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Come Anthony Davis ha reso granitica la difesa dei Lakers

di Olivio Daniele Maggio

“Anthony Davis è il miglior difensore della lega“.  Diretto, conciso, senza mezzi termini.  Lo scorso febbraio coach Frank Vogel, ai microfoni di Ryan Ward, proferì un pensiero che non discosta troppo dalla realtà.

Necessario partire da un presupposto. L’autentico exploit dei Los Angeles Lakers, divenuti padroni della Western Conference dopo aver trovato la quadra, poggia le proprie basi sulla difesa. Merito del lavoro di Vogel, che ha saputo mettere ogni tassello al posto giusto infondendo quell’intensità ed aggressività che nella passata stagione erano mancate. Non a caso quella giallo-viola è risultata la terza migliore difesa della lega con un defensive rating di 106.9, dietro a Milwaukee Bucks e Toronto Raptors; ed inoltre i Lakers sono stati la squadra che ha rifilato più stoppate, circa 6.8 a partita. Dati che raccontano una certa solidità ed applicazione su cui non si può tener in considerazione l’impatto di Anthony Davis.

The Unibrow, arrivato in estate via trade dai New Orleans Pelicans, non ha soltato fornito a LeBron James uno scudiero all’altezza per coltivare le ambizioni da titolo: ma anche cambiato radicalmente la squadra grazie alla sua attitudine e alla sua versatilità, soprattutto quello difensivo. Anthony Davis è un giocatore unico, capace di poter dare un contributo significativo in diverse situazioni di gioco. Quello che  incide di più nella propria metà campo.

Anthony Davis: un intimidatore puro

Per gli avversari attaccare il ferro quando nei pressi c’è Anthony Davis è un’impresa di non facile realizzazione. Il numero 3 è un intimidatore puro, riesce con potenza ed arguzia a sbarrare la strada che porta verso il canestro grazie alla sua apertura alare e ad un ottimo senso della posizione. Quando l’attaccante prova una penetrazione, Davis interviene stoppandolo, in senso letterale: il suo ormai è il classico marchio di fabbrica. Sono 2.4 le stoppate che il classe 1993 ha rifilato a partita finora. Potenza e tempestività. Il suo fisico granitico lo consente di frapporsi con successo tra il giocatore e il canestro, e non lascia nulla di intentato nel momento in cui c’è bisogno di aiuti dal lato debole. Senza contare che, quando un avversario riesce a batterlo in velocità riesce spesso a recuperare terreno disturbando la sua conclusione. Nelle vicininanze del canestro Anthony Davis ha concesso  2.7 tiri realizzati a partita su 5.4 tentati mentre, se guardiamo al pitturato (esclusa la restricted area), gli avversari hanno segnato  3.9 tiri in media su 9.9 (39.1% dal campo).

Tempismo perfetto.

Sui pick and roll Davis fornisce diverse soluzioni per disinnescarli. Può decidere di contenere o, soluzione questa più gettonata, accetta il cambio. Qui si vede tutta la sua abilità nell’uno contro uno: la sua wingspan infatti gli consente di limitare le soluzioni di passaggio e il suo movimento fluido di piedi è utile per effettuare rapidi scivolamenti difensivi. La marcatura contro giocatori più brevilinei e scattanti di lui non risulta essere un problema, in fondo il nativo di Chicago ha sempre dimostrato di saper difendere praticamente su tutti i ruoli.

Esempio del dinamismo di Anthony Davis:  decide di  affrontare Devonte’ Graham dopo il pick and roll,  segue la sua penetrazione e lo stoppa.

L’impatto a tutto tondo di Anthony Davis

La protezione dell’area resta il compito principale. E la difesa perimetrale? Anche lì si mette d’impegno, la sua attitudine infatti è quella di contestare il più possibile i vari tentativi dall’arco (sono circa 4.7 a partita). L’ala grande è abbastanza rapida nel compiere il closeout verso il tiratore e a cercare di chiudere sul nascere le velleità.  Le sue lunghe braccia sono proprio utili a tal riguardo. Qualche dato: quando Davis ha campeggiato sull’arco (frequency del 37.3%), gli avversari hanno segnato in media 1.7 triple a partita su 5.5 tentate, con una percentuale del 30.2%.

Senza esitazione, The Unibrow esce sul perimetro e ferma Khris Middleton.

Davis è un giocatore combattivo, che in certi frangenti non si tira affatto indietro. Pure sulle palle vaganti si getta senza alcun timore, lasciando le briciole agli avversari: il lungo dei Lakers è arrivato al primo posto della speciale classifica con quasi 2 palle vaganti recuperate a partita (precisamente 1.9). Le sue mani sono dappertutto, sia quando prova a rubare il pallone (1.5 in media) che nella copertura delle linee di passaggio, dove dimostra di avere grande attenzione e buone letture. Al momento giusto aggredisce lo spazio ed interrompe la circolazione di palla, contribuendo anche a far partire delle rapide transizioni dopo un recupero.

Pilastro

LeBron James MVP

LeBron James ed Anthony Davis.

Poliedrico, costante e dominante. A termine di un breve periodo di adattamento, Anthony Davis è riuscito ad imprimere la sua impronta nell’architettura tattica dei Lakers e l’ha portata ad un livello decisamente superiore, un livello tipico delle cosidette contender. Come fa un fattore determinante una volta che viene inserito in un sistema prestabilito, mutandone i connotati.  Prima della sospensione della stagione, il nativo di Chicago appariva come favorito alla conquista del premio di Defensive Player of the Year, un premio che avrebbe sugellato ulteriormente il suo rendimento sul campo. Un pilastro per il presente e per il futuro, in attesa di ritornare ad inseguire l’obiettivo  per il quale i califiorniani hanno compiuto l’all-in per lui: lottare per il titolo NBA ed aprire un nuovo ciclo vincente sulle sue spalle.

NB: le statistiche utilizzate nell’articolo fanno fede alla data di pubblicazione dello stesso.

 

 

 

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