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Three Points – Celtics vs. Sixers, il futuro di scena a Londra

calendario NBA-Kyrie Irving Ben Simmons Boston Celtics

Three Points – Celtics vs. Sixers, il futuro di scena a Londra

Dopo una lunga pausa dedicata alle feste e, soprattutto, alla doverosa celebrazione di Kobe Bryant, torna l’appuntamento con ‘Three Points’, la rubrica che analizza tre temi ‘caldi’ della settimana NBA appena trascorsa. In questo periodo di nostra assenza, la situazione nelle due Conference si è sempre più delineata, con il ‘giro di boa’ rappresentato dall’All Star Game ormai in linea d’avvistamento. La stagione delle feste non si è chiusa, come da proverbio, con l’Epifania, bensì con il London Game 2018, che finisce inevitabilmente per prendersi la copertina di questo primo ‘Three Points’ del 2018.

 

1 – Celtics vs. Sixers, il futuro di scena a Londra

Kyrie Irving (Celtics) contro Ben Simmons (Sixers)

Kyrie Irving (Celtics) contro Ben Simmons (Sixers)

Un giorno, forse, si guarderà alla partita di Londra fra Sixers e Celtics come al vero e proprio inizio della nuova era. Di certo non poteva esserci vetrina migliore, per la lega di Adam Silver, che uno ‘showdown’ tra due franchigie destinate (chi prima, chi poi) a prendere il controllo della Eastern Conference. L’inedito appeal dell’evento (i London Games del passato avevano visto la partecipazione di squadre non altrettanto in rampa di lancio) ha causato la sparizione pressoché istantanea dei biglietti (complici anche alcune norme sul ‘secondary ticketing’ decisamente da rivedere) e ha reso la O2 Arena, per i fan NBA, quello che fu San Francisco per gli hippy nell’estate del 1967: una meta di pellegrinaggio, un luogo in cui radunarsi e celebrare la propria passione (magari non esattamente con le stesse modalità).
Più che per gli inglesi (i quotidiani sportivi locali dedicavano alla serata piccoli trafiletti, generalmente come ‘spalla’ alle infinite discussioni sul possibile addio di Alexis Sanchez all’Arsenal), l’avveniristico impianto londinese è stato il punto di ritrovo per gli appassionati di tutta Europa, con italiani e spagnoli a farla da padroni.

Una volta scampato alla Jubilee Line (solitamente molto efficiente, ma resa infernale da un treno bloccato sui binari) e aggirata la folla oceanica stipata intorno allo store ufficiale allestito per l’occasione, mi sono ritrovato in una vera e propria arena NBA: 20.000 posti, negozi, ristoranti, staff super-efficiente e l’atmosfera dei grandi palazzetti americani, amplificata dalle pirotecniche presentazioni delle squadre (con tanto di “oooh…” generale all’annuncio dell’altezza di Joel Embiid: 7 piedi e 2! Al suo cospetto, Al Horford sembrava una guardia), dai consueti ‘teatrini’ durante i timeout e dalla cerimonia degli inni nazionali (The Star-Spangled Banner e God Save The Queen, con quest’ultimo eseguito dalla London Philarmonic Orchestra). Dopo un riscaldamento caratterizzato dagli inspiegabili giochi di prestigio di Kyrie Irving (Jaylen Brown ha provato a imitarne quasi tutti i ‘trucchetti’, con alterne fortune) e il saluto al pubblico dello stesso ‘Uncle Drew’ e di Embiid (che ha chiuso con un bel “and… trust the Process!”), è arrivato il momento della palla a due. Intorno alle stelle in campo, quelle fuori; dai calciatori (più o meno noti) al leggendario allenatore Alex Ferguson, una vita di trionfi alla guida del Manchester United, passando per gli ‘ambasciatori’ NBA presentati all’intervallo, tra cui Robert Parish, l’ ‘amico’ Rip Hamilton e Dikembe ‘Not In My House’ Mutombo, osannato dagli spettatori.
Inizio ‘freddino’, poi è arrivato il ‘J.J. Redick Show’: 13 punti nel primo quarto, a suon di triple ‘folli’, 21 nel primo tempo… e nel secondo? UNO. La folla ha cominciato ad intonare il coro “MVP! MVP!”, riservato poi esclusivamente a Irving in seguito ad una netta simulazione da parte di un Redick via via calante. Sixers oltre quota 20 punti di vantaggio, poi l’inarrestabile rimonta Celtics e la rissa sfiorata tra Marcus Morris e Ben Simmons, che ha dato il via al ‘garbage time’ finale.

Una gara combattuta solo fino a un certo momento, quindi, ma soprattutto una gara che ha fatto venire l’acquolina in bocca ai presenti (e non solo) in ottica futura. In casa Celtics, oltre al funambolico Kyrie e ai sempre affidabili Horford, Morris, Smart, Baynes e Theis, i grandi protagonisti sono stati Jaylen Brown e Jayson Tatum. Il primo, giocatore di estrema intensità e sempre pericoloso sulle linee di passaggio, ha chiuso come miglior realizzatore di squadra (21 punti), mentre l’ex-Duke (che al college era forte, ma ben lontano dalla meraviglia di oggi), ha messo in luce sprazzi di infinita classe. Il tutto, per entrambi, con una tranquillità che, a vent’anni e alla prima occasione del genere, non si dovrebbe avere.
I Sixers, ancora piuttosto immaturi, si possono consolare pensando in prospettiva, anche a breve termine. Già adesso hanno giocatori in grado di portare un contributo significativo anche senza pretese da superstar (su tutti T.J. McConnell e Robert Covington), ma a far davvero paura (a tutti gli altri) è ciò che promettono di diventare Embiid e Simmons. Il centro camerunese non ha particolarmente brillato nella sua uscita britannica; 15 punti (perlopiù frutto di avvicinamenti di prepotenza spalle a canestro) e 10 rimbalzi, con un calo nel finale che è andato di pari passo con quello della squadra, ma è ben visibile lo sconfinato talento racchiuso in un corpo così imponente. La ‘six-foot-ten point guard’ (come annunciato dallo speaker) da Melbourne ha invece rubato la scena; in controllo totale di quanto avvenuto in campo, è arrivato al ferro come e quando ha voluto, regalandoci di tanto in tanto qualche ‘fucilata’ verso i compagni liberi dall’arco. Quando (e non “se”) aggiungerà al suo repertorio anche un tiro credibile (a Londra avrà tentato massimo una conclusione fuori dal pitturato), basteranno solo tre lettere per definirlo: M-V-P.

 

2 – E’ (ancora) un paese per vecchi

Pau Gasol e Manu Ginobili, 'vecchie speranze' degli Spurs

Pau Gasol e Manu Ginobili, ‘vecchie speranze’ degli Spurs

Mentre il pianeta NBA si prepara ad inchinarsi ai futuri dominatori, questa fase della stagione è diventata il territorio di caccia di un gruppo di ‘anzianotti’ davvero duri a morire. A pochi passi dalla sospirata (non per loro, a quanto pare) pensione, la brigata dei quarantenni si sta regalando un ‘canto del cigno’ di assoluto livello.

In quel di San Antonio, in attesa di capire che squadra si presenterà ai playoff (è notizia di questi giorni il nuovo stop di Kawhi Leonard), si godono in prima fila lo show di Pau Gasol e, soprattutto, Manu Ginobili. Se il catalano (10.5 punti e 8.2 rimbalzi in 25 minuti di media) ha ancora, realisticamente, tre/quattro stagioni ad alto livello di fronte a sé, l’argentino è lo stesso giocatore che, dopo l’eliminazione in finale di Conference dello scorso maggio, veniva congedato con affetto e commozione dai propri tifosi. Invece ‘El Narrigòn’, classe 1977, è ancora sul parquet a deliziare gli appassionati. Non solo: il Ginobili versione 2017/18 sembra nettamente più in forma rispetto a quello della passata stagione. Dal 1 dicembre al 7 gennaio ha viaggiato a 11.1 punti di media in 22.1 minuti, entrambi dati enormemente superiori a quelli degli ultimi anni. Grazie ai 21 punti contro Phoenix e ai 26 di Portland, è diventato il primo quarantenne nella storia NBA a far registrare due ‘ventelli’ partendo dalla panchina, nonché il primo dai tempi di Michael Jordan (stagione 2002/03) ad andare oltre quota 15 per due gare consecutive. Per non parlare della tonante schiacciata contro Denver (su favoloso assist di Gasol)… Come cantava l’indimenticabile Dolores, “Ridiculous Thoughts”. Le sue straordinarie prestazioni hanno scatenato i fan di tutto il mondo, i quali hanno lanciato una petizione online per far partecipare Manu al suo terzo All Star Game.

Anche a Sacramento le cose hanno preso una piega inaspettata. La prima, vera stagione di rebuilding doveva servire ai Kings per mettere in mostra i loro nuovi, giovanissimi talenti (proposito che, comunque, verrà mantenuto nel prossimo futuro, quando coach Dave Joerger ridurrà il minutaggio dei veterani). Fino a questo momento, invece, a ‘tirare la carretta’ ci hanno pensato Vince Carter (41 anni il 26 gennaio) e Zach Randolph (35 anni, ma con una stazza ormai difficile da trasportare). Il fu ‘VinSanity’ si è preso le luci della ribalta nella sfida del 27 dicembre contro i Cleveland Cavaliers, sconfitti soprattutto grazie ai suoi 24 punti, con un incredibile 83% dal campo. Qualche settimana prima, la furia di ‘Z-Bo‘ si era abbattuta sui New Orleans Pelicans: 35 punti (con 5 triple!) e 13 rimbalzi. Roba da Anthony Davis

A proposito di cifre altisonanti, ecco Rajon Rondo, ben lontano dai 40 anni (ne farà 32 a febbraio), ma non proprio ‘di primo pelo’. Nella partita contro i Brooklyn Nets, l’ex playmaker dei Celtics ha rifornito i suoi compagni con 25 assist. Record di franchigia, ovviamente, ma anche primato personale. Con quella performance, Rondo è diventato il settimo membro del ‘club dei 25’, unendosi a Scott Skiles, John Stockton, Jason Kidd, Kevin Johnson, Nate McMillan e Isiah Thomas.
Classe 1986 anche per Gerald Green, ex compagno di Rondo ai Celtics. Lo schiacciatore giramondo (Russia e Cina, oltre alla D-League, tra le mille tappe della sua carriera) è stato tra i grandi protagonisti del passaggio tra il 2017 e il 2018. Preso con una sorta di ‘stage’ dagli Houston Rockets, si è guadagnato la fiducia di Mike D’Antoni, l’affetto dei tifosi e, soprattutto, un contratto garantito fino al termine della stagione grazie a una serie di nove partite (dopo un debutto incolore) chiusa a 17.3 punti di media in 28.4 minuti. Tra queste, spiccano le performance da 27 e 29 punti (con 7 e 8 triple a bersaglio) contro Orlando e Golden State.

Merita una menzione anche l’immenso Dirk Nowitzki. Gambe e fiato non saranno più quelle dei tempi migliori, ma i 12.2 punti e 5.5 rimbalzi di media in 25 minuti sono cifre di assoluto rispetto, per uno che spegnerà 40 candeline il prossimo 19 giugno. I Dallas Mavericks, in attesa dei progressi di Dennis Smith Jr., sono ancora la sua squadra. Così come la NBA, alle soglie di un’inevitabile svolta generazionale, è ancora ‘un paese per vecchi’.

 

3 – I Bulls che non ti aspetti

Grande momento per i Chicago Bulls di Kris Dunn, Lauri Markkanen e Justoin Holiday

Grande momento per i Chicago Bulls di Kris Dunn, Lauri Markkanen e Justoin Holiday

Il 6 dicembre 2017, gli Indiana Pacers infliggevano ai Chicago Bulls la loro decima sconfitta consecutiva, la ventesima su 23 incontri disputati fino a quel momento. Neanche il tempo di iniziare i classici discorsi sul ‘tanking’ e sul draft 2018, che è arrivata un’inaspettata svolta: 14 vittorie nelle successive 22 partite, con gli ‘scalpi eccellenti’ di squadre in piena corsa playoff come Boston, Milwaukee (2 volte), Philadelphia, Indiana e Detroit. Certo, il prossimo giugno – salvo cataclismi – la franchigia dell’Illinois sceglierà comunque in lotteria, ma la truppa di Fred Hoiberg ha ridato ai tifosi una botta di quell’orgoglio che sembrava ormai perduto.

Dopo lo sbandamento iniziale, l’atmosfera da ‘cantiere appena aperto’ ha finito col giovare ai molti giovani del roster. Lauri Markkanen è fin qui una delle punte di diamante della splendida classe di rookie del 2017. Capace di segnare sia nei pressi del ferro che dalla lunga distanza (di recente è diventato il più veloce di sempre a raggiungere le 100 triple segnate), il lungo finlandese viaggia a 15.4 punti e 7.6 rimbalzi di media in 30 minuti a sera. Su 42 incontri disputati è sceso solo 4 volte sotto la doppia cifra a referto, in nove occasioni ha chiuso in doppia-doppia e per due volte ha scollinato quota 30 (tra cui una prova da 33 punti e 10 rimbalzi al Madison Square Garden). Possiamo azzardare un pronostico: uno dei pilastri dei Bulls del futuro sarà il ventenne da Arizona. Un altro di questi potrebbe esser Kris Dunn, che a Chicago sembra aver trovato il contesto giusto pèr esprimersi al meglio, dopo le difficoltà patite nel Minnesota. Divenuto in breve tempo un punto fermo del quintetto di Hoiberg, l’ex ragazzo-prodigio di Providence si è regalato un career high da 32 punti (con 9 assist e 4 recuperi) nella gara disputata a Dallas il giorno dell’Epifania.

Con i vari Denzel Valentine, Paul Zipster e Jerian Grant che faticano ancora ad emergere, la vera rivelazione di questo 2017/18 è stato Justin Holiday, alla miglior stagione in carriera dopo aver cambiato cinque maglie in altrettanti anni. Il fratello maggiore di Jrue (in forza ai Pelicans), 13.7 punti di media contro i 7.1 in carriera, è stato fin qui il giocatore più utilizzato dal suo allenatore (34.2 minuti a partita). Ancora più sorprendente, per certi versi, l’esito della brutta vicenda che, in preseason, aveva coinvolto Bobby Portis e Nikola Mirotic. Il primo, che aveva colpito il secondo con un pugno, è rientrato dalla sospensione più carico che mai, garantendo un notevole apporto sia dal punto di vista statistico (12.1 punti e 6 rimbalzi di media) che, soprattutto, da quello emotivo, contribuendo a dare al gruppo la ‘scossa’ decisiva per l’inversione di marcia. Mirotic, finito in ospedale in seguito all’alterco e costretto a saltare il primo mese di regular season, sta giocando la sua miglior pallacanestro di sempre. 17.7 punti e 6.8 rimbalzi di media (11.4 e 5.4 in carriera), con una continuità di rendimento che finora era stata la sua maggiore pecca.

Salvo sorprese, però, né Portis, né Mirotic faranno parte del roster l’anno prossimo. Anzi, la loro stagione positiva non fa altro che innalzarne il valore in chiave trade. Da qui alla deadline di febbraio, ci sono tutte le probabilità di vederli al centro di qualche trattativa. Stesso discorso per Justin Holiday, recentemente messo sul mercato dalla dirigenza. Uno che invece non dovrebbe partire è Zach LaVine, rientrato dal bruttissimo infortunio al ginocchio con una serie di prestazioni incoraggianti. Non tanto per la stagione, dalla quale ci si aspettava ben poco, ma soprattutto per il prosieguo della lunga, lunghissima risalita dei Bulls.

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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