Testa a testa allo stato puro. La bilancia è, per il momento, in perfetto equilibrio, senza che essa penda da una parte o dall’altra. Nei primi due atti del focoso derby texano, San Antonio Spurs e Houston Rockets hanno portato a casa un successo ciascuno, dove in entrambi i casi si è registrato un divario netto tra il team vincente e quello sconfitto. All’apertura delle danze gli uomini di Mike D’Antoni hanno compiuto un vero e proprio blitz asfaltando gli speroni con un perentorio 126-99, salvo poi vedersi restituire il favore nel secondo round. Gli Spurs infatti hanno avuto il classico scatto d’orgoglio e hanno pareggiato i conti trionfando col punteggio di 121-96.
Pari e patta, dunque. E dato questo, è divenuto ancora più difficile provare a prevedere quale strada prenderà la contesa: tuttavia sono emersi fattori che offrono spunti di riflessione. E che possono aiutarci nella sbrogliatura di un’intricata matassa.
Gli Spurs soffrono i ritmi alti dettati da squadre messe meglio dal punto di vista atletico, è ben risaputo. Gara 1 non ha fatto che confermare una realtà cruda per la banda di Gregg Popovich: se i Rockets corrono e battono come un martello sull’incudine, è difficile stargli dietro. Con un brillante James Harden a dettare i tempi (20 punti e 14 assist), i biancorossi hanno potuto confezionare la loro vittoria grazie alle mani calde dei tiratori. Dal perimetro i vari Trevor Ariza e compagnia cantante sono riusciti a mettere a referto ben 22 triple, soprattutto sugli scarichi. Un grandissimo lavoro di squadra sull’arco dei tre punti, che ha mandato letteralmente in bambola la retroguardia avversaria, spesso spaesata. Ha sicuramente aiutato l’ottimo pick and roll messo in atto da Harden e Clint Capela: il gioco a due di dantoniana memoria ha costretto spesso gli esterni degli Spurs a correre in aiuto dei lunghi, spesso in difficoltà di fronte all’esplosività del centro svizzero, lasciando enormi buchi sul perimetro.
Come era prevedibile, inoltre, Pau Gasol e David Lee hanno sofferto nel proteggere il ferro dagli attacchi delle rispettive controparti. Il pitturato è stato terreno di caccia fertile per i Rockets, che hanno sfruttato la scarsa vena difensiva e la staticità dei sopracitati lunghi per arrivare facilmente a canestro.
D’altro canto, il team di Fort Alamo ha potuto constatare che offuscando le idee al Barba tutto è più facile. Non a caso in gara 2 è arrivata la riscossa sperata. Con un grande lavoro difensivo fatto sulla temibile guardia (costretta ad un pessimo 3/17 al tiro) gli Spurs hanno inceppato l’attacco di Houston, spesso costretta a forzare le conclusioni e per la prima volta tenuto sotto i 100 punti in questa postseason. Gli Spurs, nell’altra metà campo, hanno gestito la situazione con parsimonia, non trovando eccessive resistenze da parte degli avversari. I neroargento sono andati al tiro indisturbati in molte occasioni. Amnesie, erroracci. Ma non solo. Vanno dati meriti concreti ai ragazzi di Pop, a cominciare da un Kawhi Leonard devastante su entrambi i lati del campo e firmatario di 34 punti, 7 rimbalzi e 8 assist. Pure LaMarcus Aldridge, assente ingiustificato in gara 1, si è fatto valere in area: sfoggiando la sua pulizia tecnica e le sue abilità al tiro, l’ala grande ha dato una mano quantomai necessaria, visto che il frontcourt dei Rockets, a difesa schierata, può soffrire le sue giocate. Significativa la prova di Danny Green e soprattutto quella di un Tony Parker ancora in versione ‘vintage’, autore di 18 punti (8/13 al tiro con un chirurgico 2/2 da tre).
Purtroppo il play francese si è infortunato gravemente concludendo così la sua stagione: una brutta mazzata per San Antonio, che ora dovrà porre rimedio ad una tegola che potrebbe pesare sull’esito della serie. Possibile che sarà Patty Mills a prendere il suo posto in quintetto, sperando risulti lucido nelle scelte difensive da compiere. Ma si sa, con Popovich, la sorpresa è sempre dietro l’angolo…



