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The Last Dance, la recensione degli episodi 3 e 4: Dennis Rodman e la faida con i “Bad Boys”

di Francesco Catalano

Sono finalmente disponibili i nuovi episodi di “The Last Dance”, la serie evento che racconta i Chicago Bulls di Michael Jordan, ed arriva puntuale la nostra recensione. Il focus di partenza di questa serie TV che sta incantando tutto il mondo sportivo doveva essere l’ultima stagione di quei leggendari Bulls. Invece, c’è praticamente tutta la NBA della seconda metà degli anni ‘80 e degli anni ’90.

La seconda puntata del documentario era stata dedicata in gran parte alla figura di Scottie Pippen. Il terzo episodio chi poteva raccontare se non la controversa figura di Dennis Rodman? Per chi ha adorato “the worm”, in questa terza parte si racconta tutta la sua parabola cestistica e la nascita del mito che aleggia tutt’oggi intorno a lui. Bastava vederlo per capire che era diverso dagli altri. Chi non ricorda le sue stravaganti capigliature ai tempi dei Bulls? Gialle, verdi, blu, rosa, leopardate e chi ne ha più ne metta. Per non parlare del suo stile di vita al di fuori del campo da basket.

The Last dance, i nuovi episodi: il focus sulla figura di Dennis Rodman

Ma Dennis Rodman non era sempre stato così. Come aveva fatto con Scottie Pippen, il regista Jason Hehir si avventura anche nella sua infanzia e nella sua adolescenza. Di certo, anche la sua giovinezza è stato tutto tranne che facile. Infatti, con la madre ha avuto fin da sempre un rapporto conflittuale e questo lo ha portato ad essere stato cacciato di casa all’età di 18 anni. Da quella situazione poteva accadere di tutto come ammette tutt’ora anche lui: “Potevo mettermi a vendere droga come potevo anche morire. Ma sono sempre stato lontano dalla droga”. Beh, si: per quanto uno dica il contrario, Rodman è sempre stato lontano dalla cocaina che girava in quegli anni in modo spropositato negli States. Cosa lo ha salvato da quel mondo?  Probabilmente la chiamata dal college di Sotheastern Oklahoma State.

In quell’ambiente Dennis sfoga tutta la sua voglia di riscatto e la sua adrenalina nel gioco del basket e da subito impressiona gli addetti ai lavori. Sia per le sue qualità di scorer, ma soprattutto anche per le sue doti da rimbalzista e da difensore. Ed ecco che arriva il salto di qualità e la chiamata in NBA. Nel Draft del 1986 infatti viene selezionato dai Detroit Pistons.

E qui ecco che si srotola pian piano la storia della faida tra i primi Chicago Bulls di MJ e i Detroit Pistons di Isiah Thomas, Dennis Rodman, Bill Laimbeer, Joe Dumars, John Salley e Rick Mahorn. Quei Pistons vengono ricordati come una delle squadre più rocciose e solide della storia della NBA: i cosiddetti “bad boys”. In un’epoca in cui molto era concesso, non era raro vedere scazzottate e risse durante le partite di Detroit. E alla fine degli anni ’80, soprattutto ad Est, erano loro la squadra da battere. Chi tenta allora di scacciarli dal trono della Eastern Conference? Ovviamente, i Bulls di Michael Jordan e di coach Doug Collins.

Tra MJ e il nuovo coach di Chicago c’è tanta intesa: la stessa voglia di vincere e la stessa fame agonistica. La squadra della Windy City veniva vista ancora come una cenerentola, ma la consacrazione come contender arriva nei playoffs del 1989. Al primo turno tutti  davano per spacciati i Bulls contro i ben attrezzati Cleveland Cavaliers. Ma una serie pazzesca coronata da un tiro al limite del possibile all’ultimo secondo in gara 5 di Jordan sigla la vittoria dei biancorossi. E in finale di Conference ci sono proprio i Pistons. Questi ultimi riuscirono a fermare MJ con le cosiddette “Jordan rules”. Regole ad alto tasso di persuasione (senza esclusione di colpi, per intenderci) studiate a tavolino per fermare Jordan. Tutto era concesso di pur di fermare lo strapotere in campo del 23 dei Bulls. E ci riuscirono.

Poi si torna di nuovo sulla parabola cestistica di Rodman. Dalla depressione del 1993 che lo ha visto vicino al suicidio, al passaggio agli Spurs e all’arrivo nel 1996 ai Bulls tra mille perplessità.  Ma Rodman riesce ad inserirsi bene in quel sistema proprio grazie all’atteggiamento di Jordan e coach Phil Jackson nei suoi confronti: non rigido e rigoroso, ma comprensivo. Sanno che Rodman è una personalità fuori dagli schemi che ha bisogno dei suoi spazi. Non tentano di cambiarlo, ma di assecondarlo cercando di inserirlo nel sistema. E ci riescono. Simbolo di questo rapporto disteso tra le parti sono le famose 48 ore di libertà che l’ex Pistons ha avuto da Jackson e Jordan per sfogarsi a Las Vegas.

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"Dennis è quello che ci ha tenuto uniti quando non c'era Scottie. Ha dovuto concentrarsi per renderci competitivi come eravamo. Ci siamo adattati e lo abbiamo fatto rapidamente. Eravamo nuovamente pronti a lottare". Parole di coach Phil Jackson. Inizia la stagione 1997/98 e i Bulls soffrono tremendamente l'assenza in campo di Scottie Pippen su cui imperversano voci di trade. Così non va: Michael Jordan ha bisogno di poter fare affidamento su qualcuno e lo chiede a Dennis Rodman. A Indianapolis, Chicago perde e Dennis viene espulso. Da quel momento le cose cambiano: si sente responsabilizzato e sente che la squadra ha bisogno di lui. Da lì in poi, inizia a giocare come raramente aveva fatto prima ringhiando su ogni avversario e su ogni pallone senza concedere nulla. Insieme a lui, i Bulls iniziano di nuovo a macinare vittorie. Dominante a rimbalzo e difensore letale. Ecco qui, The Worm🐛🔥 ° ° ° #thelastdance #michaeljordan #mj #michaeljordan23 #mj23 #bullsnation #chicagobulls #dennisrodman #dennisrodman91 #theworm

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I nuovi episodi di The Last Dance: nella quarta puntata prosegue la faida contro i Detroit Pistons!

Ma le 48 ore durano molto di più. Finché Jordan va personalmente a riprendere Rodman per riportarlo sul campo d’allenamento. In pochi sarebbero riusciti a convivere con un giocatore così fuori dagli schemi: era una mina vagante. Aveva bisogno dei suoi spazi fisici e mentali; non poteva sottostare alle regole ed alle restrizioni di tutti gli altri. Ma c’è una persona che è riuscita in quell’impresa: coach Phil Jackson. Lo stesso Rodman, nel documentario, rivela come solo Jackson riuscisse a capirlo. Non tanto come giocatore, ma come persona. Questa intesa tra i due ha fatto in modo che l’ex Pistons si sentisse accettato e benvoluto in quella famiglia che si chiamava Chicago Bulls.

Non può mancare, quindi,  un piccolo focus sulla carriera di coach Jackson. Dai tempi come giocatore ai New York Knicks con cui ha vinto due titoli ai primi passi da allenatore a Portorico. Poi alla fine degli anni ’90 viene preso nello staff dei Bulls a fianco di coach Doug Collins. Da quel momento inizia ad entrare in confidenza con un altro assistant coach: il leggendario Tex Winter, il creatore del triangolo offensivo. Winter era una delle menti teoriche cestistiche più brillanti di tutti i tempi e Jackson, stando al suo fianco, assorbe come una spugna tutte le sue idee.

Al tempo coach Collins vedeva i Bulls solo come Michael Jordan: tutti gli schemi e tutti possessi dovevano finire nelle mani del 23. Ma Jackson e Winter la vedevano in modo diverso: bisognava coinvolgere tutta la squadra e far avere meno la palla tra le mani a MJ. Questa era anche la volontà della dirigenza.Così Collins viene cacciato a sorpresa e Phil Jackson diventa head coach dei Bulls nel 1989. Jordan ci mette un po’ ad abituarsi al nuovo stile di gioco e al cosiddetto triangolo offensivo. Ma col tempo capisce che quella è la strada giusta per vincere un titolo.

Così si torna alla rivalità con i Detroit Pistons. Nonostante tutti gli sforzi, Chicago cade ancora sotto i colpi della prepotenza fisica dei “bad boys” sia nella finale di Conference del 1990. “Ero devastato”: due parole per descrivere lo stato d’animo di MJ. Ma invece si arrendersi, la squadra durante l’anno successivo lavora ancora più duro.

Jordan in estate aumenta clamorosamente la sua massa muscolare per poter letteralmente fare a sportellate con quei Pistons. Con la nuova stagione cambia anche il ruolo di Pippen nella squadra: Jackson lo trasforma in comprimario e in un’altra letale arma offensiva. Ed ecco che tutto è apparecchiato per la rivincita del 1991. Questa volta la serie è a senso unico: i Bulls sono incontenibili e stendono i Pistons per 4 a 0. I giocatori di Detroit però in segno di disprezzo, lasciano il campo prima della sirena evitando di fare le congratulazioni agli avversari.

Cosa che i Bulls e MJ in particolare avevano fatto negli anni passati. “Mi ero costato molto. Soffrivo dannatamente. Ma è un segno di rispetto e lealtà. Qualunque cosa Isiah Thomas ora dica non può cambiare quello che ha fatto”. Quell’evento e quella rivalità sono ancora motivo di tanta ruggine tra le due parti come hanno dimostrato le dichiarazioni incrociate dei due giocatori negli ultimi giorni.

Poi, il finale lo sapete. I Bulls alla loro prima apparizione alle finali NBA incontrano i Los Angeles Lakers di Magic Johnson e li battono per 4 a 1. Così, dopo sette anni di combattimenti, finalmente Michael è riuscito a portare a termine il suo sogno. E l’uomo di ghiaccio nello spogliatoio scoppia in lacrime abbracciando il Larry O’Brien Thophy.

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