3. Zach LaVine

Oops, i Bulls sono ancora terribili, e il career year di Zach LaVine rischia di andare perduto nel tempo come lacrime nella pioggia, se Roy Batty avesse giocato a basket e non fatto l’androide nelle colonie extramondo.
In questo momento, i Chicago Bulls di coach Billy Donovan non sembrano neppure in grado di puntare ai play-in che garantirebbero anche a chi non se li merita di fare i playoffs (diciamocelo). Sono la seconda peggior difesa della NBA, contro di loro anche gli arbitri segnerebbero da tre punti, la mancanza di una point guard di spessore (Coby White sta imparando) costa carissimo nei finali di partita tirati.
Zach LaVine sta viaggiando a 28.6 punti di media, con il 49% al tiro e il 39% da tre, tutti massimi in carriera. I limiti di LaVine li conosciamo, non è un gran playmaker e in difesa soffre lontano dal pallone, ma se si tratta di fare canestro e di non tremare quando la palla pesa, solo l’elite NBA è meglio di lui oggi.
LaVine è oggi in una situazione simile a quella in cui si trovava due anni fa Devin Booker a Phoenix: fenomenali poteri cosmici in un minuscolo spazio vitale. Ma con un caveat, rischioso per i Bulls.
Il suo contratto scadrà nel 2022 e Zach LaVine esigerà cifre molto vicine al massimo salariale. I Bulls sono in rifondazione, coach Donovan e Arturas Karnisovas pensano davvero che l’ex UCLA sia il loro giocatore franchigia? Probabilmente no, per questo il mercato attorno a Zach LaVine potrebbe farsi molto interessante, e in tempi brevi.

