Aveva ragione J.R. Smith quando, solo qualche giorno fa, pubblicava su Instagram una foto che ritraeva la tristezza sua e dell’amico Iman Shumpert sulla panchina di New York e, allo stesso tempo, la felicità ritrovata in quel di Cleveland. “One man’s trash is another mans treasure”. Questo il laconico messaggio lanciato dalla guardia dei Cavs all’indomani della convincente Gara-6 disputata da lui e Shumpert.
Uno strano destino che li ha legati sin dai tempi di New York, dove Shumpert era il titolare e J.R. Smith faceva faville da sesto uomo. Poi il declino improvviso, con i Knicks incapaci di racimolare risultati, e il pubblico che ormai era stanco degli atteggiamenti, dentro e fuori dal campo, del nativo del New Jersey. La trade con i Cavs, allora, pareva l’unica soluzione sensata, con Phil Jackson che sperava di liberare quanto più spazio salariale possibile nel tentativo di accelerare il processo di ricostruzione: mai decisione fu più sbagliata.
Gli scarti di uno sono diventati il tesoro di un altro e, ieri, sera, è arrivata l’ennesima conferma.
Nel momento di massimo equilibrio quando, ai colpi di uno risponde l’altro, serve il colpo di genio del talento sopraffino; quel talento spesso irriverente, spesso fuori dagli schemi, spesso bistrattato. Quel talento che, aggiunto ad un pizzico di follia e ad una condizione psico-fisica pienamente ritrovata, può risultare il fattore X fondamentale nel proseguo di quest’avventura verso le Finals dei Cleveland Cavs. Nonostante le già ottime triple messe a referto nel secondo-quarto di gioco, J.R. Smith dà il meglio di sé nel terzo periodo, sfornando tutto il proprio repertorio in 10 minuti di talento assoluto: step back threes, catch and shoot threes, tiri contestati al limite dell’immaginazione; quando la mano è calda e la testa è ben salda sulle spalle, nulla è impossibile. J.R. spezza gli equilibri quando l’equilibrio era l’unico fattore a farla da padrona. Non è stato LeBron (che comunque ha disputato un ottima partita), non è stato Irving, non è stato nessun altro all’infuori di Smith: è stato l’ex Knicks a dare uno scossone alla partita, raffreddando il caloroso pubblico di Atlanta, smorzando al limite dell’incredulità l’entusiasmo generatosi attorno al team.
“Quando inizia a riscaldarsi, le sue mani diventano davvero bollenti”. Questo il laconico commento di coach Blatt al termine del match. 8-12 da tre, record di triple per i Cavs nei Playoffs e game, set and match portati a casa anche e soprattutto per merito suo: “Quando inizio a tirare” – dice J.R. – “I miei compagni mi dicono di continuare a farlo”. Segno che la fiducia in lui è tanta e lui la ripaga nel migliore dei modi.
Dopo tanti anni di alti e bassi passati tra Denver e New York, per lui sembra essere finalmente arrivato il momento della redenzione: J.R. Smith non è più un ragazzino immaturo, non è più un elemento di rottura all’interno dello spogliatoio: è diventato un elemento imprescindibile per i Cavs, l’X Factor che non t’aspetti ma che può fare la differenza spaccando le partite e rivelandosi decisivo come non mai nei momenti chiave delle partite.
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Mario Tomaino (@Mariot_22 on Twitter)



