
Festeggiamenti argentini
Una delle più grandi imprese sportive della storia della pallacanestro, se non proprio di quella dei Giochi a cinque cerchi moderni. Il dove è il palasport olimpico Atene, il quando è il 2004, il cosa è la sconfitta degli Stati Uniti, il come è con una palla a spicchi e il perché è abbastanza immediato: perché nonostante il disastro al mondiale casalingo di Indianapolis due anni prima gli americani ancora non avevano capito che il mondo attorno a loro stava crescendo. Il chi, è l’Argentina, ma questo diamo per assodato che ormai fosse chiaro.
Mani e ciao
Non vogliamo dipingerla come un David (peraltro secondo nome di Ginobili) contro Golia, anzi. L’Albiceleste era una squadra di tutto rispetto: oltre al già citato Contusiòn, di quel roster facevano parte Luis Scola, Pepe Sanchez, Fabricio Oberto, Andrés Nocioni, Carlos Delfino, Hugo Sconochini, gente che hai tempi d’oro difficilmente avreste regalato a qualunque avversario. Campeones più che peones, dunque, ma perché quell’impresa potesse avere luogo bisognava anzitutto che tutte quelle geniali menti cestistiche si unissero, formassero un unico corpo. Quello che è sempre riuscito anche agli italiani, prima che se ne dimenticassero persi dietro a ectoplasmatici sogni fatti di stelle e strisce e fumosi nbaismi.
L’Argentina no, l’Argentina se l’è sempre ricordata, si è tenuta cara quel suo vendere cara la pelle e il suo metterci le… beh, quelle che fanno rima con “pelle”. Ne ha fatto un vessillo, che ha continuato a sventolare per tutte le edizioni olimpiche successive a quella greca, da Pechino a Londra, giungendo fino a Rio. Sempre nell’ordine del non mollare mai un centimetro, nel metterci la faccia, fino a portare in Brasile un Delfino grintoso che era fermo da due anni dopo essere stato immeritato pacco postale tra Houston, Milwaukee e Los Angeles sponda Clippers.
Questa però è storia recente, e noi vogliamo concentrarci su quella passata. Quel 2004, quella medaglia d’oro, quella corona d’ alloro. L’andamento del torneo in realtà non fu neanche dei più esaltanti, per gli atleti biancocelesti. La vittoria di misura contro la Serbia-Montenegro agonizzante (chiuse penultima la kermesse), il dominio contro la Cina, il successi di misura contro la Nuova Zelanda seguito dalla sconfitta subita contro l’Italia. Insomma, quasi nulla nella fase a gironi faceva presagire che a Baires avrebbero un titolo olimpico appena cinque giorni dopo. Figurarsi poi quando, per la partita aggiustata da Grecia e Porto Rico (qualcuno dice da entrambe, qualcuno solo dai centroamericani), Ginobili e compagni si trovarono di fronte i padroni di casa. Già, figurarsi.

Raddoppio sotto canestro contro Iverson
Invece, la marea montante argentina di fatto nacque lì. E nacque per quel fattore a cui tutti guardano quando c’è da portarsi a casa qualcosa di importante in una partita da dentro o fuori: la difesa. Una grande difesa, va detto subito, una difesa da manuale e da Manuel, che di quella retroguardia era l’arma aggressiva, era lo scatto per recuperare la palla quando gli avversari cercavano di ragionare e si passavano la sfera. Il resto? Beh, il resto signori era il meglio del meglio. La protezione del ferro era il comandamento non negoziabile, quella del pitturato la conditio sine qua non per (e)seguirlo, quel comandamento. Densità sotto le plance, la concessione del tiro da tre, meglio se dall’angolo o al massimo di quello dalla media distanza, in cambio del costante raddoppio nei territori dove adesso trovate lo smile, con perimetro e punta pattugliati ma non prioritari. Una uomo che sembra una zona, il cambio sui pick&roll perché l’importante è oscurare la vista del piccolo che penetra, insomma, per farla breve, l’ingorgo costante dell’area. E fisico, fisico ovunque, fisico per creare ostacolo, fisico a far sentire la presenza. Greci, Stati Uniti e Italia fregati così, dalle mani addosso. E ciao.
Il lungo è mobile
Poi certo, come ricorda qualunque vecchio e giovane saggio, in questo sport l’obiettivo primario è fare canestro, guadagnare punti mettendola nel cotone più degli avversari. E anche a fare quello, l’Argentina non aveva particolari problemi.
L’attacco partiva dal play, e in quel settore Sanchez e Montecchia si completavano: il primo ragionatore, il secondo incursore con un cambio di passo al fulmicotone, i due registi garantivano soluzioni diverse e risultati parimenti soddisfacenti. Aiutati, certo, da una coppia di lunghi che non aveva pari, quella formata da Luis Scola e uno tra Oberto e Wolkowyski. Il primo era la chiave di volta nella metà campo offensiva, con la sua mobilità, in quanto quando si alzava in ala o andava a bloccare e poi seguiva la penetrazione o riceveva e smistava per chi accorreva, di solito un esterno che si era liberato della marcatura tramite blocco sul lato debole, o magari due, perché non era raro vedere che due piccoli sfruttassero lo stesso blocco.
Nel complesso, comunque, l’obiettivo primario dell’Albiceleste era muovere la palla velocemente per non far stagnare il gioco e contemporaneamente stanare la difesa avversaria, attraverso fraseggi rapidi tra lunghi e piccoli. Un movimento di palla che spesso e volentieri si sviluppava in un passaggio da fuori a dentro, dove in post basso c’era un lungo (di norma Scola, ça va sans dire) che ricevuta palla decideva se cercare la conclusione personale, magari dopo essersi liberato tramite giro dorsale, o riaprire fuori per chi era rimasto nei pressi della linea dei tre punti. Il principio da seguire era che chi fosse in possesso

Ginobili inventa
di palla dovesse sempre avere un compagno che gli dettasse il passaggio, dopo essersi liberato scattando o approfittando del un blocco portato da un compagno. Poi, a discrezione di chi fosse in campo, si alternavano dai-e-vai, zingarate in contropiede primario e secondario, penetrazioni con attacco a metà campo a seconda dello spazio che la difesa decideva di lasciare, blocchi lungo la linea di fondo che avevano lo scopo di liberare il tiratore dall’angolo. Insomma, tutte soluzioni con cui i vari Ginobili, Delfino, Nocioni, Sconochini, Hermann, Sanchez, Montecchia, Scola potevano sbizzarrirsi.
Questa fu l’Argentina campione olimpica, sic et simpliciter. Una squadra che vinse col talento e con la garra, che costrinse gli Stati Uniti a guardarsi dentro per guardare fuori, lezione che la Grecia (nel frattempo diventata campione d’Europa l’anno successivo) avrebbe ribadito e perfezionato solo due anni dopo, ai Mondiali 2006. Questa fu l’Argentina del 2004, una squadra indimenticata e indimenticabile. E pazienza se infranse i sogni azzurri di oro olimpico. Per quello che aveva fatto, una squadra come quella non poteva non salire sul gradino più alto del podio a cinque cerchi. Perché era aveva campeones con l’animus pugnandi da peones. E da leones.

