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“Say my name”. La voce roca di Bryan Cranston che scandisce lentamente queste tre parole riecheggia inevitabilmente nella mente di chi ha avuto modo di seguire le vicende di Walter White – Heisenberg in Breaking Bad: una citazione iconica che riflette la superbia, la sfrontatezza e la voglia di riscatto del personaggio meravigliosamente creato da Vince Gilligan. Un’ossessione, quella del “Remember the name”, che rappresenta un tratto comune anche a più storie all’interno della NBA. Tuttavia, ciò che nella maggior parte dei casi crea più empatia con i nostri idoli (sia che appartengano al mondo dello sport oppure alla narrativa seriale), non è tanto questo tipo di atteggiamento forzato ed eccessivamente machista: il momento in cui difatti ci sentiamo maggiormente vicini a loro è quando essi si rivelano in tutte le loro fragilità e debolezze, creando per una volta un varco nella propria aura di invincibilità.

È quello che ad esempio è avvenuto in tutti noi leggendo nelle scorse settimane le dichiarazioni di DeMar DeRozan e Kevin Love riguardanti i loro problemi di salute mentale: un messaggio importante e straordinariamente autentico, che si contrappone inevitabilmente con le recenti cronache delle sempre più frequenti risse sui parquet NBA. In una lega in cui difatti sembra essere fondamentale difendere l’onore del proprio nome e imporre il proprio ego, è impossibile non simpatizzare e compatire quelle superstar che rivelano le proprie insicurezze e debolezze e che cercano, quotidianamente come tutti noi, di affrontarle.

Proseguendo nel nostro parallelismo con Breaking Bad, c’è un momento preciso all’interno della serie  (precisamente nel penultimo episodio che precede il gran finale), in cui lo spettatore si trova probabilmente per la prima volta a provare realmente empatia per Walter White: in un contesto inanimato e freddo, completamente agli antipodi rispetto a quello che fa da contorno alla memorabile battuta “Say my name”, ritroviamo difatti un Heisenberg solo ed inerme, costretto a fronteggiare il proprio destino e a fare i conti con le proprie fragilità.

 

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Attimi di empatia #1: “Breaking Bad – episodio 5×15 – “Granite State”.

 

In occasione dell’inizio dei playoff abbiamo cercato dunque di prendere spunto da questa toccante scena per raccogliere una lista di indimenticabili istantanee in grado di cogliere tutta l’umanità di volti più e meno noti della lega: lacrime, confessioni, frustrazioni ed altri momenti entrati di diritto nella storia della NBA rafforzando il legame emotivo tra i tifosi e i loro beniamini.

Un paio di precisazioni prima di incominciare: per celebrare l’inizio della fase più coinvolgente ed esaltante della stagione, le vicende qui descritte sono rigorosamente avvenute durante una serie di playoff. Nonostante questo accorgimento restringa notevolmente il campo di ricerca, la lista rimane comunque personalissima e sicuramente non del tutto completa. Per questo motivo, se all’appello dovessero mancare alcune istantanee importanti per voi, non esitate a segnalarcelo.

Isaiah Thomas e Avery Bradley. Gara 1, Chicago Bulls vs Boston Celtics, 2017. “Una spalla silenziosa su cui piangere”

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Attimi di empatia #2: “Isaiah Thomas e Avery Bradley stretti nel dolore per la scomparsa di Chyna”

 

Isaiah Thomas, Avery Bradley ed uno Spalding al loro fianco. Un triste abbraccio che racconta il dolore di Thomas, sconvolto per la tragica scomparsa della sorellina Chyna in un incidente stradale a poche ore dall’inizio della serie. Sembra impossibile sovrapporre questa immagine con gli highlights della straordinaria partita di IT4 in gara 1: 33 punti e 6 assist che raccontano tutta la forza d’animo di un giocatore e di un uomo straordinario. Per una volta però spostiamo la nostra attenzione su Avery Bradley, la spalla silenziosa che accoglie e sostiene Isaiah. I due sono cresciuti insieme nelle periferie di Seattle e giocano insieme da quando hanno 11, 12 anni. Quanto deve essere difficile per Bradley vedere il suo amico in queste condizioni? Quali parole dovrebbero uscire dalla sua bocca per riuscire a confortarlo? La guardia tiratrice di Boston, ora tra le file dei Clippers, è sempre stato un ragazzo tranquillo, fuori e dentro al campo: un talento sempre al servizio della squadra, poco appariscente ma sempre fondamentale. Palleggia nervosamente con lo Spalding quasi a cercare di distrarsi e distrarre l’amico trovando conforto nel gioco, un po’ come Isaiah farà da lì a poco durante la partita. Si interrompe, fissa il suo compagno di squadra e rimane lì, in silenzio a confortarlo.

Tim Duncan. Gara 7, finali NBA 2013. “Anche i robot hanno un cuore”

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Attimi di empatia #3: “La frustrazione di Tim Duncan”

L’istant classic delle NBA Finals 2013 non può che essere ovviamente “the shot”: il tiro dall’angolo con cui Ray Allen ha permesso ai Miami Heat dei Big Three LeBron, Wade e Bosh di riacciuffare in extremis un pareggio del tutto insperato in una gara 6 e in una serie ormai ineluttabilmente indirizzata verso i San Antonio Spurs. Nella memoria dei tifosi degli Speroni però, il ricordo probabilmente più doloroso di quelle epiche Finals è un altro, avvenuto nella successiva gara 7 e con protagonista il volto ed il leader indiscusso della franchigia, ovvero Tim Duncan. Entrando nell’ultimo minuto di gioco e sul punteggio di 88-90 per gli Heat, Tim riceve palla in post basso marcato da un difensore arcigno ma che comunque gli concede più di qualche centimetro come Shane Battier. L’azione sembra essere destinata a concludersi con il classico mezzo gancio dell’ala forte caraibica, il primo membro di un’equazione che ha sempre come risultato due punti a referto. Duncan invece sbaglia, si avventa sul pallone per correggere il tiro e sbaglia nuovamente. Cerca incredulo di gettarsi ancora a rimbalzo, egli stesso sorpreso e ferito dai propri errori. Dopo essersi passato la canottiera sulla fronte per asciugare il sudore torna con la sua inimitabile andatura verso la propria area, dove sfoga la sua rabbia sbattendo entrambe le sue enormi mani contro il parquet dell’American Airlines Arena. Palla Miami e time out. Il giocatore più imperscrutabile della lega, il campione dal volto privo di emozioni, non si muove, rimane lì piegato sulle proprie ginocchia. Solo con tutta la sua frustrazione.

LeBron James. Gara 1, finali NBA 2014. “Empatia verso un Re che ha perso la sua corona”

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Attimi di empatia #4: “LeBron James costretto dai crampi a sedersi in panchina”

 

Ci sono dei momenti nello sport in cui sembra esserci un destino che si deve inevitabilmente compiere. Un finale già scritto che non può subire correzioni e di cui si può essere unicamente spettatori mentre le tessere del puzzle finiscono ordinatamente al loro posto. Avevamo lasciato un Tim Duncan affranto e deluso a causa di un lay up che, citando la sua stessa conferenza post partita, “lo perseguiterà per sempre”: ora, se ci fosse ancora bisogno di specificarlo, la lega appartiene definitivamente a LeBron James. L’unico ostacolo che sembra poter rallentare il percorso del Re verso la sua piena consacrazione, sono ancora una volta i San Antonio Spurs, la squadra nuovamente da battere per poter conquistare l’anello per il secondo anno consecutivo. La pressione sulle robuste spalle di LeBron è altissima: nonostante i due titoli vinti con gli Heat, c’è chi ancora non ha perdonato la decision di trasferire i suoi talenti a Miami e che tifa per il suo fallimento. A vincere quella serie di finale saranno gli Spurs: 12 giocatori in missione che, grazie allo splendido gioco corale architettato da Gregg Popovich, si prendono la loro rivincita chiudendo un cerchio iniziato un anno prima con il tiro decisivo di Ray Allen. LeBron esce sconfitto. Il suo fisico statuario lo ha abbandonato proprio nel momento decisivo: nei minuti finali di gara 1 difatti è costretto, a causa delle altissime temperature raggiunte all’interno dell’AT&T Center per via di un malfunzionamento dell’impianto di condizionamento, ad abbandonare il gioco indebolito e tartassato dai crampi. Sembrava invincibile LeBron. Quanto fa strano ora vederlo lì, seduto in una panchina che sembra inadeguata per le dimensioni del suo corpo e per la regalità del suo gioco.

Ron Artest. Gara 7, finali NBA 2010. “Thank you, Dr. Santhi”

Attimi di empatia #5: “Ron Artest e la sua inusuale intervista di ringraziamento”

 

Fino ad ora le istantanee raccolte nella nostra lista hanno raccontato unicamente momenti di profonda tristezza e frustrazione: episodi rari in cui anche i superuomini della NBA si mostrano al mondo come comuni mortali afflitti dalle avversità della vita e della loro professione. La storia di Ron Artest però è sempre stata un’eccezione, un susseguirsi frenetico di eventi, come in questo caso, del tutto fuori programma. I Lakers si sono appena laureati campioni NBA, dopo sette tiratissime gare contro i Boston Celtics. Artest è probabilmente all’apice della sua carriera: dopo aver difeso splendidamente per tutta la serie su Paul Pierce, ha messo a segno una tripla pazza ad un minuto dalla fine di gara 7, regalando la vittoria e l’anello a Kobe e agli altri suoi compagni. Prima di sollevare il Larry O’Brien Trophy, viene avvicinato da Doris Burke per l’intervista di rito dei vincitori: una consuetudine a cui solitamente i giocatori si prestano accennando qualche frase fatta mandata praticamente a memoria. Come dicevamo però, Ron Ron non ha un ottimo rapporto con le consuetudini. Ha un ringraziamento speciale che ci tiene assolutamente a fare. Dal 2008 difatti ha iniziato, in seguito a delle accuse di violenza domestica, un percorso di terapia con la dottoressa Santhi Periasamy per imparare a gestire la propria rabbia. Un problema, quello degli attacchi di ira, che lo accompagna da quando era poco più di un bambino e che lo ha penalizzato e non poco durante la sua carriera NBA (basti pensare alle 73 partite di squalifiche comminategli dalla lega in seguito a “the Malice at the Palace”). “Vorrei ringraziare la mia dottoressa. La dottoressa Santhi, la mia psicologa. Mi ha aiutato molto a rilassarmi. La ringrazio tantissimo. È così difficile giocare… c’è così tanta confusione durante i playoff. Mi ha aiutato a rilassarmi. La ringrazio tantissimo”. Anche i campioni NBA hanno bisogno di chiedere aiuto ogni tanto. E non c’è niente di male ad ammetterlo.

Craig Sager. Gara 6, finali NBA 2016. “#Sagerstrong”

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Attimi di empatia #6: “Craig Sager che sorride durante la sua intervista a LeBron James”

 

Craig Sager era una persona speciale. Descrivere ancora una volta il coraggio e la forza d’animo con cui ha fronteggiato la sua terribile malattia sembra quasi superfluo: meglio rimanere comodi e leggere il racconto di chi per anni ha affiancato i suoi coloratissimi completi durante le interviste da bordo campo. C’è un’istantanea però su cui è impossibile non soffermarsi provando enorme empatia ed emozione: Gara 6 delle NBA Finals 2016, Sager, giornalista di TNT, viene prestato all’altra piattaforma televisiva ESPN, per permettergli di lavorare su una partita di Finale dei playoff per la prima volta nella sua illustre e lunga carriera. Nonostante sia notevolmente debilitato dalla grave malattia, l’eccentrico bordocampista accoglie con la sua solita spensieratezza la sfida e al termine di una splendida partita vinta dai Cleveland Cavaliers si appresta ad intervistare LeBron James (il quale al termine della serie riporterà a Cleveland un titolo sportivo a distanza quasi di mezzo secolo… si parlava di destino poco fa). Sul volto scavato che Craig Sager non ha paura a mostrare al pubblico, splende un sorriso che, nonostante tutto, sembra essere ancora più vivace degli abiti che indossa.

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