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Job finished: la promessa mantenuta di LeBron James

di Olivio Daniele Maggio

La prima annata in forza ai Los Angeles Lakers si rivela un disastro:  dopo mille peripezie, un infortunio sul momento più importante e un rientro che non porta i frutti sperati il traguardo dei playoffs, proclamato a inizio anno in pompa magna, non arriva clamorsamente. Arrivano le critiche invece, e tante. Così, durante il media day 2019/2020 LeBron James lancia una promessa, l’ennesima della sua carriera:

“A questo punto della mia carriera posso fare tutto quello che la squadra necessita per vincere. Ditemi cosa devo fare, ed io lo farò“.

Una promessa, un’autentica missione, quella di riportare agli antichi fasti una franchigia che non vinceva da 10 anni. Per fare la storia, per consacrarsi ancora di più nell’Olimpo dei mostri sacri della NBA, per omaggiare al meglio il compianto Kobe Bryant. Con tanta pressione addosso e il fatto di dover dimostrare ancora qualcosa, a quasi 36 anni suonati.

Al termine di quella che potremmo definire come la stagione più strana e la più travagliata della storia, possiamo dire che il lavoro è finito. LeBron James ha trascinato i giallo-viola alla vittoria del diciassettesimo titolo della loro storia, contro dei Miami Heat duri a morire. Quarto Larry O’Brien Trophy in carriera condito dalla conquista del premio di MVP delle Finals (divenendo l’unico giocatore a vincerlo con tre squadre diverse). La gara 6 disputata dal Prescelto è stata l’ennesima dimostrazione di quanto sia enciclopedico il suo gioco, evolutosi nello scorrere del tempo e a seconda di ogni situazione: 28 punti, 14 rimbalzi e 10 assist statisticamente parlando, anche se il suo impatto come sempre va oltre i semplici numeri.

LeBron James, il ruolo da rifinitore

Nel corso di questa stagione LeBron James è stato impiegato da point guard pura, preoccupandosi di dettare i tempi all’attacco sorpattutto contro la difesa schierata. Non a caso, a regular season archiviata, è risultato per la prima volta miglior assistman della lega con 10.2 passaggi vincenti a partita, senza dimenticare gli 8.8 assist serviti  in post-season. L’attacco dei Lakers ha usufruito molto dell’ispirazione e della creatività del numero 23, abile a cogliere linee di passaggio difficilmente percettibili ai giocatori normali e a seguire i movimenti dei compagni, che si sono fatti trovare pronti quando chiamati in causa: a tal proposito spiccano i 22.6 punti assistiti di media creati dai suggerimenti del Re.

LeBron James attende il taglio di KCP, che si libera grazie ad un blocco e insacca una tripla dall’angolo.

La ‘cabina di regia’ di James è stata spesso la punta, mattonella da cui ha analizzato gli scenari offensivi e i varchi che la difesa degli Heat lasciava. I tagli in area sono stati premiati col giusto tempismo, anche quando decideva di addentrarsi nella morsa di Miami e lasciava l’incombenza agli altri perché trovava la strada sbarrata. Non sono mancati gli scarichi sull’arco, anche se dal perimetro i giallo-viola sono stati spesso altalenanti ai playoffs (35.4% dall’arco) e in generale per tutta la stagione.  Insomma, LBJ ha saputo leggere, come una sorta di cyborg, ogni singolo dettaglio utile a creare vantaggio ai suoi e a se stesso.

Miami blocca l’ingresso in area: il Prescelto decide così di scaricare il pallone verso Rondo, pronto a mettere a segno un tiro da tre.

Arma totale

Infatti è stato scaltro ad andare a trovare e a ottenere il massimo dai mismatch negli uno contro uno, creati grazie all’ausilio dei blocchi portati dagli esterni. Duelli proficui, dove è prevalsa tutta la sua esplosività fisica e la sua dimestichezza nell’attaccare il ferro. Gli Heat hanno faticato a contenerlo in penetrazione e a chiudere la via verso il canestro, andando in alcune occasioni a commettere fallo: banchettare sotto le plance nel bel mezzo del castello difensivo eretto da Erik Spoelstra non è stato affatto un problema, a testimonianza del 72.4% dalla suddetta zona (42 tentativi insaccati su 58). E comunque James ha esteso il suo range quando gli spazi non c’erano, sfoderando triple che non lo hanno reso battezabile. 14 su 33 dal perimetro, con un 6 su 9 nella gara 5 teatro dell’epico duello contro Jimmy Butler.

LeBron James

Tutte le conclusioni prese da LeBron James nella serie contro i Miami Heat (Fonte: NBA.com)

Defense to offense, passare dalla difesa all’attacco in un attimo, dopo aver impedito all’avversario di segnare. LeBron James ha contribuito alla retroguardia che Frank Vogel ha progettato e che è risultata decisiva nella vittoria finale. Presente a presidiare l’area e ad accettare i cambi per impedire agli Heat di concludere troppo agevolmente, oppure andare ad eseguire aiuti nell’evenienza: non un lavoro da specialista nel vero senso della parola (doveva essere fresco nell’altra metà campo) ma la sua mano si è sentita, come ad esempio nei momenti in cui ha preso in consegna sia Bam Adebayo che Butler, i due giocatori chiave degli Heat. A seguito di una tiro contestato, un recupero e una stoppata è arrivata una transizione fulminante, componente chiave del gioco dei Lakers e anche di quello di LeBron, sempre pronto a correre nella metà campo non appena  si è verificata l’occasione e a portare a casa qualche punticino (4.8 di media circa).

LeBron James prende un rimbalzo difensivo e si addentra in area senza esitazione: canestro.

Il trionfo dei californiani, che hanno raggiunto i Boston Celtics in termini di titoli vinti, è giunto grazie all’alchimia e alla coesione di un gruppo che durante l’anno ha garantito un rendimento costante. Non solo, abbiamo assistito ad un manifesto della carriera di LeBron James, capace di avere un impatto a tutto tondo sul parquet e di aggiungere ogni volta una nuova componente al suo arsenale. Versatilità e forza mentale, leadership e maturità: così il numero 23 ha messo al dito il suo quarto anello, compiendo un’impresa che ha ricordato chi è ancora il migliore giocatore in circolazione. E che gli ha permesso di mantenere una promessa, l’ennesima della sua carriera.

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