riscuotere troppi consensi…
Tornando al mondo NBA, la settimana appena trascorsa ha portato un raggio di sole in casa Spurs. Kawhi Leonard ha infatti deciso di smentire (per vie traverse) le voci su un suo presunto stop per tutta la stagione; stando ai nuovi sviluppi, potrebbe addirittura rientrare in campo settimana prossima. Il mistero si infittisce…
Brutte notizie, invece, per Mirza Teletovic, la cui carriera sembrerebbe a forte rischio per un problema ai polmoni. Non è a rischio quella di Josh Hart, che dovrà operarsi per un frattura alla mano. Sarà comunque un peccato non vedere più in azione una delle note più liete della stagione dei Los Angeles Lakers (che hanno appena tagliato Corey Brewer, prontamente ingaggiato da OKC). Come ogni venerdì, concentriamoci però sui tre argomenti che hanno maggiormente attirato la nostra attenzione negli ultimi giorni; è il momento di una nuova edizione di ‘Three Points’!
1 – Davis & Lillard: destini paralleli

Anthony Davis e Damian Lillard, grandi solisti in contesti mediocri
Nell’esercito di fenomeni che grazia ogni notte i parquet NBA ci sono due giocatori che, nell’ultimo periodo, hanno conquistato di prepotenza il centro del palcoscenico. Il primo si chiama Anthony Davis. Già protagonista di una stagione di altissimo livello (28.1 punti e 11.1 rimbalzi di media), il numero 23 dei New Orleans Pelicans ha scalato ulteriormente le marce dopo che il suo ‘partner in crime’ DeMarcus Cousins è stato messo definitivamente fuori causa da un grave infortunio al tendine d’Achille. Dal 26 gennaio ad oggi, Davis viaggia a 32.9 punti, 13.1 rimbalzi e 2.6 stoppate a sera, su quasi 38 minuti di impiego. Cinque volte oltre quota 40, tutte con almeno 10 rimbalzi, il ‘Monociglio’ ha impreziosito il suo momento di grazia con una performance mostruosa contro Phoenix: 53 punti, 18 rimbalzi e 5 stoppate. La successiva vittoria contro gli Spurs è stata la settima consecutiva per dei Pelicans le cui ambizioni playoff sono sempre più legittime, anche se purtroppo limitate. Soprattutto senza Cousins, che in Louisiana aveva trovato la consacrazione. Un Jrue Holiday alla miglior stagione in carriera (19.2 punti di media, superiore anche al suo 2012/13 da All-Star a Philadelphia), un Rajon Rondo sempre speciale, ma lontano anni luce dai tempi belli, un Nikola Mirotic mai esploso e un gruppo di pur onesti mestieranti (capitanato dall’ottimo E’Twaun Moore) sembrano un ‘supporting cast’ decisamente povero per impensierire la Golden State o la Houston di turno. Oltretutto, ‘Boogie’ è in scadenza di contratto, per cui anche le prospettive future di NOLA sono tutte da definire.
Il secondo uomo-copertina risponde al nome di Damian Lillard. Le cifre stagionali del lìder maximo dei Portland Trail Blazers (26.5 punti, 4.6 rimbalzi e 6.5 assist) non sono nemmeno paragonabili a quelle di Davis, giocatore dalle caratteristiche estremamente diverse. Come il fenomeno dei Pelicans, però, ha notevolmente innalzato il suo livello di gioco in quest’ultimo periodo. A febbraio la sua media punti è schizzata a 31.4, con le gemme dei 44 rifilati agli Warriors (14 febbraio), dei 40 contro i ‘soliti’ Suns (24 febbraio) e dei 50 – in soli 29 minuti – con cui i Blazers hanno spazzato via dal campo i Sacramento Kings (9 febbraio). Soprattutto, in una stagione che gli è valsa il terzo All-Star Game in carriera (a cui vanno aggiunte le criticatissime esclusioni del 2016 e 2017), Lillard sta confermando di possedere due doti che, fin dal suo debutto, lo hanno reso un giocatore unico, persino in una galassia così ricca di stelle. Innanzitutto la micidiale puntualità con cui si presenta al ‘Dame Time’, ovvero il momento in cui le partite si decidono. La vittoria contro Phoenix è il manifesto ideale di come ‘Dame D.O.L.L.A.’ (questo il suo nome d’arte in versione rapper) sia uno dei più grandi ‘clutch players’ della storia recente: 19 dei suoi 40 punti sono arrivati nell’ultimo quarto, e tra questi c’è il canestro, a 0.9 secondi dal termine, che ha deciso l’incontro. Nel corso della stagione, Lillard aveva già messo la firma sulla vittoria a fil di sirena contro i Los Angeles Lakers (2 novembre), ottenuta grazie a un pazzesca tripla in faccia a Brandon Ingram. Quello sui Suns è l’ottavo game winner di una carriera che, in passato, lo aveva visto decidere anche una serie playoff, con un tiro entrato di diritto nella storia.
L’altra peculiarità nel numero 0 (che in realtà sarebbe la “O” di Oakland, sua città natale) è l’innata leadership, grazie alla quale ha preso pieno controllo della franchigia fin dalla sua stagione da rookie. Come nel caso di Davis, però, anche per Lillard le aspettative playoff non possono – razionalmente – andare oltre il secondo turno (raggiunto sia nel 2014, dopo la prodezza contro i Rockets, che nel 2016). Portland è una buonissima squadra (attualmente è quarta a Ovest, reduce da cinque successi filati), ma è ben lontana dai ‘top team’ della Western Conference. Il solo C.J. McCollum, tanto straordinario nei suoi picchi di forma, quanto incostante, non può bastare per tener testa all’agguerrita concorrenza. Jusuf Nurkic è stato un ottimo innesto, ma non somiglia nemmeno lontanamente al ‘terzo violino’ di una squadra da finale di Conference. Il maggiore problema, come a New Orleans, è la scarsa profondità del roster, determinata in questo caso da una serie di errori dirigenziali che hanno intasato il salary cap.
Due destini paralleli, quelli di Anthony Davis e Damian Lillard. Sin dal draft 2012, quando l’ala da Kentucky fu la prima scelta assoluta e la point guard da Weber State venne chiamata per sesta. Dopo una stagione da rookie difficile per Davis (anche per via di numerosi infortuni) e gloriosa per Lillard (Rookie Of The Year all’unanimità), le due strade sono andate di pari passo. Talento sconfinato per il primo, leadership e tempismo per il secondo, entrambi indiscutibili uomini-franchigia di squadre apparentemente destinate alla mediocrità eterna.
E se un giorno, per caso, le loro strade finissero per incrociarsi? Prima o poi, ai due fuoriclasse potrebbe venir voglia di cambiare aria (entrambi hanno contratti lunghi, ma potrebbero comunque chiedere una trade, come ha fatto Kyrie Irving a Cleveland), per dare la caccia a un traguardo importante. Forse sarebbe l’unica maniera per evitare quello che, altrimenti, sarebbe un enorme spreco di talento.
2 – The Zaza Rules

Zaza Pachulia ‘crolla’ sulla gamba di Russell Westbrook durante Thunder – Warriors
A cavallo tra gli Anni ’80 e ’90, i Detroit Pistons in versione ‘Bad Boys’ architettarono una strategia tanto semplice quanto efficace per tentare di arginare lo strapotere di Michael Jordan; togliergli il respiro, aggredirlo, picchiarlo, fargli male se necessario. Questo insieme di ‘regole’, ribattezzate per l’appunto ‘Jordan Rules’, contribuirono a rendere quella squadra, guidata in campo da Isiah Thomas e in panchina da Chuck Daly, la più odiata della storia NBA.
Qualche decennio più tardi, una versione ‘rivisitata’ delle Jordan Rules è tornata al centro delle discussioni. In questo caso è un solo giocatore, Zaza Pachulia, a ‘terrorizzare’ l’intera lega con una serie di azioni che definire ‘gioco sporco’ sarebbe piuttosto riduttivo. Il centro dei Golden State Warriors è a tutti gli effetti il protagonista della settimana appena trascorsa, ma non per gli stessi motivi di Davis e Lillard…
Durante l’incontro della Oracle Arena tra Warriors e Thunder, Pachulia è letteralmente ‘franato’ sulla gamba di Russell Westbrook, rischiando di infortunarlo seriamente. Nel post-partita, sia il numero 0 di OKC che i suoi compagni (in primis Paul George), non hanno avuto dubbi nel definire “intenzionale” la caduta, che, a detta loro, si sarebbe potuta benissimo evitare. Dalla loro parte si è schierato Kyrie Irving il quale, attraverso Instagram, ha suggerito alla lega di tenere d’occhio i comportamenti del georgiano. A difesa di Zaza è arrivato invece il compagno Kevin Durant, che lo ha definito “semplicemente maldestro”. Per quanto comprensibile il punto di vista di KD (a cui una caduta, in quel caso certamente involontaria, di Pachulia era costata un brutto infortunio nella scorsa regular season), ci sono troppi elementi che portano a concordare con gli accusatori. Innanzitutto, il famigerato intervento su Kawhi Leonard durante le scorse finali di Conference. Di fatto, quell’entrata scomposta e visibilmente non necessaria (anche allora fu definita “involontaria”) è costata due stagioni ai San Antonio Spurs (anche se va sottolineato, per onestà intellettuale, come gli Warriors fossero effettivamente superiori alla banda-Popovich). Se quello rimane l’episodio più famoso, ci sono numerosi precedenti (documentati da diversi video) che non lasciano dubbi: le ‘Zaza Rules’ non sono un’invenzione.
Per il momento la NBA, interpellata a riguardo, ha deciso di non infliggere alcuna sanzione nei confronti del giocatore. E’ chiaro, però, come questi atti, che vanno ben oltre il ‘trash talking’ o il gioco duro (pratiche usuali a qualsiasi livello), siano una grossa minaccia per gli interessi di molti. Delle altre franchigie, che rischiano di perdere giocatori importanti; della lega, che senza le superstar avversarie vedrebbe un brusco calo di competitività, quindi di spettacolo (come successo nella serie tra Golden State e San Antonio); ma anche degli stessi Warriors. Perché mai una squadra che sta innalzando sempre di più il concetto di ‘perfezione’ dovrebbe assumere l’immagine di ‘Bad Boys 2.0’? Facile ipotizzare che sulle azioni di Pachulia, così come sugli eccessi di nervosismo più volte mostrati dai vari Draymond Green e Kevin Durant, siano già state aperte discussioni interne alla franchigia.
3 – Orfani del capobranco

Jimmy Butler starà fermo dalle 6 alle 8 settimane per un infortunio al ginocchio
Una stagione fin qui martoriata da gravi infortuni (Hayward, Porzingis e Cousins i nomi più illustri, ma l’elenco è lunghissimo) ha mietuto un’altra vittima. Per Jimmy Butler, fortunatamente, non si tratta di un guaio serio come quelli dei colleghi sopracitati. L’operazione al menisco, necessaria dopo una brutta caduta contro i Rockets, lo costringerà però ai box per circa un mese e mezzo. Esattamente il tempo che manca alla fine della regular season. Una bruttissima tegola per i Minnesota Timberwolves, che dovranno fare a meno del loro ‘capobranco’ nella selvaggia rincorsa ai playoff.
Butler, arrivato in estate (via trade) da Chicago, ha trasformato una squadra storicamente perdente nella terza forza della Western Conference. Ha colmato in un solo colpo le due principali carenze degli uomini di coach Tom Thibodeau: difesa e leadership. Qualità completamente assenti in quelli che, secondo i piani, dovrebbero essere i veri uomini-franchigia, ovvero Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. Il primo, dopo la straordinaria stagione da rookie, ha continuato a dominare in attacco, tanto da guadagnarsi la prima convocazione ad un All-Star Game. Impegno in difesa e atteggiamento, però, sembrano ancora incompatibili con le esigenze di Thibodeau, che non gli ha mai lesinato ‘cazziatoni’ epici (memorabile la sfuriata contro i Clippers, dopo una banale palla persa in un momento decisivo). Anche Wiggins, sempre accompagnato dalle enormi aspettative degli esordi (“Il LeBron canadese” e “Maple Jordan” sono solo alcune delle definizioni coniate per lui ai tempi del college), non ha ancora fatto il tanto atteso salto di qualità. Anche qui, come nel caso di KAT, le doti tecniche e atletiche sono sotto gli occhi di tutti. Come il compagno, però, il canadese pecca gravemente in quanto a intensità, specialmente in fase difensiva. Se aggiungiamo che la sua innata vena realizzativa a volte si eclissa e che le sue cifre sono state parecchio ridimensionate dall’arrivo di Butler, troviamo la spiegazione delle difficoltà del ragazzo, a cui sono piovute addosso le prime critiche da parte della stampa di Minneapolis (dettate anche dal sontuoso rinnovo contrattuale della scorsa estate).
Towns e Wiggins hanno dovuto aspettare ‘Jimmy G. Buckets’ per sentire per la prima volta il profumo della post-season. Senza il loro vero leader, però, quel profumo potrebbe improvvisamente dissolversi. Con Warriors e Rockets impegnate su vette irraggiungibili, per gli altri piazzamenti ad Ovest c’è una bagarre degna del MotoGP. Al momento, Wolves (terzi) e Jazz (decimi) sono separati da sole cinque vittorie. Ciò significa che basterebbe un breve periodo di calo per vedersi scavalcare dal resto del gruppo. Un banco di prova durissimo, che però sarà per Minnie e per i suoi giovani talenti l’occasione giusta per capire il loro reale valore. Cosa troveremo ad aprile, una potenziale outsider per la corsa al titolo o l’ennesima incompiuta?

