Le Finali NBA 2018/2019 sono alle porte, e Golden State Warriors e Toronto Raptors si contenderanno l’anello. Entrambe le squadre sono ben fornite di talento, in particolare nelle figure delle loro superstar. Gran parte del mondo, infatti, sta centrando sotto i suoi riflettori proprio i vari Steph Curry, Kevin Durant, nonostante l’infortunio, e Kawhi Leonard. Sono questi i giocatori che, secondo i più, decideranno l’assegnazione del trofeo Larry O’Brien. Ciò è indubbio, ma lo sviluppo di una finale, soprattutto di una serie finale, non può essere snocciolato con tale semplicità.
I fattori che devono concorrere alla vittoria, in un contesto del genere, non si possono fermare ai 35 punti di media di due o tre uomini. Ciò che deve essere riconosciuto e analizzato è, piuttosto, uno sforzo di squadra, coadiuvato da coesione e leadership in campo, e da una direzione tecnica appropriata da parte di chi siede sulle rispettive panchine, impugnando lavagnette tattiche.
Considerato questo aspetto più approfonditamente, è possibile riconoscere altri attori che dovranno essere protagonisti, affinché la loro squadra possa lottare per la vittoria. Si tratta di due uomini a cui raramente vengono riconosciuti meriti importanti, ma che nelle rispettive Finali di Conference hanno avuto un impatto fondamentale. Parliamo di Draymond Green e Kyle Lowry, due giocatori spesso troppo criticati, che in queste Finals, dopo le ottime serie appena concluse, possono trovare una rivalsa definitiva.
DRAYOND GREEN, RINASCERE DALLE PROPRIE CENERI
Nel folklore occidentale esiste un animale mitologico, un uccello di fuoco, che rinasce dalle proprie ceneri: la fenice. Draymond Green non avrà la leggiadria che si addirebbe a tale creatura, ma in questi playoff sembrerebbe davvero rinato dalle sue ceneri.
Si affacciava alla postseason dopo aver giocato la sua peggior stagione regolare, a livello statistico, da quando i suoi Warriors partecipano alle Finals. Si è infatti fermato a 7 punti, appena meno di 7 assist e poco più di 7 rimbalzi a partita. Tirando i liberi a meno del 70% e da tre punti con il 28%. Il tutto condito dall’acceso confronto avuto in campo con Kevin Durant durante il mese di novembre, costato a Green una sospensione dalla squadra.

Nulla lasciava presagire, neanche ai più candidi ottimisti tra i tifosi, quanto di buono il numero 23 avrebbe poi fatto in questi playoff. Il giocatore selezionato con la scelta 35 al Draft 2012 sta mettendo in mostra, probabilmente, il miglior basket della sua carriera. Il passaggio, graduale, da una spenta stagione regolare e una corsa playoff da fuoriclasse, è iniziato al primo turno, contro i Los Angeles Clippers. In questa serie le sue statistiche sono cresciute: 12 punti, 8 rimbalzi, 8 assist, 1 palla rubata e 2 stoppate. Qualcosa stava cambiando.
Ciò che ha fatto davvero scattare l’interruttore nella testa di Draymond Green è stato l’infortunio di Kevin Durant in gara 5 della serie del secondo turno, contro gli Houston Rockets. Senza Durant e Cousins, con uno Steph Curry ancora bloccato mentalmente, l’Orso Ballerino Draymond ha deciso che era arrivato il momento di darci dentro. Dopo gara 6 di quella serie non si è più guardato indietro. Ha preso per mano la squadra, conducendola da leader attraverso le acque perigliose della Finale di Conference contro i Portland Trail Blazers. La vittoria degli Warriors non era affatto scontata, sicuramente non nel modo netto in cui si è materializzata.
Erano ridotti all’osso, con rotazioni lunghe, in cui giocatori, altrimenti impensabilmente in campo, dovevano scendere sul parquet per diversi minuti. Così, mentre anche Curry si risvegliava dal sonno che l’aveva bloccato nei turni precedenti, Green conduceva un’improbabile banda al successo. Draymond ha ricordato al mondo intero quanto sia importante il suo apporto di riferimento mentale e tecnico, a livello difensivo e offensivo, con i suoi ottimi passaggi e la sua altissima comprensione del gioco. Le sue medie in questa serie parlano chiaro: 37 minuti giocati, 16.5 punti, 11.8 rimbalzi, 8.8 assist, 2.8 stoppate e 2.3 rubate a partita. Incredibilmente leader.

Ecco, allora, perché Green è rinato dalle sue ceneri. In poche settimane è passato dalle critiche per il forte calo statistico, alla dimostrazione di qualcosa di molto importante, forse anche a se stesso. Ora, dunque, servirà che tutto quanto fatto vedere fino ad ora venga riproposto nelle Finals. Perché una leadership di tanto valore e un apporto in campo tanto positivo possono davvero spostare gli equilibri di una serie, pur senza segnare 35 punti di media. Soprattutto perché, statistiche alla mano, è il giocatore più vincente della storia NBA (74.8% di vittorie su partite giocate in stagione regolare e ai playoff).
KYLE LOWRY, SCROLLARSI DI DOSSO GIUDIZI E PAURE
Essere considerato il perdente per eccellenza, in una squadra additata come un’eterna incompiuta ai playoff, deve essere davvero insostenibile. Con questa etichetta ha dovuto convivere per anni Kyle Lowry.
Quest’anno, tuttavia, i suoi Toronto Raptors hanno finalmente trionfato nella Eastern Conference, e hanno acquisito il diritto di competere per l’anello. Gran parte del merito è, sì, da attribuirsi a Kawhi Leonard, che al primo anno è riuscito a condurre la sua squadra alle Finals come miglior marcatore. (Prima di lui ci erano riusciti solo Lebron James ai Miami Heat e Jason Kidd ai New Jersey Nets). Tuttavia, questo merito è da dividere anche con Lowry, soprattutto per quanto messo in mostra nelle Finali di Conference contro i Milwaukee Bucks.

Toronto arrivava da sfavorita alla serie, soprattutto perché il supporting cast dei Bucks si presentava di molto superiore a quello dei Raptors. Lowry, tuttavia, era di altre idee. Il playmaker ha scelto il palcoscenico più importante della sua vita per sbloccarsi, finalmente, in modo deciso in una serie importante. Dopo tanti anni in cui il suo apporto è mancato fortemente alla squadra, sta finalmente dimostrando a tutti di essere capace di incidere a certi livelli. E lo sta dimostrando, probabilmente, anche a se stesso.
La sua esplosione ha contribuito a capovolgere l’esito di una serie che sembrava segnata, e per questo potrebbe risultare decisivo nella serie finale, in cui i suoi partono ancora sfavoriti rispetto agli avversari. Le prestazioni di Lowry sono fondamentali anche a livello mentale, per tutti i compagni, a partire da Leonard stesso. Il suo apporto dà infatti l’idea che Kawhi non sia più solo a lottare contro orde di avversari, ma che possa essere aiutato. In questo modo il numero 2 può concedersi dei momenti in cui rifiatare, consapevole che il suo playmaker sarà all’altezza della situazione. Gli altri Raptors, invece, come successo con Fred VanVleet, hanno un esempio da seguire, un’ispirazione.

Lowry ha infatti provato a tutti, compagni inclusi, che la loro superstar non fa assolutamente squadra da solo. O meglio, sarebbe in grado di farlo, e l’ha fatto in alcune uscite, ma nelle ultime ha potuto contare sull’aiuto di un uomo motivato, in una sfida con se stesso e con il mondo. Il numero 7 dei Raptors ha chiuso la serie contro i Bucks con: 19.2 punti, 5.5 rimbalzi e 5.2 assist, tirando con il 46.7% da tre punti. Riscatto.
Se dunque Green può incidere sulla serie, contando di essere il giocatore più vincente di sempre, Lowry non può vantare altrettanto. Può tuttavia trovare vigore nell’ardente desiderio di una rivalsa che ha assaporato nelle Finali di Conference, e il cui dolce sapore gli è piaciuto così tanto che vuole continuare a gustarselo e goderselo al massimo anche nell’atto finale della sua stagione.

