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NBA Playoffs Analysis: le chiavi del successo degli Spurs

di Alberto Vairo

La squadra migliore ha vinto. E’ una verità dura da digerire per gli Oklahoma City Thunder, ma è così. Gli Spurs sono stati superiori. Anche con Serge Ibaka in campo. Anche con Tony Parker fuori per tutto il secondo tempo ed il supplementare di gara-6. San Antonio ha risposto da grande squadra alla perdita del primo terminale offensivo. Ha dato una risposta DI squadra, quello che, almeno per oggi, i Thunder ancora non sono. Una squadra completa che non debba sempre pensare che il Westbrook o il Durant di turno risolvano le situazioni. Una squadra che tolga pressione dai due principali leader e che costringa le difese avversarie a concentrarsi anche su altre opzioni. Ovvio che le opzioni andrebbero anche create dall’allenatore, e questa è la grave lacuna di Scott Brooks.

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La serie si potrebbe suddividere in tre fasi tattiche principali. La prima sono gara-1 e gara-2 sul campo degli Spurs, con i Thunder privi di Serge Ibaka. San Antonio le ha dominate senza mezzi termini, stuprando cestisticamente OKC. L’assenza del congolese ha permesso a Parker e compagni di andare a piacimento al ferro per segnare punti facili. La differenza di punti fatti in area tra le due squadre nei primi due episodi della serie è a dir poco imbarazzante. La serie sembra già finita prima ancora di cominciare, e sarebbe effettivamente così non fosse che Ibaka, dichiarato fuori per il resto dei Playoffs per un problema al polpaccio sinistro, rientra per gara-3. Qui inizia la seconda fase della serie. La prima partita a Oklahoma City è una bolgia. Serge Ibaka fa la parte di Willis Reed nel 1973 quando infortunato entra in campo e gioca qualche minuto per dare coraggio ai suoi compagni nella finale NBA che poi vinceranno. Ma Ibaka non si limita a pochi minuti di sola energia mentale sui compagni. Westbrook lo cerca subito nei primi possessi e lui risponde sia in attacco con tiri dalla media segnati sui pick&pop giocati, sia come presenza difensiva in area. Gli Spurs non riescono più ad entrare nemmeno in area, figuriamoci a tirare. Gara-3 è una passeggiata dei Thunder. La quarta partita, sempre nello stato dell’Oklahoma, è la fotocopia della terza. Almeno per i primi tre quarti e mezzo quando, con OKC avanti di 25 punti, Popovich decide per una panchina punitiva per tutti i suoi titolari e va con un quintetto con quattro esterni alternando nella posizione di power forward Bonner e Diaw. Il risultato è che il quintetto di “riserve” riesce ad arrivare fino al meno 10 contro i titolari di OKC. Ma l’idea di Popovich non era più vincere la partita, ma togliere certezze ai Thunder e darne ai suoi. Forse questo aspetto è passato un po’ inosservato, ma se ci pensiamo bene, l’idea del Pop è stata, “cari Thunder non ci state battendo per meriti vostri, per aggiustamenti tattici vostri, ma per demeriti nostri, perché con giocatori diversi dai titolari ho recuperato e voi non avete inciso più nella partita.” Ed il messaggio verso Parker, Duncan, Ginobili&co. è stato che se loro avessero giocato la “spurs basketball” senza timori di Ibaka, piuttosto che Jackson o altri cambiamenti fatti da Brooks, sarebbero rimasti certamente più in partita. E infatti in gara-5 a San Antonio inizia la terza fase tattica della serie. Popovich toglie dai primi cinque Tiago Splitter, e inserisce Matt Bonner. La chiave non è tanto Red Rocket, ma bensì il fatto di giocare con quattro esterni. Che sia Bonner o Diaw poco importa, la cosa importante è allargare il campo per costringere Ibaka ad uscire dall’area. La scelta paga e si aprono più corridoi per le penetrazioni di Parker, Ginobili e Leonard, ma soprattutto la difesa dei Thunder e costretta ancora una volta a lavorare sul “dentro/fuori” dell’attacco degli Spurs. La palla si muove bene da un lato all’altro del campo e oltre ai tiri in area, San Antonio ha anche buoni tiri dall’arco. Vittoria facile.

Ora la serie si risposta in Oklahoma, i Thunder sono con le spalle al muro, tanti pensano che il fattore “casa” conti ancora una volta e con la spinta del pubblico OKC riesca a metterci maggior intensità di San Antonio e strappare una gara-7. Ma i nero-argento riescono a reggere l’impatto nel primo tempo. Le difese hanno alzato l’asticella perché adesso la posta in palio comincia ad essere alta. Si gioca a punteggio più basso del solito, e ovviamente il tutto non può che favorire la squadra texana. La notizia ad inizio terzo quarto è che Tony Parker non rientrerà più per problemi a una caviglia. OKC facile? No!! Gli Spurs fanno uscire tutto la squadra che c’è in loro, e che i Thunder non hanno, e con prestazioni superlative di Diaw, Duncan, Leonard e l’esperienza di Ginobili riescono a sopperire all’assenza del francesino. Vanno avanti di 10 lunghezze ma poi si fanno recuperare da un grande Westbrook, che però da solo non può reggere. Durant è marcato in maniera splendida, gli Spurs lavorano pe non fargli neanche ricevere la palla perché sanno che all’MVP basta una frazione di secondo da quando riceve per far partire un tiro. Si va al supplementare e dopo che un grandissimo lavoro di squadra ha tenuto in partita San Antonio, ci pensa il leader a vincere la partita e la serie. Perché così deve essere. I singoli da soli non vincono. Vincono quando tutta la squadra ti ha portato fino a lì e poi la squadra ha bisogno della “mano” del fuoriclasse. In una serie ai livelli di massima espressione della qualità del gioco Durant e Westbrook da soli non possono vincere. La dirigenza dei Thunder si dovrà interrogare su questo aspetto, ma non perché i Thunder non hanno i giocatori per far vincere KD e RW, ma perché non vengono coinvolti nel giusto modo. L’attacco di OKC è troppo prevedibile, e lo dico da tempo. Tatticamente Popovich si è mangiato Brooks. La differenza tra queste due squadre non è nella qualità dei giocatori, ma nella qualità del gioco. Per questo ha vinto San Antonio.

Per NBA Passion,
Alberto Vairo

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