Paul George: se m’impegnavo…
Segna 15 punti nel secondo tempo, prima della partita aveva detto che aveva saltato l’ultima gara di regular season perché aveva mal di testa. La causa? Troppa caffeina, ma ora sa cosa vuol dire e non si farà più cogliere di sorpresa. Avrebbe potuto spingere per inserirsi nel discorso MVP ma c’erano già tre candidati, ed erano compagni suoi…
Giannis Antetokounmpo: parcheggio perfetto
16 su16 al tiro e una marea di tiri appoggiati al tabellone. Sarebbe un record per l’All-Star Game ma chi se ne importa, anche. Libero dalle pressioni dell’essere capitano Giannis si scatena, segna 35 punti in 19 minuti e sfila il premio di MVP dalle mani di Lillard, poi dice di essere felice di aver vinto un premio dedicato a Kobe. Gli crediamo.
Chris Paul: il presidente
CP3 è il nume tutelare di tutti e gli altri 24, LeBron gli lascia volentieri il timone per questo giro, perde a sorpresa lo Skills Challenge che non è la sua gara (0-5 in carriera) ma chi se ne frega. Gioca 31 minuti, rinnova la sua tradizione della schiacciata all’All-Star Game smazza 16 assist e diventa il miglior assistman della storia dell’All-Star Game superando Magic Johnson.
James Harden: la pace dei sensi
James Harden non rideva dal 1948 come l’ispettore Bloch di Dylan Dog. Ai Nets è felice come una pasqua, gioca da primo violino bis, all’All-Star Game parte dalla panchina e chiude con 7 su 13 da tre. A 31 anni il Barba è al meglio della sua sapienza cestistica, non schiaccia più ma tanto non gli serve, tra poco avrà anche Blake Griffin in squadra (quanto Blake possa incidere, lo scopriremo), lui e Kyrie si sono trovati subito: fatti entrambi a modo loro, finora il mix di personalità è perfetto.

