Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiSinergia mente-corpo: l’impatto della diagnosi di una malattia grave sugli atleti

Sinergia mente-corpo: l’impatto della diagnosi di una malattia grave sugli atleti

di Carmen Apadula

A maggio 2024, un grafico di ESPN è diventato virale su X.

Niente di nuovo, direte voi. E avete ragione. Ma, se analizziamo meglio quel grafico e lo guardiamo con occhio diverso, può nascere una riflessione molto profonda.

Ma andiamo per gradi. Prima di “riflettere”, voglio partire raccontandovi una storia

Il grafico di cui sopra mostrava cinque giocatrici WNBA, e il motivo per cui ognuna di loro non stava giocando in quel periodo: “lacerazione tendine d’Achille”, “infortunio al ginocchio”, “gravidanza“. Queste erano le motivazioni che si leggevano. Motivazione sentite e risentite, alla fine.

Ma Lexie Brown, guardia delle Los Angeles Sparks, aveva delle parole inusuali che spuntavano sotto il suo nome: “morbo di Crohn”.

Il morbo di Crohn è una malattia cronica che provoca, secondo il National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (NIDDK): crampi, febbre, affaticamento, perdita di appetito, perdita di peso, sensazione costante di dover andare in bagno, stitichezza, dolori articolari, gonfiore e feci sanguinolente.

Nei casi più gravi, si arriva addirittura alla formazione di fistole. Le fistole sono piccoli tunnel che si formano tra due organi e la superficie del corpo, rendendo quasi insostenibili le attività quotidiane.

Il morbo Crohn, insomma, attacca il tratto digestivo di una persona. E la cosa peggiore, è che il motivo scatenante che causa la malattia in un individuo, è sconosciuta.

Attualmente non esiste una cura definitiva, ma il trattamento per renderla più vivibile spesso richiede una combinazione di farmaci, cambiamenti nell’alimentazione e in alcuni casi anche un intervento chirurgico, secondo la Cleveland Clinic.

Ma torniamo a Lexie Brown. Sorprendentemente, la diretta interessata non aveva nemmeno visto la foto.

Ma c’è un motivo per cui non ne sapeva nulla: la giocatrice ha cancellato X dal suo telefono, per allontanarsi dai rumors. Ha detto che questo l’ha aiutata a sentirsi più tranquilla.

Lexie ha reso pubblica la sua situazione da quando ha ricevuto la diagnosi, alla fine del 2023.

A metà maggio dell’anno scorso, Lexie ha iniziato a tenere un diario della sua vita quotidiana, durante il training camp delle Sparks. E, rileggendoli, a detta sua, i segni della malattia erano già chiari.

“Oggi non mi sento molto bene, ma va bene così. Forse sono solo nervosa, o forse l’allenamento è stato più duro. Forse sono solo stressata perché finalmente ho un ruolo più importante in una squadra” si legge.

Poi, quando la stagione è iniziata, ha iniziato ad accusare sintomi quali crampi allo stomaco, frequenti viaggi in bagno e necessità di riposo molto elevata dopo aver usato la toilette.

“Stavo arrivando al punto di non riuscire a stare in piedi. Non riuscivo a camminare. Non riuscivo a correre normalmente” racconta. “Mi chiedevo che cosa stesse succedendo”.

Lexie ha continuato a giocare come se nulla fosse, ma le si è accesa una lampadina guardando i video postati online da Lexi Gordon, ex cestista di Duke affetta da colite ulcerosa (un altro tipo di malattia infiammatoria intestinale).

“Lexi mi ha aiutata più di quanto possa immaginare, perché ha deciso di condividere le sue esperienze anche se poteva risultare difficile” racconta. “Probabilmente pensava che a nessuno importasse davvero. Ma a me importava”.

Allora Lexie ha iniziato ad informarsi riguardo questo tipo di problemi, proprio nel periodo in cui i dolori stavano diventando insopportabili. Così è andata da uno specialista, e appena un giorno dopo ha subito il primo intervento chirurgico d’urgenza.

L’intervento era mirato a trattare una serie di fistole. Nel caso di Lexie, il materiale proveniente dallo stomaco e dall’intestino entrava nel resto del corpo, causando un’infezione batterica (e i suoi sintomi, ovviamente).

Per circa sei mesi dopo l’intervento, Lexie e la sua équipe medica hanno lavorato per scoprire cosa non andasse nel suo corpo. E, finalmente, a novembre del 2023 ha ricevuto la diagnosi di morbo di Crohn.

Lexie ha subito altri due interventi per rimuovere altre fistole, oltre che per l’inserimento di drenaggi che aiutano a guarire quelle esistenti. Attualmente, ha dei drenaggi che vanno dallo stomaco al retto, ed è previsto un quarto intervento chirurgico per rimuoverli.

Per Lexie, finire sotto i ferri è stato solo il primo passo verso quella che può essere definita una “cura”. A gennaio ha iniziato a prendere un medicinale chiamato Remicade, un trattamento che riduce l’infiammazione, rallentando i danni della malattia. Lexie lo assume endovena ogni otto settimane.

Ha anche modificato la sua dieta, siccome alcuni alimenti possono provocare una riacutizzazione della malattia (anche se i fattori scatenanti specifici variano da persona a persona, secondo la Cleveland Clinic). Tra i cibi da evitare di più ci sono quelli ad alto contenuto di lattosio, speziati, ricchi di fibre o grassi. Molti dei quali possono essere difficili da digerire e causare sintomi spiacevoli, secondo la Crohn’s and Colitis Foundation.

Nel caso di Lexie, all’inizio evitava la maggior parte di questi cibi. Ora mangia quasi tutto ma con moderazione, tranne gli alimenti ricchi di fibre, che il medico le ha consigliato di evitare. Inoltre, assume regolarmente vitamine e integratori, per compensare i nutrienti che non ha assume con la sua dieta.

Durante una recente visita con la dottoressa Anne Y. Lin, Lexie ha chiesto cosa poteva fare per tornare a condurre una vita normale. La risposta? Prendersi un po’ di tempo per sé stessa, per stare meglio, per vedere come funzionano i farmaci e il suo stile di vita quando non è costantemente impegnata tra allenamenti o partite.

“Preferisco cercare di gestire la mia salute prima che dopo, perché non abbiamo infinite stagioni da giocare. Invecchierò solo una volta” ha detto. “Devo dare priorità alla mia longevità e alla qualità della mia vita, che è la cosa più importante per me”.

Sport e malattie, quando i problemi di salute intaccano anche la psiche

Lexie ha raccontato che questo periodo di pausa le sta facendo molto bene. 

“È un po’ difficile parlarne” dice. “Gran parte della guarigione è mentale. Perciò mi sto prendendo questo tempo per me, finalmente, senza pressioni da parte di nessuno. Mi ci è voluto un anno per arrivare a questo punto. Anche quando ero davvero in difficoltà, quando non riuscivo a camminare, quando riuscivo a malapena a correre, quando ho perso un sacco di peso, mi dicevo sempre di continuare ad andare avanti. Ma questa è una cosa che non si può superare così”. 

Ed è proprio da questo che deve iniziare la nostra riflessione

Venire a sapere di essere affetto da una malattia grave, somatica o psichica che sia, implica sempre delle conseguenze.

Ad una prima analisi, il tipo e l’intensità della reazione emotiva del paziente sembra dipendere almeno in parte dalla tipologia e dalla gravità della malattia.

Riflettendoci, è possibile inserire nell’elaborazione un’ulteriore variabile, che è quella della struttura cognitiva del paziente, e infine quella del tipo di contesto sociale in cui il soggetto vive (più o meno accettante e/o in grado di fornirgli sostegno nei confronti di quel tipo specifico di malattia).

Il punto nodale della reazione del paziente non è soltanto legato all’importanza dell’invalidazione che viene subita, ma anche (e soprattutto) dalla personalità del paziente che “ci deve fare i conti”: il modo in cui costruisce il mondo, il grado di elasticità con cui il sistema cognitivo è in grado di assorbire un’invalidazione e di adattarsi ad essa. Questi aspetti sono molto importanti, e sono proprio questi che costruiscono il decorso della malattia.

La salute mentale è un tema sempre più discusso anche nell’ambiente sportivo. Sebbene per molti si tratti ancora di uno stigma, sempre più atleti professionisti si aprono e dichiarano pubblicamente di soffrire di disturbi quali depressione e ansia. Soprattutto dopo i lockdown, che dal 2020 hanno caratterizzato la vita di tutti (indipendentemente dall’estrazione sociale e dalla professione), è stato riscontrato un incremento esorbitante dei disturbi sopracitati tra la popolazione. 

Ma questo tipo di problemi sorge anche, appunto, in presenza di un boccone amaro che è difficile da mandare giù. In questo caso, si intende la diagnosi di una malattia grave. 

La figura dell’atleta è stata per lungo tempo circondata da un’aura quasi mitica, retaggio della letteratura classica greco-romana: uomini e donne dotati di qualità sovrumane, in grado di spingere il proprio corpo oltre i limiti concessi al resto della popolazione mondiale grazie, soprattutto, a una rigida di disciplina, ma anche ad un mindset impostato sulla performance e sulla ricerca del massimo

Ma non è così. Gli atleti, come loro stessi si stanno impegnando a mostrare, sono esseri umani. E, come tali, sono soggetti alle conseguenze di una vita stressante sia fisicamente sia emotivamente, e di aspettative enormi da parte del pubblico o delle società per cui gareggiano. Il rischio di vedere compromessa la propria salute, dopo quella fisica, anche mentale, è altissimo.

E della conseguenza estrema di questi problemi, ovverosia di suicidio, si parla poco. È un argomento talmente complesso, inquietante e difficile da affrontare, che desta molta diffidenza in chi ascolta. 

Ancora più tabù della morte per tutti i suoi annessi e connessi a cui ci si avvicina con fatica, pudore e riserbo. Il suicidio connesso alla malattia è stato comunque oggetto di numerosi studi scientifici.

I pazienti affetti da una malattia grave, in particolare i pazienti oncologici, hanno un rischio più elevato di suicidarsi rispetto alla popolazione generale. Uno studio condotto da Michael Heinrich e i suoi colleghi dell’Università di Ratisbona, ha messo insieme degli aspetti rilevanti sull’argomento. 

È stata eseguita una meta-analisi su 28 studi, che hanno coinvolto in totale 22.407.690 pazienti malati di tumore. Da ciò è emerso che la mortalità per suicidio era significativamente aumentata rispetto alla popolazione generale. Il rischio era fortemente correlato alla prognosi, allo stadio del tumore, al tempo trascorso dalla diagnosi e alla regione geografica. 

Ma al di là dei dati statistici che, vista la delicatezza della tematica, non ha senso elencare nel dettaglio, il dato da tenere presente è proprio l’aumento dei suicidi nei pazienti. Pazienti che in questo caso sono oncologici, ma che possono essere affetti da qualsiasi tipo di malattia grave. 

Che la malattia sia da sempre una causa di un rischio di suicidio è noto da tempo. I dati ISTAT, che sono stati raccolti nel corso degli anni in Italia, non lasciano dubbi a riguardo. 

Una diagnosi e la convivenza con una malattia grave possono innescare infatti meccanismi psicologici che vanno dalla depressione alla percezione di una profonda solitudine esistenziale, dalla sofferenza fisica alla fragilità psicologica che si innesca su un dolore del corpo, talvolta, anche gestito male.

È quindi per questo che sembra essersi diffusa tra gli atleti professionisti che soffrono, come tutti gli esseri umani di questo mondo, di una qualche malattia la volontà di normalizzare il fatto che disturbi come la depressione, l’ansia e disturbi alimentari possano sorgere in situazioni di difficoltà.

Lexie Brown, ma non solo: tutti gli sportivi alle prese con malattie gravi

Come abbiamo già chiarito prima, il morbo di Crohn è una brutta bestia con la quale dover combattere. Lo sa bene Lexie Brown, ma non è di certo la sola a soffrine. 

A meno che non siate, per qualche ragione dimenticata da Dio, fan sfegatati della Mountain West Conference, probabilmente conoscete Larry Nance Jr. per le sue clamorose schiacciate. Quello che però non appare in nessun video di highlights, è il fatto che a Nance sia stato diagnosticato il morbo di Crohn a 16 anni.

Larry è costretto ad assumere farmaci per evitare problemi di infiammazione cronica all’intestino, in particolare medicine immunodepressive

Tuttavia, prima di ricevere una diagnosi ufficiale, ha sofferto di tutti i sintomi della malattia per anni, e l’affaticamento è stato il più debilitante tra questi. L’estrema stanchezza, un sintomo comune tra i pazienti affetti, ha avuto un forte impatto sulla sua vita. 

“Non affrontavo bene la stanchezza. Rimanevo a casa tutto il giorno, non avevo energie per fare nulla” ha detto. “Dormivo in classe. Non avevo l’energia per allenarmi o praticare uno sport”. 

Dopo diversi anni, i genitori si sono resi conto che qualcosa non andava e lo hanno portato dal medico. Dopo aver eseguito alcuni esami, a Larry fu diagnosticato il morbo di Crohn.  In base alle raccomandazioni del medico, iniziò un trattamento, che sta seguendo tuttora.

Così, Larry ha potuto concentrarsi sulla sua carriera NBA, e ha fondato Athletes vs. Crohn’s & Colitis (AvC), un’associazione senza scopo di lucro che mira a sensibilizzare bambini e ragazzi sulla malattia, oltre che ad aiutare i bambini a realizzare il loro potenziale atletico nonostante la diagnosi di una malattia cronica.

Ancora, il “cecchino” americano che entrato nella storia della nostra Serie A con più di 4mila punti segnati, Drake Diener è da anni uno dei grandi protagonisti della pallacanestro italiana. Quando il morbo di Crohn sembrava averne compromesso la carriera post college, la domanda che si è fatta spazio nella sua mente era più che lecita: dovrò rinunciare al basket

La risposta degli specialisti dell’Ospedale Sacco di Milano, che hanno fama europea per la loro attività di ricerca, è no. E infatti, Man-Drake, nel 2007 è tornato a giocare. Ha saputo reagire, confermandosi anno dopo anno come un ottimo centro e uno straordinario interprete dell’arte della palla a spicchi.

Sono poi tanti i giocatori che hanno combattuto con altre malattie, ma altrettanto gravi. Uno è proprio una delle stelle più famose della NBA.

7 novembre 1991, una data che in molti ricordano nitidamente. Nella sala stampa del Forum di Inglewood l’atmosfera era tesa, non volava una mosca: lo staff dei Los Angeles Lakers aveva chiamato a raccolta i media per un’importantissima comunicazione riguardo le condizioni di Earvin Johnson Jr.

Vi dice qualcosa questo nome vero? Ebbene, Magic Johnson non si allenava da settimane, era stato tagliato fuori dalla lista dei convocati delle prime tre partite di regular season. Il tutto, per un imprecisato “mal di stomaco”.

In molti avevano fiutato che sarebbe arrivata una pessima notizia riguardo la salute del campione NBA. Ma nessuno immaginava ciò che Magic, di lì a poco, avrebbe dichiarato . Aveva ricevuto la notizia del test il 24 ottobre, mentre si trovava a Salt Lake City per un’amichevole: Michael Mellman, medico della squadra, predispose nuove analisi. Che confermarono l’esito.

In quegli anni si pensava che avere l’HIV significava essere condannati alla fine, era solo questione di tempo: tra l’altro il macigno sulle spalle dell’atleta era ancor più pesante dato che aveva scoperto da poco di aspettare un figlio dalla moglie, Cookie.

“A causa del virus dell’HIV che ho contratto, devo ritirarmi dai Lakers” esordì il cestista, scatenando un brusio di fondo. “Prima di tutto voglio specificare che non sono malato di AIDS, perché so che molti di voi vorranno saperlo. Sì, sono sieropositivo, ma ciò non significa che la mia vita sia finita. Mi mancherà giocare, certo, ma diventerò un portavoce della lotta contro l’HIV, perché voglio che i giovani capiscano che possono fare sesso sicuro. A volte si è ingenui e si pensa che queste cose succedano agli altri. Andrò avanti, sconfiggerò il virus e continuerò a divertirmi”.

Discorso che ha inferto un colpo decisivo contro lo stigma, rivoluzionando la percezione della malattia in tutto il mondo. “Oggi sono trent’anni che convivo con l’HIV” ha detto. “Dio mi ha benedetto. Ringrazio il Signore per avermi dato la forza e per avermi guidato”. E averlo reso un simbolo di una lotta che continua ancora oggi.

Alonzo Mourning, detto ‘Zo, è invece stato uno dei centri dominanti degli anni ’90-2000. 

Dopo essere stato votato terzo nella corsa all’MVP stagionale, nell’estate del 2000, ‘Zo vincerà l’oro alle Olimpiadi di Sidney con il Team USA

Tuttavia, al rientro dalle Olimpiadi, qualcosa non torna. ‘Zo si sente stranamente affaticato e un giorno nota uno strano gonfiore alle caviglie. Negando a se stesso l’evidenza che qualche problema di salute si trovi dietro l’angolo, non fa altro che intensificare gli allenamenti, pensando di essere solo fuori forma, finché arrivano le visite mediche pre-stagionali. 

Gli esami sono inequivocabili, il problema è renale. Rapidamente arriva la diagnosi: glomerulosclerosi focale segmentaria, malattia che colpisce tipicamente i soggetti afro-americani e con pochissime chances di cura. Si associa a consumo di droghe, infezione da HIV e altre condizioni. Tutte smentite da ‘Zo. Nel suo caso si tratta, purtroppo, di uno sfortunato mix genetico, che predispone un soggetto allo sviluppo della patologia.  

Il dottor Richards e il dottor Appel (nefrologi, rispettivamente di Miami e di New York) saranno presenti alla conferenza stampa nell’ottobre del 2000, in cui ‘Zo e Pat Riley annunciarono la malattia. 

Sto morendo? Questa è la prima domanda di ‘Zo agli specialisti che lo hanno in cura. Il dott.Richards, dopo una pausa “troppo lunga”, spiega che le cure sono molto poco efficaci e che la possibilità che finisca in dialisi nell’arco di pochi anni sono concrete. 

Mourning ha paura, ma non vuole cedere alla malattia. Nella offseason del 2002 arriva il tracollo. La funzione renale peggiora, inizia un tiro alla fune simbolico tra lui e la malattia. Nel 2003 la situazione clinica è estremamente grave. Alonzo passa dall’essersi visto intitolare la sala pesi dei Miami Heat (Zo’s Zone) a non essere in grado di sollevare un manubrio. 

L’unica chance è il trapianto di rene. Tuttavia trovare un donatore adeguatamente compatibile è più facile a dirsi che a farsi. 

Tra i primi a candidarsi c’è Patrick Ewing, il mentore, l’amico di sempre. Pat viene scartato perché a sua volta ha problemi di ipertensione e non si trova la giusta compatibilità per Mourning. Finché quello che serve, ovvero un miracolo, accade. ‘Zo è a rendere visita a un’anziana zia ricoverata in ospedale, quando il cugino di secondo grado si propone per il test. La compatibilità è ottima, il match è fatto. 

Si procede al trapianto di rene. Avete presente quella frase di Michael Jordan: “There is that mental strength you need, he doesn’t have it”, viene clamorosamente smentita. ‘Zo quella forza la trova eccome: il suo unico obiettivo è tornare ad allacciarsi le scarpe da basket. 

Poche settimane dopo l’intervento, Mourning torna ad allenarsi. Si accorge che non c’è più tempo, che deve dare un senso alla sua storia e all’opportunità di rinascita che gli è stata donata. 

Dopo un paio di stagioni arriverà il ritiro (per un infortunio al tendine rotuleo), ma non dal suo ruolo di leggenda vivente. Mourning dedica ora la propria vita a sostenere iniziative in campo sanitario e a sensibilizzare la popolazione riguardo alle problematiche che lo hanno coinvolto. 

‘Zo ha vinto, nella vita e sul campo. Sconfiggendo tutti quelli che gli dicevano che non era degno dell’eredità di Ewing, che non aveva la mentalità giusta, che non si sarebbe ripreso da quella malattia e che, dopo il trapianto, non sarebbe più stato in grado di essere competitivo.

Mourning ha vinto, dimostrando a tutti che una rinascita è possibile

Ed è proprio quello che ci aspettiamo dal mondo del basket italiano, si è stretto intorno ad Achille Polonara dopo che si è sottoposto ad un intervento chirurgico per la rimozione di un tumore al testicolo

“Ho scoperto il tumore grazie a un controllo antidoping dopo la finale di Supercoppa a Brescia” racconta l’ala. “Mi arrivò questa email, dopo pranzo, il 6 ottobre, dalla Procura federale antidoping. C’era un valore anomalo, dovevo dimostrare entro due settimane se questo valore proveniva dal mio corpo o no. Ero tranquillo dal punto di vista dell’assunzione di integratori. Contatto il dottor Rizzo della Virtus Bologna. Lui mi dice che non era niente di preoccupante, ma avevo questo valore fuori norma. Ho fatto una veloce ricerca su Internet e mi sono imbattuto in un articolo su Francesco Acerbi, che scoprì la malattia nello stesso modo. Mi contatta Rizzo per dirmi che dovevo fare un esame. Appena fatto, mi appoggiano il macchinario dell’ecografia e si è visto subito questo tumore. I dottori mi hanno comunque tranquillizzato. Fatta l’operazione, ho dovuto aspettare l’esito della Tac, e quell’attesa è stata la cosa peggiore. Ora spero che il momento più difficile sia passato. Assistere a una partita dei compagni è molto difficile, ma la salute viene al primo posto. Dopo si pensa a tutto il resto. Non avevo mai avuto un problema di salute in vita mia, mi sono trovato spiazzato. I miei familiari sono sempre stati molto positivi. È importante essere ottimisti in questi casi”.

Sport e malattie: come si superano i momenti difficili?

Tanti studi scientifici hanno dimostrato come gli atleti professionisti corrano un rischio di soffrire di disturbi quali ansia e/o depressione di gran lunga maggiore rispetto al resto della popolazione. Figuriamoci in caso di diagnosi di una malattia grave

Lo sport non solo richiede uno sforzo fisico unico rispetto a qualsiasi altro lavoro, ma pretende anche uno sforzo mentale ed emotivo. 

Un atleta professionista deve allenare il corpo, ma anche la concentrazione e la precisione, deve fare scelte complesse in poco tempo e ricordare a memoria molte cose contemporaneamente. Dal punto di vista emotivo deve far fronte alla pressione di sponsor, allenatori, compagni di squadra e fans, oltre che alle proprie aspettative. 

Se questi fattori erano validi anche in passato, negli ultimi decenni l’avvento dei social media ha aggiunto un’ulteriore fonte di stress. Essere costantemente sotto lo sguardo del mondo oggi significa anche leggere i commenti, non sempre piacevoli o costruttivi, che possono peggiorare un equilibrio mentale già messo a dura prova dai fattori precedentemente elencati. 

Anche le organizzazioni sportive possono fungere da trigger per gli atleti. In molti, infatti, hanno dichiarato di considerare più stressante la parte organizzativa della propria disciplina rispetto agli allenamenti. 

Negli sport di squadra si inserisce poi un ulteriore fattore, legato ai rapporti con gli altri membri del team. Rapporti obbligati da contratti lavorativi che non sempre risultano idilliaci. 

Ma, nel nostro caso specifico, e cioè quello di diagnosi di una malattia grave, è fondamentale l’opera del medico palliativista, che deve garantire la miglior qualità di vita possibile e il supporto psicologico nelle varie fasi della malattia. 

La pandemia ha certamente acuito le difficoltà del prendersi cura in toto della persona perché ha aumentato le distanze fisiche, ha messo in rilievo alcune fragilità del Sistema Sanitario e ha reso più problematico il funzionamento di alcuni servizi, compresi (anzi, forse soprattutto) quelli di tipo psicologico. 

I servizi di Salute mentale, sono in sofferenza. Il malato grave, che deve fare i conti con una prognosi infausta deve necessariamente avere, oltre che un supporto di cura in relazione alla sua patologia, una terapia in grado di supportarlo psicologicamente.

Prendersi cura significa ascoltare, mantenere una relazione con il malato e donargli la speranza del quotidiano. Che non significa illusione, attenzione. Vuol dire fornire le piccole speranze di un dolore che passa o viene anche solo tenuto a bada. È il medico che, anche se non può più fare nulla dal punto di vista terapeutico, continua a curarlo con la sua presenza. Va comunque a trovare il malato, lo assiste, non dimenticandosi della sua esistenza.

Se definire il suicidio come conseguenza estrema, è estremamente complicato, in alcuni casi resta un atto esistenziale di autodeterminazione che, anche se faticoso da accettare per chi resta, va comunque rispettato. Talvolta invece, tra le tante componenti che spingono a questo atto estremo, c’è il dolore fisico, che diventa insopportabile perché può anche essere gestito in modo improprio. In questi casi è fondamentale mettere in atto tutti i meccanismi possibili per lenire la sofferenza del corpo. È quindi fondamentale il supporto delle cure palliative sopracitate, che possono cambiare radicalmente l’ottica del malato. Quando invece sono la solitudine profonda e la mancanza di relazione a determinare un dolore psichico che porta al rischio di suicidio, bisogna investire su una relazione con il medico, un familiare o un amico) che possa offrire un supporto nella ricerca del senso alla vita di chi sta male.

È importante che le società sportive forniscano un sostegno piscologico costante per intercettare il prima possibile eventuali disagi. I compagni di squadra dovrebbero essere disposti all’ascolto, alla condivisione di esperienze e al supporto reciproco. 

Così, anche fan e spettatori dovrebbero considerare gli atleti per quello che sono: esseri umani, dotati di fragilità e sofferenze.

La depressione, l’ansia, i disturbi alimentari non sono un tabù. Le malattie non sono un tabù. Possono essere curate, possono essere affrontate e sconfitte. Bisogna solo trovare il coraggio di chiedere aiuto

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